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Il Giornale Rassegna Stampa
06.11.2019 Censura in nome dell' 'islamofobia'
Commento di Alberto Giannoni, Gaia Cesare intervista Lorenzo Vidino

Testata: Il Giornale
Data: 06 novembre 2019
Pagina: 10
Autore: Alberto Giannoni - Gaia Cesare
Titolo: «All'indice le idee del 'Giornale': la Turchia detta la linea alla Ue - 'Così vogliono censurare le critiche all'islam politico'»
Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 06/11/2019, a pag.10, con il titolo "All'indice le idee del 'Giornale': la Turchia detta la linea alla Ue" il commento di Alberto Giannoni; a pag. 11, con il titolo 'Così vogliono censurare le critiche all'islam politico', l'intervista di Gaia Cesare a Lorenzo Vidino.

Molto sottile il confine tra 'islam politico' e 'islam religioso', visto che la legge islamica è una sola, la Sharia. Continua la confusione, mentre basterebbe informarsi sul programma di invasione silenziosa dei Fratelli Musulmani. Avere timore dell'islam (islamofobia) non è soltanto legale, è doveroso.

Ecco gli articoli:

Alberto Giannoni: "All'indice le idee del 'Giornale': la Turchia detta la linea alla Ue"

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Alberto Giannoni

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Erdogan, un criminale che ha commesso crimini contro l'umanità, tra cui l'assassinio di bambini kurdi

I turchi mettono all'indice giornali, libri e politici italiani. E lo fanno con i soldi dell'Unione europea, cioè in definitiva nostri. Dietro il paravento di un uso arbitrario dell'«islamofobia» si consuma così il più beffardo dei paradossi: un «rapporto» sferra bacchettate a destra e a manca - soprattutto a destra - e lancia accuse pesanti quanto approssimative, per arrivare alla più scontata delle generalizzazioni: «L'islamofobia in Italia è reale». Il primo problema è che questa improbabile lezione di democrazia e tolleranza parla turco. La beffa è che - come recita la copertina - la pubblicazione sia stata «prodotta con il sostegno finanziario dell'Unione europea», la nostra Europa che si trincera dietro un pilatesco «i contenuti sono di esclusiva responsabilità degli autori delle relazioni nazionali; e non riflettono necessariamente le opinioni dell'Unione europea e del ministero degli Affari esteri - Direttorato degli Affari europei». Il ministero in questione è appunto quello turco. E fra i loghi compaiono anche la «Cfcu» (ministero del Tesoro) e un programma di dialogo euro-turco. Il voluminoso rapporto è opera del Seta, la Fondazione per la ricerca politica, economica e sociale con sede ad Ankara, un'organizzazione che - come si legge su Wikipedia - «nonostante affermi di essere indipendente, ha stretti rapporti con il governo dell'Akp guidato da Recep Erdogan». Il punto di osservazione è questo. E il contenuto? In oltre 840 pagine, il rapporto Seta 2018 passa in rassegna 34 Paesi, analizzandone rapidamente la situazione politica, mediatica e giuridica. «Siamo lieti di presentare la quarta edizione del rapporto sull'islamofobia europea - scrivono gli autori Enes Bayrakl e Farid Hafez - questa volta in collaborazione con l'Istituto Leopold Weiss e con il generoso finanziamento da parte dell'Unione Europea». I due curatori principali, peraltro, ricordano anche che nel frattempo la Commissione europea ha nominato il suo nuovo «coordinatore per l'odio anti-musulmano»: Tommaso Chiamparino. Per quanto riguarda la politica italiana, grande spazio viene dedicato alla Lega e al suo leader, Matteo Salvini, come a Fratelli d'Italia. Quanto ai media, la sommaria analisi parte da quelli che vengono definiti gli «articoli aggressivi» della «tradizionale stampa di destra» «contro le migrazioni, l'islam e le comunità islamiche». Si citano a questo proposito Il Giornale, La Verità, Il Tempo e Libero e poi «opinion leader» come Marcello Veneziani, indicati come autori di articoli contro il Papa e la stampa cattolica più progressista. Quindi tocca a singoli articoli o «irritant title», e a pubblicazioni, maldestramente lette o malintese. «Il quotidiano Il Giornale - si legge - ancora una volta, nel 2018 ha pubblicato due libri ispirati espliciti sentimenti anti-islamici». Il primo è I nemici di Oriana. La Fallaci, l'Islam e il Politicamente corretto, di Alessandro Gnocchi, l'altro Il libro nero dell'islam italiano. Né si risparmia Il Foglio col suo Il suicidio della cultura occidentale. E a proposito di contraddizioni autolesioniste è una metafora a dir poco eloquente il fatto che l'Europa affidi questo suo esame di coscienza in sostanza alla Turchia, che non solo è un osservato speciale per il trattamento che riserva a oppositori e informazione (Amnesty International parla di «violazioni dei diritti umani» e di un dissenso «represso in modo spietato») ma è anche impegnata in un'operazione militare nel nord della Siria, un'aggressione che proprio il Parlamento europeo ha condannato tanto da chiedere sanzioni e interruzioni degli accordi commerciali. Intanto il regime ha progressivamente abbandonato la storica laicità di Ataturk per sperimentare un mix di islamismo e nazionalismo voluto da Erdogan. Il rais d'altra parte è l'erede di Necmettin Erbakan, il fondatore di «Milli Gorus» che con disprezzo definiva l'Europa come «un club cristiano». Ma erano appunto altri tempi.

Gaia Cesare: 'Così vogliono censurare le critiche all'islam politico'

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Lorenzo Vidino

L'islamofobia? «È ormai un'arma usata da soggetti che hanno un'agenda politica chiara. Il loro obiettivo è censurare qualsiasi discorso sull'islamismo». Lorenzo Vidino è direttore del Programma sull'estremismo alla George Washington University di Washington Dc, esperto di jihadismo e politiche governative contro la radicalizzazione.
Il rapporto sull'islamofobia europea, finanziato dalla Ue, sostiene che l'islamofobia in Italia sia reale. È così? «Se per islamofobia intendiamo l'odio contro islam e musulmani, esistono sentimenti di razzismo sui musulmani in Italia, come su altre comunità. Ciò che è problematico è che l'islamofobia venga utilizzata per mettere il bavaglio a qualsiasi critica sull'islamismo».
Vuole spiegarci la differenza tra islam e islamismo? «L'islam è la religione, l'islamismo è l'ideologia che utilizza la religione per uno scopo politico. La differenza è fondamentale. Se un dibattito sulla religione è sempre legittimo, in certi limiti, e ogni Paese interviene a livello penale su eventuali eccessi, ancor più legittima è la critica di un'ideologia politica molto problematica come l'islamismo, che è liberticida e in netto contrasto con i valori occidentali».
L'islamofobia è diventata un paravento contro le critiche all'islam politico e radicale? «Il problema è proprio questo, si fa di tutta l'erba un fascio. Si mettono insieme episodi violenti di razzismo e si accomunano ad azioni e parole di chi, in maniera civile, esprime preoccupazione sull'avanzare dell'ideologia islamista. Il paradosso è che il problema è più forte in Occidente».
È più difficile parlare di islamismo in Occidente? «Persino in Arabia Saudita e più in genere nei Paesi a maggioranza musulmana è più facile parlare di islam politico. In Occidente c'è un mix di ignoranza e politically correct, che viene sfruttato dagli islamisti e rende più difficile un dibattito costruttivo. Anche perché l'accusa di razzismo più di ogni altra manda in soggezione l'interlocutore».
Com'è possibile che per un dossier sull'islam, la Ue dia credito e finanziamenti a una fondazione legata al presidente turco Erdogan, che punta spesso il dito contro l'Occidente e i suoi valori? «Non mi stupisce, si tratta in una dinamica abbastanza comune. Causata da un insieme di fattori, che sono spesso la faciloneria a livello burocratico e una certa pigrizia. In sostanza la Ue dà fondi contro l'islamofobia, come è giusto che sia, ma non va a fondo per capire con chi interagisce. Si limita a criteri formali e non sostanziali di supervisione. Non finanzia terroristi o criminali bensì soggetti che dal punto di vista formale avranno anche un dottorato, ma a un'analisi più politica non hanno neutralità e obiettività necessarie. Nel caso specifico, Seta è il think tank di Erdogan, il centro studi di riferimento del partito Akp».
Dove cresce e prolifera l'islamismo in Europa? «Dobbiamo distinguere fra islamismo violento e non violento. Il primo prolifera in cercare, sul web, e l'attrattiva dell'ideologia jihadista ha fatto presa tra le seconde e le terze generazioni del centro-nord Europa, meno in Italia. Poi c'è l'islamismo non violento. I tedeschi lo chiamano legalista. Non opera in maniera illegale, ma nei limiti della legge, con attività che a lungo andare sono problematiche per la coesione sociale, disaggreganti e persino sovversive».
Nelle scuole per esempio? «Sì, le scuole dove si predica un'adesione all'islam radicale e i luoghi in cui il mondo viene descritto come un posto dove esistono i musulmani da una parte e poi gli altri e dove il ruolo della donna e la libertà di religione sono percepiti in maniera diversa dal sentire comune in Europa».
Ma anche dai diritti fondamentali. «Sì, entrambi. Non a caso il governo austriaco sotto il cancelliere Kurz ha individuato nelle scuole uno degli ambienti principali su cui intervenire. Partendo da piccoli segnali, come quando si dice ai bimbi che andando alla festa di compleanno di un compagno cristiano si finisce all'inferno. A Vienna i bambini di religione musulmana sono attorno al 30% nelle scuole primarie. Inculcare questa mentalità crea problemi nel medio e lungo termine».
Chi sono le principali vittime dell'islamismo? «In primis sono i musulmani. La prima forma di pressione, sociale e anche fisica, viene esercitata su chi, nella comunità musulmana, non sottostà a questa visione. L'ideologia islamista vede chiunque non la pensi come lui come un nemico. Ma l'islamismo e le forme di antisemitismo nella comunità musulmana sono una delle ragioni principali per cui l'Europa sta diventando un luogo inospitale per gli ebrei».

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