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Il Foglio Rassegna Stampa
03.12.2019 Dopo l'attentato di Londra: perché è utile capire chi era il terrorista Usman Khan per combattere il fanatismo islamista
Analisi di Giulio Meotti, Daniele Raineri

Testata: Il Foglio
Data: 03 dicembre 2019
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti - Daniele Raineri
Titolo: «Il deradicalizzato ideale - Incapaci di adattarsi»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 03/12/2019, a pag.1, con il titolo "Il deradicalizzato ideale" il commento di Giulio Meotti; con il titolo "Incapaci di adattarsi", l'analisi di Daniele Raineri.

Ecco gli articoli:

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Usman Khan

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Giulio Meotti

Roma. E’ stata una tragedia delle buone intenzioni. “Jack Merritt è morto nell’attacco sul London Bridge. Non dimentichiamo quello per cui si batteva”, scriveva ieri Emma Goldberg sul New York Times. Merritt è una delle due vittime di Usman Khan, il terrorista islamico che venerdì pomeriggio nella capitale inglese ha ucciso a coltellate seminando il panico. “Lacrime per i due idealisti”, titolavano ieri i giornali inglesi sulla veglia di preghiera per le vittime (l’altra è Saskia Jones, studentessa presente alla conferenza colpita dall’attentatore). Venerdì era il quinto anniversario dell’organizzazione Learning Together, un evento dove erano convogliati da ogni parte del paese ex detenuti, staff, studenti ed esperti di criminologia. Le fotografie postate sui social poco prima della strage mostrano tutta l’empatia e la buona volontà che gli organizzatori avevano messo nel loro lavoro di recupero dei detenuti. Khan era uno degli ospiti di punta della giornata sul London Bridge, in quanto senior del programma di deradicalizzazione e recupero di jihadisti condannati (Khan era finito in carcere nel 2012 per aver cercato di far saltare in aria la Borsa di Londra, l’allora sindaco di Londra Boris Johnson e il London Eye, a due passi dalla strage di venerdì). Learning Together aveva indicato in Khan un “case study” su come funziona il programma di reinserimento. Aveva anche scritto una poesia e una nota di ringraziamento agli organizzatori, dicendosi entusiasta per la loro iniziativa. Merritt, una delle due vittime dell’attentato, aveva iniziato a lavorare con Khan quando era ancora dietro le sbarre a Whitemoor. Un anno fa era tornato libero a Londra Anjem Choudary, l’imam e predicatore d’odio che aveva radicalizzato numerosi giovani musulmani inglesi da una moschea della zona est di Londra, inneggiando allo Stato islamico ed entrando in contatto con aspiranti jihadisti alcuni dei quali si erano poi rivelati protagonisti di atti di terrorismo. Ieri è uscita una fotografia del terrorista di Londra Usman Khan al fianco del suo “amico”, Anjem Choudary. “Mi piacerebbe seguire un corso del genere in modo da poter dimostrare alle autorità e alla mia famiglia che non ho le opinioni che avevo prima del mio arresto e posso anche dimostrare che al momento ero immaturo, e ora sono molto più maturo e voglio vivere la mia vita come un buon musulmano e anche un buon cittadino della Gran Bretagna”, aveva scritto Khan per cercare di accedere al programma di recupero. Il sito di Learning Together ieri è stato messo off line, ma una vecchia cache spiega che quella di Khan era una “storia di successo”. Il terrorista avrebbe dovuto anche iniziare un corso all’Institute of Continuing Education nei mesi a venire. “Learning Together apre le menti, sblocca le porte e dà voce a coloro che sono nascosti al resto di noi”, aveva scritto Khan. “Aiuta a includere coloro che sono generalmente esclusi. Non posso dire abbastanza grazie all’intero team di Learning Together e a tutti coloro che continuano a supportare questa meravigliosa comunità”. David Wilson, professore emerito di Criminologia alla Birmingham City University, ha detto ieri sera: “Fondamentalmente, le persone sanno cosa devono dire, il sistema carcerario non ha idea di come affrontare i terroristi”. Cambridge stava anche pensando di offrire a Khan, che sognava attentati su larga scala sul modello di quelli a Mumbai, un posto come undergraduate. “Non sono un terrorista”, aveva detto in una intervista alla Bbc. “La comunità sa che queste etichette che ci stanno mettendo… sapranno che non sono un terrorista”. E’ lo stesso cui venne trovata una lista di obiettivi da colpire tra cui l’ambasciata americana, alcune sinagoghe e le case di diversi rabbini. Non doveva allontanarsi dalla sua casa di Stafford. Ma Khan ha usato il permesso accordatogli per partecipare alla conferenza per raggiungere Londra e compiere lì, dove avrebbe avuto più eco mediatica, la sua strage. Deradicalizzato e libero di tornare a uccidere, come un ex detenuto di Guantanamo. E’ stato un misto letale di taqiyah, dissimulazione islamica, e di naïveté, ingenuità multiculturale. Scriveva ieri Julie Burchill su Spiked: “Il passante sul London Bridge è un eroe, mentre l’uomo che stabilisce le regole a Westminster o nei tribunali è un pagliaccio”.

Daniele Raineri: "Incapaci di adattarsi"

Immagine correlata
Daniele Raineri

Il caso di Usman Khan, il fanatico che venerdì ha assassinato due persone a Londra prima di essere ucciso dalla polizia, costringe il governo britannico ad affrontare due problemi che non sono stati ancora risolti – e si tratta di un ritardo molto grave. Il primo riguarda le pene per i colpevoli di reati di terrorismo. Khan era stato arrestato nel dicembre 2010 perché era stato ascoltato dalla polizia mentre assieme ad altri complici si dissociava dal gruppo al Muhajiroum (un gruppo di fanatici islamisti ormai sciolto che aveva posizioni filo Stato islamico) che considerava troppo “moderato” e organizzava un campo d’addestramento in Pakistan con lo scopo di tornare a Londra e far saltare in aria l’edificio della Borsa. Nel febbraio 2012 il giudice lo aveva condannato a una pena detentiva indefinita per “protezione pubblica” – lo considerava così pericoloso che non aveva fissato una data per la fine della pena – ma lui aveva fatto ricorso e nel 2013 la sua condanna era stata cambiata in sedici anni di carcere. Cinque anni prima tuttavia il governo laburista aveva introdotto nuove regole per mitigare le condanne più lunghe senza fare distinzioni, quindi anche quelle per terrorismo. Secondo le nuove regole i detenuti potevano uscire dal carcere una volta scontata metà della pena in modo automatico senza la necessità di passare per il giudizio di una commissione e con alcune condizioni come l’uso di un braccialetto elettronico, incontri regolari con un funzionario e la possibilità di essere di nuovo portati in prigione in qualsiasi momento. Nel 2012 il governo conservatore-liberale aveva cambiato di nuovo le regole in senso più severo: oggi la pena dev’essere scontata per almeno due terzi e la libertà non è più automatica ma passa per il giudizio di una commissione. Khan in teoria doveva scontare una pena detentiva fino al 2026 (pena di sedici anni meno il tempo già trascorso in cella). E’ stato liberato a metà. Le regole del 2012 non potevano essere applicate contro di lui perché naturalmente non possono essere retroattive (vale a dire che le leggi non si applicano agli eventi accaduti prima della loro entrata in vigore). Il problema numero due è che Usman Khan apparteneva alla vecchia guardia dell’estremismo inglese, quella legata ad al Qaida – anche se sabato il suo attentato è stato rivendicato dallo Stato islamico – e aveva commesso reati specifici. Ma il 2010 era un’età della semplicità se paragonato a quello che è venuto dopo. Negli anni successivi, in particolare dal 2012 in poi, centinaia di britannici si sono arruolati in gruppi estremisti e soprattutto nello Stato islamico e hanno passato anni in Siria e in Iraq. Khan faceva parte di una enclave ristretta di fanatici, era pericoloso ed era stato intercettato mentre pianificava una strage. Quelli dopo di lui sono una moltitudine e hanno posizioni che dal punto di vista legale sono più ambigue. Molti sono morti, altri non sono mai partiti, di alcuni si sono perse le tracce. In un numero enorme di casi non hanno commesso violazioni dimostrabili, ma hanno soltanto tenuto comportamenti che non sono un reato specifico. Se un fanatico compra un biglietto aereo per il medio oriente e scrive “I love Raqqa” su Facebook i servizi di sicurezza possono bloccarlo in via preventiva, ma è come se le leggi non riuscissero ancora a inquadrare la sua figura con precisione. Il primo ministro, Boris Johnson, ha detto due giorni fa che al momento ci sono 74 casi di libertà sorvegliata di persone condannate per terrorismo in circostanze simili a quelle di Khan. Ieri la polizia inglese ha arrestato di nuovo Nazam Hussain, di 34 anni, che era uno degli otto complici di Khan arrestati nel 2010, perché ha perquisito la sua casa e sospetta che stesse preparando un attacco terroristico. In America c’è un regime diverso perché nel 1994 il Congresso approvò la sezione 3A1.4 delle linee guida per le sentenze negli Stati Uniti, che agisce assieme alle norme contenute nel cosiddetto Patriot Act arrivato dopo l’attacco dell’11 settembre. La sezione funziona da moltiplicatore della pena nei casi in cui i reati siano legati al terrorismo. Per esempio, se contrabbandi sigarette e giri i proventi a Hezbollah, la fazione armata libanese che è sulla lista dei gruppi terroristici dell’America, la pena diventa molto più alta. Il Patriot Act allarga di molto i possibili comportamenti terroristici. Il risultato è che, per fare un altro esempio, nel novembre 2016 un giudice federale a Minneapolis ha condannato tre uomini che volevano lasciare gli Stati Uniti per andare a unirsi allo Stato islamico in Siria a trent’anni di carcere.

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