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Il Giornale Rassegna Stampa
12.08.2019 Giorno di guerriglia a Gerusalemme
Commento di Fiamma Nirenstein

Testata: Il Giornale
Data: 12 agosto 2019
Pagina: 10
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «Giorno di guerriglia a Gerusalemme»
Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 12/08/2019, a pag.10 con il titolo "Giorno di guerriglia a Gerusalemme" il commento di Fiamma Nirenstein


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Fiamma Nirenstein

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E' colpa della luna che decide i calendari religiosi sia ebraico che musulmano. Ed è una fortuna che le cose siano finite senza morti, anche se con 40 feriti di cui 4 poliziotti e qualche fermato. Ma l'umore è pessimo da parte Israeliana e Palestinese. Due ricorrenze si sono date appuntamento sulla spianata del Tempio, o se si vuole delle Moschee, a Gerusalemme. E qui che durante tutta la mattinata si sono scontrati con la polizia e poi con gruppi di ebrei folle musulmane irate convenute nella celebrazione della festa di Eid al Ahda, o del Korban, il giorno del sacrificio: venerdì l'Waqf, l'organizzazione che sovrintende ai luoghi santi musulmani, ha chiamato le folle a raccolta alla Moschea di Al Aqsa e alla Moschea della Roccia per prevenire gli ebrei dalla salita alla loro spianata del secondo tempio, su cui sono state poi costruite le Moschee. La ragione è un concentrato delle guerre di religione, che pugnale lo status quo di sacra osservanza a Gerusalemme: gli ebrei infatti ieri avevano in calendario Tisha be Av, il 9 del mese di Av, in cui il Tempio fu distrutto dai Romani nel 70 d.C. Da allora, anzi, dalla distruzione persiana del Primo Tempio nel 423 a.C che cadde nella stessa data, il popolo ebraico si dispera nel ricordo di come perse la sovranità sulla sua adorata Gerusalemme. E di fronte al Muro del Pianto piange: esso nei secoli è rimasto l'unico grande testimone di pietra, il Kotel, il Muro Occidentale cui si fa pellegrinaggio (non solo gli ebrei! Ricordiamo Giovanni Paolo II)) e ai cui pertugi si affidano i bigliettini con preghiere e confidenze dirette al Padreterno. Giuseppe Verdi, quando scriveva "Va pensiero" descriveva esattamente lo stato d'animo di Tisha be Av allora in Persia. Ieri la polizia aveva deciso, data la coincidenza delle feste, di proibire agli ebrei di salire sulla Spianata: poi la scena è cambiata, e si è tornati, in una situazione molto tesa dopo gli scontri, e mentre gruppi di ebrei spingevano per salire sul Monte del Tempio, a riaprire la porta dopo le dieci. La spinta era prevalentemente politica:da parte religiosa ci sono molti saggi rabbini che ritengono che non si debba pregare affatto sul Monte del Tempo finchè non sia ricostruito (profezia che somiglia molto a una metafora) il Tempio distrutto. Dal 1967 la ricorrenza di Tisha be Av potrebbe essere meno drammatica di quando Gerusalemme era divisa e i Giordani regnavano sulla parte Est. Oggi nel piangere (e anche digiunare!) c'è una certa discrasia: Gerusalemme è unita. Ma la pace non è in vista. L'odio, come ai tempi della distruzione, non è debellato. In questi giorni attacchi terroristici hanno funestato tutta Israele, a Gerusalemme come sui confini o nel Gush Etzion vicino a Gerusalemme, come sul confine con Gaza, dove regna Hamas.L'assassinio del diciannovenne Dvir Sorek, che andava a scuola portando in regalo al suo rav un libro di David Grossman (e questo dovrebbe insegnare qualcosa sui terribili "coloni" ritenuti in genere oscurantisti trinariciuti) è stato seguito da altri due episodi di feroce furbizia di Hamas che manda i suoi uomini armati travestendoli, nelle dichiarazioni, da "giovani spazientiti".Venerdì in quattro sono stati fermati mentre passavano da Gaza in Israele armati fino ai denti, pronti per quello che si è diagnosticato come attacco terrorista di massa. Poi stamani presto uno scontro a fuoco ha freddato un giovane travestito da soldato israeliano, sempre proveniente da Gaza. Hamas gioca col fuoco, protetta da un'altra fragilità israeliana, quella sul confine al Nord, quello con la Siria, da cui proviene il peggiore pericolo, quello iraniano e degli Hezbollah. Ieri nelle tante riflessioni su Tisha be Av, in piena campagna elettorale, molti israeliani si chiedevano come si può essere tanto divisi in Israele. E si rispondevano: "Non si può. Eppure lo siamo". La democrazia porta anche a questo paradosso.

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