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Il Foglio Rassegna Stampa
27.02.2024 Michigan, primo test per Biden su Israele
Analisi di Giulio Silvano

Testata: Il Foglio
Data: 27 febbraio 2024
Pagina: 7
Autore: Giulio Silvano
Titolo: «Alle primarie del Michigan il primo test per Biden su Israele»

Riprendiamo dal FOGLIO  di oggi, 27/02/2024, a pag. 7, con il titolo "Alle primarie del Michigan il primo test per Biden su Israele", l'analisi di Giulio Silvano

Biden faces backlash vote over Gaza in Michigan primary
Democratici pro-Pal contestano Biden, in campagna elettorale in Michigan. Un elettorato estremista che potrebbe voltare le spalle al presidente

“Finché gli Stati Uniti ci saranno, e ci saranno per sempre, non vi lasceremo mai soli”, ha detto con commozione e sicurezza il presidente Joe Biden dopo l’attacco di Hamas. “Lo stato di Israele è nato per essere un posto sicuro per gli ebrei del mondo. Lo dico da molto tempo: se Israele non esistesse, dovremmo inventarlo”. Non tutti hanno accettato il sostegno che la Casa Bianca ha dato in questi mesi a Tel Aviv, per esempio parte della comunità musulmana d’America.
Oggi si vota alle primarie democratiche in Michigan, uno stato con oltre 200 mila cittadini musulmani. E’  anche grazie a loro se Biden ha battuto Donald J Trump in questo swing state nel 2020. La comunità musulmana-americana in tutto il paese, per il 73 per cento, aveva votato per il candidato democratico. Adesso, dopo Gaza, solo il 17 per cento di loro dice che sarebbe disposto a rivotarlo a novembre. Le primarie di quest’anno sono una formalità per i democratici, ma per protestare contro il ruolo di Biden in medio oriente, per far sentire la voce della comunità, molti pacifisti, anti israeliani e arabi democratici del Michigan hanno deciso che voteranno “uncommitted”, senza quindi assegnare la preferenza a nessuno nella scheda. Alla causa si stanno interessando anche alcuni gruppi di afroamericani e millennial vicini alla causa palestinese. E’ partita così una campagna – “Listen to Michigan” – che vuole mandare un segnale a Washington e a Biden. Come se a Capitol Hill non ci fosse chi, anche dentro il partito, fin dall’inizio attacca l’esistenza stessa di Israele, “paese razzista”, e parla di genocidio: la deputata democratica del Michigan, Rashida Tlaib, che fa i comizi con la kefiah e che aveva subito individuato Israele come il responsabile della distruzione dell’ospedale di Gaza. Quando poi si scoprì che era saltato in aria a causa dei missili di Hamas, lei comunque non si scusò. Tlaib è una dei quattro membri musulmani del congresso ed è parte della Squad della sinistra socialista capitanata da Alexandria Ocasio-Cortez (invece molto meno radicale sul tema). “Sapete tutti che Trump minaccia la nostra democrazia. E Biden sta rischiando che quest’uomo torni al potere a causa del suo appoggio al governo più estremista, più di destra della storia di Israele”, ha detto Tlaib domenica, in un discorso ben poco logico: è colpa di Biden se vince Trump. Oltre a “Listen to Michigan” è nato in Pennsylvania un altro gruppo, “Abandon Biden”, che invita a non votare per il presidente a novembre per via dell’invio di aiuti a Israele. Anche l’organizzazione del senatore Bernie Sanders, “Our Revolution”, sembrerebbe interessata a unirsi alla campagna per il voto “uncommitted” in Michigan per far cambiare a Biden la sua politica in medio oriente.
La popolazione musulmana rappresentato soltanto l’1,1 per cento nel paese, ma molte comunità sono concentrate negli swing state, i territori più contesi dai candidati, spesso necessari per vincere le presidenziali. E infatti in Michigan Biden ci era andato a gennaio, dopo aver condannato le azioni dei coloni israeliani in Cisgiordania, per cercare di ritrovare un po’ di simpatia da parte degli arabi-americani. E ha anche creato una task force con a capo Samantha Power per di tamponare il problema. Power, già ambasciatrice all’Onu durante l’Amministrazione Obama, è stata inviata per cercare di ricucire i rapporti con le comunità che vedono in Biden un responsabile delle morti dei civili di Gaza. Molti leader musulmani del Michigan si dicono traditi dalla Casa Bianca. Il sindaco democratico di Dearborn, dove c’è la più grande moschea d’America, ha parlato di Biden come di un “complice di uno dei più orribili crimini di guerra che si siano mai visti, finanziato con i soldi delle nostre tasse”. E ha aggiunto: “Non siamo abbastanza numerosi per far vincere qualcuno, ma siamo sufficientemente numerosi per far perdere un candidato”. Un articolo del Wall Street Journal di recente ha chiamato Dearborn, poco fuori Detroit, “la capitale americana della jihad”.
La minaccia per il presidente c’è, e molti gli ricordano che senza il Michigan non si vince Pennsylvania Avenue. I musulmani vogliono punire Biden per il suo sostegno a Israele. Dimenticandosi chi c’è dall’altra parte. Scordandosi qual è l’alternativa: un candidato, ex presidente, che quando era in carica aveva firmato il muslim ban, vietando l’ingresso a cittadini di varie nazioni musulmane. Un presidente che diceva nel 2016: “l’Islam ci odia” e che scelse un consigliere per la sicurezza nazionale che diceva “l’Islam è un cancro”.

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