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Il Giornale Rassegna Stampa
12.02.2019 Quando l'Italia liberale aiutò la nascita di Israele
Commento di Ofir Haivry

Testata: Il Giornale
Data: 12 febbraio 2019
Pagina: 32
Autore: Ofir Haivry
Titolo: «Così l'Italia di Sonnino aiutò la nascita di Israele»

Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 12/02/2019, a pag. 32 con il titolo " Così l'Italia di Sonnino aiutò la nascita di Israele" il commento di Ofir Haivry, Vice-presidente dell'Istituto Herzl di Gerusalemme

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Ofir Haivry                             Sidney Sonnino (seduto)

Cent'anni fa, si apriva la Conferenza di Parigi (18 gennaio 1919 - 21 gennaio 1920) che segnò la conclusione formale della Prima guerra mondiale. Tra le varie conseguenze che ebbe, una delle più importanti fu il riconoscimento dei diritti nazionali del popolo ebraico. Quasi ignoto è il ruolo a tratti decisivo che ebbe l'Italia nel raggiungere questo obiettivo. Il persona o centrale fu il barone Sidney Sonnino, già premier nel 1906 e 1909-1910, ma influente ministro degli Esteri tra 1914-1919. Figura insolita nell'Italia di allora, Sonnino era un anglicano di padre italiano d'origine ebraica e madre inglese; per molti aspetti simile a Benjamin Disraeli: era un intellettuale e un outsider che diventò il leader della destra nel suo Paese, rimanendo consapevole e fiero delle origine ebraiche. Quando scoppiò la Prima guerra mondiale nell'agosto 1914, il Movimento sionista riconobbe che gli assetti internazionali stavano per cambiare e che si offrivano nuove alleanze al fine di realiziare il sogno dello Stato ebraico. In Italia gli sforzi furono diretti principalmente da Angelo Sullam, segretario della Federazione Sionistica Italiana. Già nel 1914 Sullam, assieme al sionista Russo Pinhas Ruthenberg, incontrò Gaetano Mosca, anche lui ebreo e al tempo sottosegretario per le Colonie. I due gli proposero di far partecipare l'Italia alla creazione di unità militari ebraiche che combattessero a fianco degli Alleati - Gran Bretagna, Francia e Russia, guadagnando cosi un posto ai tavoli diplomatici del dopoguerra. Ma l'Italia, al tempo ancora formalmente alleata agli Imperi Centrali e il tentativo sionista sfumò. Dopo maggio 1915, l'Italia entrò nel conflitto mondiale dalla parte degli Alleati e si aprirono nuove prospettive. Gli sforzi sionistici cominciarono ad aver frutto verso la fine del 1916, quando il premier britannico Asquith, molto avverso al sionismo, fu rimpiazzato nel ruolo da David Lloyd George. Già rappresentante legale in Inghilterra di Teodoro Herzl (il fondatore del Movimento Sionista), Lloyd George era, come il suo ministro degli Esteri Lord Arthur Balfour, entusiasticamente pro-sionista. Perdi più il governo britannico riteneva che gli accordi Sykes-Picot per la futura spartizione tra Gran Bretagna e Francia dei territori Ottomani fossero stati troppo generosi. Un territorio ebraico sotto protezione Britannica avrebbe migliorato le posizioni. Il principale ostacolo alla creazione di un entità politica ebraica sotto protezione Britannica, era la prevista opposizione della Francia a cambiamenti negli accordi Sykes-Picot. Diventò cruciale per i sionisti portare una potenza alleata che non fosse la Gran Bretagna ad appoggiare il loro progetto. La potenza ideale forse sarebbe stata la Francia, ma Parigi si provò schiva e ambigua. La svolta venne durante la visita a Roma del Segretario Generale del Movimento Sionista, Nahum Sokolow, nel maggio 1917. Fu deluso del vago ed elusivo incontro con il premier, Paolo Boselli. Ma il 21 maggio, insieme ad Angelo Sereni, presidente del Consorzio delle Comunità israelitiche Italiane, Sokolow incontro Sidney Sonnino, ministro degli Esteri. Successivamente all'incontro il ministro preparò una lettera formale indirizzata a Sokolow, in cui dichiarava che, sebbene non potesse esprimersi definitivamente in merito a una proposta riguardante tutti gli alleati, in linea generale non era contrario alle legittime rivendicazioni degli ebrei sulla loro patria storica. Fu questo in assoluto il primo riconoscimento da parte di una potenza mondiale dei diritti nazionali ebraici - esattamente l'apertura che il sionismo aveva lungamente cercato. Con la lettera di Sonnino in tasca, Sokolow parti per Parigi. Fino a quel punto i diplomatici Francesi che aveva incontrato, nella tradizione del Quai D'Orsay, sembravano in parti eguali simpatetici, evasivi e frustranti. Ma con la lettera italiana Sokolow poteva far penzolare davanti ai suoi interlocutori la prospettiva di salire sul treno sionista o rischiare di restare a piedi. Infatti, il 4 giugno, con l'approvazione di Alexandre Ribot, premier e ministro degli Esteri francese, una lettera che esprimeva «guardinga» simpatia francese per la causa sionista fu rilasciata a Sokolow da Jules Cambon, capo della sezione politica del ministero degli Esteri. A Sokolow era proibito rendere pubbliche le due lettere ma al suo ritorno a Londra, le presentò al Foreign Office britannico, come prova della disponibilità delle due potenze alleate ad appoggiare un'iniziativa britannica. Dopo mesi di preparativi, il 2 novembre 1917, Lord Balfour finalmente rilasciò la famosa lettera pubblica in cui dichiarava il sostegno britannico per erigere una «Casa Nazionale» degli ebrei, nella antica terra di Israele. Negli anni successivi, anche gli altri alleati, Francia, Stati Uniti e perfino Giappone pubblicarono simili lettere di sostegno per l'obiettivo sionista. La versione italiana affermava l'impegno del governo italiano di facilitare la formazione di «un centro nazionale ebraico». L'atto finale in questa vicenda diplomatica avvenne durante la conferenza di Parigi, dove furono formulate le disposizioni politiche e le nuove frontiere risultanti dalla guerra. Il 25 gennaio 1919 la conferenza approvò la fondazione della Lega delle Nazioni sotto i cui auspici si sarebbe creato un sistema di «mandati», per guidare aree dell'ex-impero ottomano verso l'autogoverno. Il passo cruciale per i sionisti divenne allora il ruolo a loro assegnato nel «mandato» britannico. Il 3 febbraio, il movimento sionista presentò agli Alleati un documento che proponeva di promuovere «il diritto degli ebrei a ricostituire» nella loro storica terra, una «Casa Nazionale» attraverso il sostegno di immigrazione, insediamento e autogoverno nell'area designata. 11 27 febbraio 1919 si tenne l'incontro decisivo dei rappresentanti sionisti con le delegazioni degli Alleati alla conferenza, per discutere il documento. Partecipano da parte sionista oltre a Sokolow anche Haim Weizmann presidente della Federazione Sionistica Britannica, e Men enUssishkin, segretario del Congresso sionista. I delegati presenti all'incontro erano Balfour e Lord Alfred Milner (Gran Bretagna), Stephen Pichon e André Tardieu (Francia), Robert Lansing e Henry White (USA), Makino Nobuaki (Giappone), e per l'Italia, Sonnino. Ma prima che iniziasse l'incontro, si apprese che la delegazione francese aveva aggiunto a sorpresa un ulteriore invitato, Sylvain Levi, presidente del'organizzazione educativa ebraica-francese Alliance Israélite Universelle. L'incontro si apri con la presentazione della proposta da parte dei rappresentanti sionisti. Poi si alzo Levi e confermò i sospetti sionisti riguardo ai motivi per cui era stato invitato dai francesi. Con ovvio intento di minare il progetto sionista, Levy espresse gravi dubbi a proposito della sostanza e praticabilità del medesimo. Dopo la replica di Weizmann all'intervento di Levi, fu il turno delle delegazioni. A nome della Gran Bretagna, Balfour fu esplicito nel suo sostegno al punto di vista sionista. I francesi, non sorprendentemente, furono scettici ma si astennero da ripudiare esplicitamente la proposta. Lansing, il segretario di Stato Usa chiese ai sionisti cosa significasse l'espressione «casa nazionale» nel loro documento. Weizmann rispose che la frase indicava l'aspettativa che, grazie all'immigrazione e sviluppo della popolazione ebrea, la terra sarebbe diventata ebraica come l'America era diventata americana e l'Inghilterra inglese. Il delegato Giapponese invece mostrò indifferenza e non partecipò al dibattito. Fu allora il turno di Sonnino. Si alzò e tenne un discorso risoluto, chiarendo che, come Balfour, anche lui era «molto soddisfatto» della replica di Weizmann alle obiezioni di Levi, e che l'Italia sosteneva la posizione sionistica. L'intervento schietto e diretto di Sonnino, allineando la posizione italiana a quella britannica, ebbe l'impatto necessario per rompere l'impasse che i francesi avevano tentato di creare. La delegazione sionista lascio l'incontro con la sensazione che, nonostante i tentativi francesi, gli Alleati rimanessero fedeli all'interpretazione sionistica della dichiarazione di Balfour. La sensazione si confermò esatta nei giorni successivi, quando discussioni diplomatiche rivelarono che gli Alleati avevano raggiunto un consenso circa l'emanazione di un mandato britannico, destinato a realiziare gli obiettivi sionistici. La caduta del governo Italiano il 23 giugno, terminò la partecipazione attiva di Sonnino alla conferenza (lasciò Parigi dopo aver firmato i Trattati di Versailles, il 28 giungo). Ma il suo intervento era già stato decisivo. Nel luglio del 1922, dopo altri contrattempi e divergenze, la Lega delle Nazioni conferì alla Gran Bretagna il Mandato sulla Palestina (Erez-Israel). Quattro mesi dopo, Sonnino era già deceduto, ma aveva vissuto quanto bastava per vedere realizzato il grande obiettivo al quale l'Italia aveva fornito un impulso decisivo.

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