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Il Foglio Rassegna Stampa
11.01.2020 Iran regime terrorista e corrotto, ma il francese Garaudy è tra gli ideologi degli ayatollah
Due servizi di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 11 gennaio 2020
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Tu chiamala nomenklatura di Allah - L'amico francese di Khamenei»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 11/01/2020, a pag.1-I, con i titoli "Tu chiamala nomenklatura di Allah", "L'amico francese di Khamenei" due commenti di Giulio Meotti.

Ecco gli articoli:

"Tu chiamala nomenklatura di Allah"

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Giulio Meotti

Roma. In un bosco in riva al lago di Wandlitz, a nord di Berlino, circondata da alte mura e vigilata da un reparto speciale, sorgeva "Honecker City" o "Volvograd", dal nome delle lussuose auto svedesi guidate dagli alti papaveri comunisti (per il popolo c'era la Trabant). LI vivevano i notabili della Ddr. Negozi speciali con generi introvabili, ville con piscine arredate con legni e marmi pregiati, elettrodomestici della Germania occidentale. Anche la Rivoluzione iraniana ha la sua Wandlitz. "Molti di voi si chiedono dove siano i figli dei capi del regime? A breve riveleremo informazioni interessanti! Seguiteci". E' l'annuncio del canale in lingua farsi dell'esercito israeliano. Seguito da una serie di fotografie. "Il figlio dell'ex vicepresidente Aliabadi accanto a macchine di lusso". "Il nipote di Khomeini alla guida di una Bmw". "Il matrimonio del figlio dell'ambasciatore iraniano in Danimarca in uno dei luoghi più costosi di Teheran. Le figlie di alti funzionari che indossano pantaloncini, mentre le persone `normali' sono condannate alle frustate per non aver indossato il velo". E ancora: "Il figlio dell'ex presidente Khatami all'estero". Più di 4.000 "aghazadeh" (i figli dei ricchi funzionari del regime iraniano) stanno studiando nel Regno Unito. L'impero finanziario del leader supremo, Ali Khamenei, vale almeno 95 miliardi di dollari. Secondo Reuters, Khamenei, il figlio Mojtaba e altri membri della famiglia hanno portato il denaro in banche estere, dalla Svizzera agli Emirati arabi. L'economista iraniano Manouchehr Farahbakhsh, che vive a Londra, ha detto che "da semplici agricoltori prima della rivoluzione islamica sono diventati miliardari". La ricchezza di Mojtaba, secondogenito di Khamenei, è stimata in tre miliardi di dollari. Il terzo figlio di Khamenei, Seyyed Masoud, responsabile della gestione di molte delle istituzioni estremamente redditizie della Guida suprema, ha accumulato più di 400 milioni. Il figlio minore di Khamenei, Maitham, ha sposato la figlia di uno dei più famosi commercianti iraniani. La figlia maggiore di Khamenei, Bushra, ha sposato il figlio del direttore dell'ufficio del padre, Mohammed Jelbaidjani. L'altra figlia di Khamenei, Hoda, ha un grande interesse per gli abiti firmati e possiede un salone di bellezza. Un nipote di Khamenei, Hassan, ha la responsabilità delle trasmissioni televisive statali, oltre che dell'acquisto di telecamere e altre apparecchiature elettroniche per le stazioni televisive del regime. Il genero di Rohani, Kambiz Mehdizadeh, è stato costretto a dimettersi dopo solo due giorni come capo del Servizio geologico dell'Iran a seguito di accuse di corruzione. Rasoul Tolouei, figlio di un comandante della Guardia rivoluzionaria, è stato fotografato a una festa sontuosa per la figlia di due anni. Il figlio di un diplomatico, Sasha Sobhani, su Instagram posta immagini del suo stile di vita "decadente" in occidente. E così via. Mahmoud Bahmani, ex governatore della Banca centrale iraniana, si è unito alla critica, dicendo che oltre cinquemila "bambini ricchi" del regime vivono al di fuori dell'Iran e che "assieme hanno 148 miliardi nei conti bancari", più delle riserve di valuta estera del paese. Intanto, statistiche della Banca mondiale hanno rivelato che l'Iran ha avuto uno spaventoso tracollo economico negli ultimi quarant'anni a seguito del dominio clericale. Le stime della Banca mondiale, basate sul potere d'acquisto iraniano tra il 1976 e il 2017, rivelano che durante questo periodo un iraniano medio è diventato del 32 per cento più povero di prima. Inoltre, più del 40 per cento della popolazione iraniana vive al di sotto della soglia di povertà. I mostafazin, i sanculotti della rivolta iraniana contro lo scià, sono sempre più poveri, mentre i khomeinisti sono sempre più ricchi. E' la regola di ogni rivoluzione che si rispetti. Accadde anche in Unione sovietica, come denunciò Michael Voslensky in "Nomenklatura" (Longanesi). Un mondo di nepotismo, dal figlio di Breznev, al ministero del Commercio estero, al genero di Kruscev, che divenne d'un colpo membro del Comitato centrale; un mondo di cimiteri separati, affinché non dovessero mescolarsi nella terra con i proletari; fino ai pigiami comprati ai magazzini Lafayette e alla moquette rosa in ufficio. La vecchia storia d'ingordigia e ipocrisia degli orti, loro in russo, quelli che fanno la rivoluzione.

"L'amico francese di Khamenei"

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Ali Khamenei, Roger Garaudy

“Vittoriosa rivolta a Teheran". Fu il titolo sulla prima pagina di Libération del 12 febbraio 1979, quando l'Ayatollah Khomeini prese il potere nella nuova Repubblica islamica dell'Iran per stabilire una delle peggiori dittature mai esistete: una teocrazia sciita basata sulla legge coranica, la sharia. Marc Kravetz, inviato speciale del quotidiano della gauche francese, ex leader del maggio '68 diventato cronista, racconta la "prima grande serata" della rivoluzione: "Verso le 21 abbiamo sentito le prime grida. `Allahou Akhbar'. Non era più uno slogan, non era più un grido di protesta, ma una musica pura, proveniente dalle origini, bella come il canto dei lupi. `Allahou Akhbar'. Su tutti i tetti della città, da nord a sud, da est a ovest, le voci si rispondevano a vicenda. `Allahou Akhbar"'. Per l'occasione, anche Serge July, potentissimo direttore di Libération dal 1973 al 2006, si recò a Teheran, dove cadde in estasi davanti all"`energia liberatrice" del "grido di guerra santa" e del "socialismo sciita dei khomeinisti". July incontra gli imam dell'entourage di Khomeini per convincersi che "il "partito di Allah' sta ricostruendo una vita comunitaria". Due giornalisti di Libération, Claire Brière e Pierre Blanchet, arrivati nella capitale iraniana in compagnia di Khomeini con il volo speciale Air France, furono esautorati perché troppo critici della nascente dittatura in turbante. Note sono le pagine entusiaste su Khomeini che scrisse un filosofo come Michel Foucault sul Corriere della Sera e altrove, dove elogiò "l'insurrezione di uomini a mani nude che vogliono sollevare l'enorme peso che pesa su ognuno di noi", "la prima grande insurrezione contro i sistemi planetari". Ci fu il viaggio di Jean-Paul Sartre a Teheran. "Non ho religione, ma se ne avessi sarebbe quella di Ali Shariati", disse Sartre, riferendosi all'ideologo della rivoluzione iraniana, che aveva studiato alla Sorbona, che era stato discepolo del marxista Georges Gurvitch e che aveva tradotto in farsi "I dannati della terra" di Frantz Fanon. Molti di questi intellettuali francesi si pentiranno del proprio sostegno a Khomeini. Tranne uno. Qualche giorno fa, il sito della Guida Suprema dell'Iran Ali Khamenei (Khamenei.ir) ha pubblicato la trascrizione di una serie di incontri che il filosofo francese Roger Garaudy, scomparso nel 2012 a 98 anni, ha avuto con Khamenei, quando Khamenei disse all'intellettuale che "l'inimicizia dell'Iran contro gli Stati Uniti e il sionismo si basa su principi logici islamici; non c'è fanatismo razziale e religioso che regna sulla lotta antiamericana e antisionista della nazione iraniana". Khamenei tracciò un parallelo tra il regime sionista e i nazisti, aggiungendo: "Sionisti e nazisti hanno molto in comune. La spregevolezza di sostenere i sionisti non è inferiore a quella di sostenere la Germania nazista o Hitler, tuttavia, la civiltà materialista dell'America e dell'Europa non ha alcuna spiegazione per questa grande contraddizione". Prima del discorso di Khamenei, Garaudy disse: "I sionisti hanno tutte le leve del potere a portata di mano nella stampa americana. Gli Stati Uniti sono attualmente una colonia di Israele". "L'occidente ha fallito, ha fallito con la sua cultura, col suo modo di concepire e vivere i suoi rapporti con la natura, con gli altri uomini, con il divino", disse Garaudy. Ogni eretico per vocazione sceglie una chiesa e Garaudy aveva scelto il partito comunista. Professore di filosofia ad Albi, Garaudy incontra Maurice Thorez con il quale dibatte il "problema della convergenza fra comunisti e cristiani". Poi l'occupazione nazista, trenta mesi di prigionia in un campo algerino di Vichy, la scoperta del colonialismo francese. Nel 1945, alla fine della guerra, è ridotto a 51 chili. Arriva la Croix de Guerre. E Garaudy matura una visione comunista manichea: da una parte i buoni, dall'altra i cattivi. Incaricato dal potentissimo capo dell'ideologia sovietica Mikhaël Souslov di curare l'edizione francese delle opere di Lenin, Garaudy diventa l` “ideologo dell'epurazione". In un momento in cui Krushchev riconosce i crimini di Stalin, Garaudy aiuta Thorez a contrastare i cambiamenti in atto a Mosca. Fa fuori Laurent Casanova, responsabile degli intellettuali e della cultura. L'esperienza del Maggio francese, sosterrà, gli fece comprendere una "soggettività" troppo a lungo compressa. Con il Concilio Vaticano II, Garaudy è incaricato di tendere la mano ai cristiani. L'anticlericalismo esce dalla stampa comunista. Garaudy si impegna così tanto nel suo lavoro che gli intellettuali comunisti sospettavano che fosse tornato agli "ideali della giovinezza", quando voleva diventare sacerdote. Al congresso di Nanterre, Garaudy, nel silenzio assoluto, muove all'Urss gravi accuse divulgate in un libro, "Toute la vérité". Viene escluso dalla direzione e dal comitato centrale, ma resta ancora nella sua chiesa. A chi gli prospetta l'espulsione, Garaudy risponde: "Il partito è per me cib che rimane di meglio in Francia. Essere nel partito è la mia vita". Definisce Georges Marchais "becchino del Partito comunista". E' la resa dei conti. Il filosofo è tentato da un ritorno al cattolicesimo. Non trovò interlocutori e si disse "deluso dalla mediocrità intellettuale dei vescovi". Garaudy si rimette così a cercare una nuova chiesa, che dopo il cattolicesimo e il comunismo troverà nel Corano. Convinto forse di avere una missione sulla terra, alla fine trovò un ruolo, quello di utile idiota della rivoluzione iraniana. Quando andava a Teheran sotto lo Scià, Garaudy soggiornava a casa di Majid Rahnema, ministro dell'Istruzione, che era stato a lungo anche il rappresentante dell'Iran all'Onu. Poi l'amicizia con Farah Dibah che gli affida il compito di provvedere alle Case della cultura del paese i calchi dei cento capolavori della scultura mondiale. Il filosofo propone la creazione di un "Centro iraniano per il dialogo tra le civiltà", sul modello dell'omonimo istituto che Garaudy aveva creato a Ginevra nel 1974. Una fotografia lo mostra conversare con l'imperatrice alla sua inaugurazione nell'ottobre del 1977. In quell'occasione, Garaudy è segnato dall'incontro con il grande islamista Henry Corbin, professore alla Sorbona, specialista in sufismo e sciismo iraniano. Quando, a partire dal settembre 1978, a Teheran iniziano le manifestazioni di massa contro i Pahlevi, Garaudy osserva gli eventi dalla Francia. Si innamora del khomeinismo, avverso a "night club e cinema che hanno mostrato le produzioni più bestiali dell'occidente". "Una Repubblica islamica implica una democrazia comunitaria, associativa e partecipativa", scriveva. Elogia questa "mutazione dell'uomo". Colui che del Partito comunista francese sarà per lunghi anni la coscienza filosofica, che attraverso la lettura simultanea di Karl Marx e di Karl Barth giunse a porsi la domanda se "si pub essere cristiani e comunisti", si converte all'islam nel 1982, poche settimane dopo aver incontrato la futura moglie, la palestinese Salma Al-Farouki. Torna dal pellegrinaggio alla Mecca con il nome di "Ragaa Garoudy" (Ragaa, resurrezione). Parlando a una conferenza sul tema "L'islam e l'occidente", in occasione dei mille anni dalla fondazione dell'Università Islamica di al Azhar, davanti a una folla di personalità e duemila studenti entusiasti, Garaudy dipinge un quadro pessimistico della cultura occidentale che "muore non per mancanza di mezzi, ma per mancanza di scopo". Il presidente di al Azhar, lo sceicco Tayeb El Naggar, parla della vittoria della terza religione rivelata dicendo semplicemente: "Allah ha aperto il cuore di Ragaa". L'uomo che i suoi critici chiamavano "Cagliostro" fu protestante, cattolico, stalinista, candidato alle elezioni presidenziali francesi alla testa di una lista ecologico-pacifista, infine islamico. Nel libro "Promesses de l'Islam", Garaudy scrive: "L'occidente è un accidente. La sua cultura un'anomalia". E poi ancora: "Nella prospettiva dei millenni, l'occidente è il più grande criminale della Storia". E altrove: "Lo sviluppo dell'occidente è un'eccezione maledetta" (in "Pour un dialogue des civilisations"). Sul Monde del 17 giugno 1982, Garaudy inizia ad attaccare Israele e gli ebrei, la sua futura ossessione che confluirà in un libro-culto degli antisemiti e dei negazionisti, "I miti fondatori della politica israeliana" (il libro ebbe l'appoggio dell'Abbe Pierre). Quando torna a Teheran, non è solo il "professor Garaudy", ma uno di loro. L'il febbraio 1989, Giornata Nazionale, partecipa alle cerimonie organizzate per il decimo anniversario della Rivoluzione. Garaudy esalta questo episodio glorioso, per lui paragonabile al 1789 in Francia, quando "il chador divenne l'opposto dello strip-tease". Michel Crépu sull'Esprit parlerà di "Garaudy et l'apocalypse de l'occident"'. Garaudy è invitato ad assistere a una grande parata militare per le strade di Teheran, che rimane il ricordo più forte della sua visita: "Da qui, dalla tribuna, questa folla appare come un uccello favoloso con le ali spiegate. Ad entrambe le estremità, come sottile piume nere strette, gruppi infiniti di donne, vedove, madri in lutto, giovani ragazze con il velo funebre. Poi gli schieramenti strette con le uniformi marroni: quelle dei soldati in partenza. Sono le migliaia di volontari suicidi che si buttano con le loro cariche esplosive sui bersagli del nemico. Indossano il loro sudario come l'abito della morte". Erano adolescenti fanatici delle truppe Bassidje o Hezbollah, votati al martirio. Al suo ritorno in Europa, Garaudy si affretta a relativizzare la gravità della fatwa di Khomeini contro Salman Rushdie. Abbraccia il negazionismo della Shoah e viene difeso dai giornali del regime iraniano. E' trascinato in tribunale per aver violato una legge francese del 1990 che vieta la negazione di eventi storici designati come crimini contro l'umanità, oltre che di aver incitato all'odio razziale. Queste accuse, per le quali fu condannato nel 1998, avevano origine nel suo libro "I miti fondatori della politica israeliana", in cui dichiara: "Gli ebrei hanno sostanzialmente inventato l'Olocausto per il loro tornaconto politico ed economico". Fin dai primi giorni della causa a Parigi, gli studenti iraniani legati a Hezbollah manifestano al di fuori dell'ambasciata francese a Teheran. In attesa del verdetto, il 20 gennaio 1998, il presidente iraniano Mohammad Khatami. il "moderato". dice che "i governi occidentali non tollerano l'opposizione ai loro interessi ed è per questo che giudicano uno studioso per aver scritto un libro sui sionisti". Il governo iraniano gli fornisce un anticipo di diecimila rial, circa duemila dollari, per aiutarlo a pagare le spese processuali. L'ayatollah Ahmad Janati, segretario dei Guardiani della Rivoluzione, ordina che il libro di Garaudy sia "tradotto in tutte le lingue degli stati islamici" e "distribuito ovunque". Garaudy torna a Teheran, dove viene ricevuto con gli onori dal presidente Khatami e da Khamenei. E' invitato a parlare al seminario religioso più prestigioso dell'Iran, la madrassa di Feyzieh, nella città santa di Qom, che era il feudo di Khomeini. Quando nel maggio Da Libération a Foucault, la gauche francese si prese una sbornia per Khomeini. Poi il pentimento (tranne Garaudy). Fu invitato anche alle parate militari del regime, elogia i futuri "martiri". Il rapporto con la Guida suprema Khamenei del 2000, tredici iraniani sono processati per "tradimento" e collusione con Israele, la tv ufficiale trasmette un'intervista al filosofo francese che dice che tutto il "sionismo" è servo di Israele. Garaudy stringe amicizia con Ahmad Soroush Nejad, uno dei principali responsabili dello sviluppo della propaganda negazionista in Iran. Sia nei discorsi di Khamenei, che in quelli dell'ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, il riferimento a Garaudy, onnipresente, è diventato un luogo comune nella politica iraniana. Il 13 dicembre 2005, Garaudy da casa sua a Chennevières-sur-Marne si collega alla tv del regime iraniano. Sono le ultime apparizioni di colui che, all'interno della gerarchia del Partito comunista, era conosciuto come "il Cardinale",a per il suo senso di autorità e per la sua attrazione verso la chiesa. Al tempo, il filosofo studioso di Hegel fu liquidato come una sulfurea eccentricità, quasi un "matto" della cultura europea. Ma con le sue peregrinazioni sincretiste, l'afflato terzomondista e anticolonialista, il vuoto umanesimo da dialogo fra le civiltà, l'odio profondo per l'occidente e il virulento antisionismo, Garaudy dall'Europa aveva gettato un ponte filosofico agli ayatollah. Un ponte che sta ancora lì, mentre non si è ancora capito se a Teheran la rivoluzione omaggiata dalla gauche francese non sia ormai, come una piccola Unione Sovietica islamica, una cometa destinata a spegnersi.

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