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Il Giornale Rassegna Stampa
16.06.2019 Finalmente licenziato il direttore del Museo Ebraico di Berlino
D'accordo anche Daniel Libeskind. Cronaca di Daniel Mosseri

Testata: Il Giornale
Data: 16 giugno 2019
Pagina: 15
Autore: Daniel Mosseri
Titolo: «Il mio museo ebraico sulla strada sbagliata. Giuste le dimissioni del direttore Schäfer»

Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 16/06/2019, a pag.15, con il titolo "Il mio museo ebraico sulla strada sbagliata. Giuste le dimissioni del direttore Schäfer" l'intervista di Daniel Mosseri a Daniel Libeskind

a destra: Museo ebraico di Berlino

Ce n'è voluto del tempo per le dimissioni del direttore del Museo Ebraico di Berlino. Sotto la direzione di Peter Schäfer era diventato un centro di propaganda contro Israele, al punto che alcuni mesi fa era stato lo stesso governo israeliano a chiederne l'allontanamento, con lo stop dei finanziamenti da parte della municipalità di Berlino. Era stato Schäfer a invitare la lesbica ebrea americana Judith Butler, fanatica odiatrice di Israele, responsabile della invenzione del Pinkwashing, a tenere una conferenza mettendole a disposizione una platea di 500 persone! Se aggiungiamo le altre iniziative richiamate nel pezzo di Daniel Mosseri, dovremmo chiedere anche le dimissioni di chi nominò Schäfer direttore.
Il movimento BDS dovrebbe conferirgli la medaglia d'oro, ha fatto più propaganda lui contro Israele di chiunque altro!
Molto opportuna l'intervista a Daniel Libeskind, cui si deve la costruzione del Museo, parole chiare che confermano la giustezza del licenziamento del signor Schäfer. Con le credenziali che, troverà sicuramente in Iran un museo pronto ad accoglierlo. 

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Daniel Mosseri  Peter Schäfer,adesso riderà di meno

Berlino- Peter Schäfer, il direttore del Museo ebraico di Berlino (Jmb), si è dimesso «per evitare ulteriori danni» a un luogo della cultura che attira oltre 700mila visitatori l'anno. Le sue dimissioni sono state accettate da Monika Grütters, sottosegretario di Stato in quota Cdu e commissaria del governo federale per la Cultura e i Media. Poche ore prima la Jüdische Allgemeine, il mensile del Consiglio centrale degli ebrei tedeschi, aveva sollecitato l'allontanamento di Schäfer, un esperto di Giudaistica, accusandolo di aver distrutto la reputazione del museo con il suo atteggiamento pervicacemente antisraeliano.
La lista è lunga ma basterà ricordare qualche esempio: il 18 maggio il Parlamento approva a larghissima maggioranza una mozione che definisce antisemita il Bds, ossia il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele. Boicottare a prescindere merci e cittadini dello stato ebraico, siano essi militari, accademici, sportivi, sopravvissuti alla Shoah o artisti, «ricorda la fase più terribile della storia tedesca», scrivono i deputati tedeschi, secondo cui gli appelli del Bds contro i prodotti israeliani «rievocano lo slogan nazista Kauf nicht bei Juden».
Tutti d'accordo dalla destra di AfD ai social-comunisti della Linke.
A dissentire invece è Schäfer, che poco dopo usa l'account Twitter del Museo ebraico per rilanciare un controappello di 240 intellettuali israeliani secondo cui la mozione è un errore. Nel twittare l'appello pro-Bds, il direttore aggunge l'hashtag #mustread (#letturaobbligata).
Uno scivolone aggravato dalla tendenza del direttore alla recidiva.
Mesi prima lo Jüdisches Museum Berlin aveva ospitato la mostra Welcome to Jerusalem suscitando molte polemiche. Secondo molti visitatori la mostra rifletteva solo la prospettiva musulmana e palestinese sulla Città Santa.
Per il Forum ebraico per la democrazia e contro l'antisemitismo «il sionismo veniva descritto come un elemento di disturbo in una regione altrimenti armoniosa».
Alle proteste di Israele, della comunità ebraica berlinese e del deputato verde tedesco Volker Beck secondo cui la conquista israeliana di Gerusalemme Est nel 1967 veniva descritta come «un atto unilaterale e ingiustificato», Schäfer aveva risposto osservando che «i punti controversi permettono ai visitatori di formare un giudizio autonomo».
Intervistato dal Tagesspiegel, il direttore aveva però anche chiarito che il museo non appoggiava alcun un movimento politico, Bds incluso. Eppure lo stesso Schäfer aveva poi invitato a visitare l'esposizione Seyed Ali Moujani, rappresentante del Consiglio culturale iraniano.
Con l'esponente del regime anti-israeliano per eccellenza, Schäfer aveva poi convenuto sul fatto che equiparare antisemitismo e antisionismo fosse un errore, con grave imbarazzo di Grütters e del governo federale.
«La misura è piena - ha concluso il presidente del Consiglio centrale degli ebrei tedeschi Josef Schuster - la struttura è fuori controllo: sarà anche un museo ma non è certo "ebraico"».
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Daniel Libeskind

Inaugurato nel 2001, lo Jüdisches Museum Berlin è associato al nome del suo «papà», l'archistar dai natali polacchi e dal passaporto statunitense Daniel Libeskind. A Libeskind abbiamo chiesto un giudizio sulla gestione Schäfer dello Jmb.
«Il professor Schäfer è uno storico molto rispettato. Tuttavia, dalle polemiche sorte nei mesi scorsi è chiaro che il museo ebraico era sulla strada sbagliata. Trovo dunque le sue dimissioni opportune».
Quando ha disegnato il museo, avrebbe mai immaginato che sarebbe potuto diventare un centro per la diffusione della narrativa antisionista?
«Il mandato del museo ebraico è quello di comunicare la storia ebraica tedesca nel passato e verso il futuro. La sua missione principale è anche quella di creare mostre che affermino l'identità ebraica in Germania, e nel mondo in generale».
Che cosa aveva in mente quando ha ideato il museo?
«II mio obiettivo era quello di riconoscere che sebbene la storia sia irreversibile, il museo deve riflettere speranza e ottimismo. E questo è particolarmente importante in una fase di crescita e di "normalizzazione" dell'antisemitismo, del razzismo e della xenofobia».
Professionista di fama globale, d'adozione Libeskind è anche un po' meneghino, e al suo nome è associata una delle tre torri di CityLife. Gli chiediamo dunque di spiegarci qual è secondo lui la chiave per il futuro architettonico di Milano. «Milano sta rapidamente diventando una delle città di maggior successo in Europa. Molto ha a che fare con la leadership del suo sindaco Beppe Sala e con gli importanti interventi di riqualificazione urbana della città, che sono al tempo stesso sostenibili e culturalmente significativi».
La trasformazione del vecchio in nuovo vale solo a Milano?
«Questa trasformazione vale per tutte le città europee che lottano per bilanciare le tradizioni storiche con le esigenze contemporanee dei loro cittadini».
Crede che Venezia dovrebbe lasciare passare le grandi navi da crociera vicino alle sue fondamenta?
«No», risponde Libeskind. «Il passaggio dovrebbe essere proibito: le grandi navi distruggono l'ambiente».

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