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Il Foglio Rassegna Stampa
15.04.2019 'L'America torni a difendere il mondo libero'
Le parole di Yoram Hazony, Ofir Haivry sul Wall Street Journal

Testata: Il Foglio
Data: 15 aprile 2019
Pagina: 3
Autore: la redazione del Foglio
Titolo: «Nuove idee per il mondo libero»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 15/04/2019 a pag.III, l'analisi tratta dal Wall Street Journal "Nuove idee per il mondo libero".

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Yoram Hazony, Ofir Haivry

Il presidente Trump è spesso accusato di creare una frattura inutile con gli alleati europei americani”, scrivono gli studiosi israeliani Yoram Hazony e Ofir Haivry sul Wall Street Journal. “Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha espresso una diversa opinione quando ha detto a una sessione congiunta del Congresso: ‘Gli alleati devono spendere di più in difesa – questo è stato il messaggio del presidente Trump – e questo messaggio deve avere un impatto reale’. Le osservazioni di Stoltenberg riflettono il crescente riconoscimento che le realtà strategiche ed economiche richiedono un drastico cambiamento nel modo in cui gli Stati Uniti conducono la politica estera. Le crepe indesiderate nell’alleanza atlantica sono principalmente una conseguenza dei leader europei, specialmente di Germania e Francia, che desiderano continuare a vivere in un mondo che non esiste più. Gli Stati Uniti non possono più fare da difensore per ‘l’ordine internazionale basato sulle regole’ degli ‘amati’ europei. Persino negli anni 90, era dubbio che gli Stati Uniti potessero garantire indefinitamente la sicurezza di tutte le nazioni. Oggi un debito nazionale di 22 trilioni di dollari e l’indifferenza dell’elettorato nei confronti dei sogni di un impero liberale mondiale hanno impoverito la capacità di Washington di condurre lotte costose all’estero.

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In un momento di crescenti problemi in casa, le 800 basi oltreoceano dell’America in 80 paesi stanno arrivando ad assomigliare a un bizzarro disallineamento delle risorse. E gli Stati Uniti sono politicamente frammentati in misura senza paragoni nella memoria vivente, con implicazioni incerte nel caso di una grande guerra. Se ci fossero problemi al confine dell’Estonia con la Russia, gli Stati Uniti avrebbero la volontà di schierare decine di migliaia di soldati in una missione indefinita a 85 miglia da San Pietroburgo? Sebbene l’Estonia sia entrata a far parte della Nato nel 2004, le certezze di 15 anni fa sono andate in pezzi. Sulla carta, l’America ha alleanze di difesa con dozzine di paesi. Ma questi sono i fantasmi di una rivalità con l’Unione sovietica che si è conclusa tre decenni fa, o il risultato di politiche spesso sconsiderate adottate dopo l’11 settembre. Questi cosiddetti alleati includono la Turchia e il Pakistan, che non condividono né i valori dell’America né i suoi interessi, e collaborano con gli Stati Uniti solo quando servono ai loro scopi. Altri ‘alleati’ rifiutano di sviluppare una significativa capacità di autodifesa, e sono quindi considerati più accuratamente come protettorati americani. Gli internazionalisti liberali hanno ragione su una cosa, tuttavia: l’America non può semplicemente voltare le spalle al mondo. Pearl Harbor e l’11 settembre hanno dimostrato che gli Stati Uniti possono e saranno presi di mira sul proprio suolo. Una posizione strategica americana volta a minimizzare il pericolo dalle potenze rivali deve concentrarsi sul dissuadere Russia e Cina dalle guerre di espansione; indebolire la Cina rispetto agli Stati Uniti e quindi impedirle di raggiungere il dominio sull’economia mondiale; e impedire a poteri ostili come la Corea del Nord e l’Iran di ottenere la capacità di attaccare l’America o altre democrazie. Per raggiungere questi obiettivi, gli Stati Uniti avranno bisogno di una nuova strategia che sia molto meno costosa di qualsiasi altra contemplata dalle precedenti amministrazioni. Gli Stati Uniti hanno un genuino interesse, ad esempio, nel prevenire che le nazioni democratiche dell’Europa orientale vengano assorbite in un aggressivo stato imperiale russo. La principale questione strategica è se questi paesi sono disposti a fare ciò che è necessario per mantenere la propria indipendenza nazionale. Se lo sono, a un costo che potrebbe superare di gran lunga la cifra del 2 per cento concepita dai pianificatori della Nato, potrebbero alla fine sedere al tavolo come alleati del tipo che gli Stati Uniti potrebbero effettivamente utilizzare: forti partner in prima linea nel fare da deterrente all’espansione russa. Lo stesso è vero in altre regioni. Le nazioni che dimostrano un impegno verso i valori condivisi e la volontà di combattere quando necessario dovrebbero trarre beneficio dalle relazioni che possono includere la fornitura di armi e tecnologie avanzate, la copertura diplomatica nell’affrontare nemici condivisi, una cooperazione privilegiata nel commercio, una cooperazione scientifica e accademica e lo sviluppo congiunto di nuove tecnologie. Forse il candidato più importante per una simile alleanza strategica è l’India. A lungo un potere dormiente afflitto dalla povertà, dal socialismo e da un’ideologia di ‘non allineamento’, l’India è diventata una delle economie più grandi e in più rapida espansione del mondo. In contrasto con l’oppressione politica del modello comunista cinese, l’India è riuscita a mantenere gran parte del suo conservatorismo religioso diventando un paese aperto e diversificato, di gran lunga la democrazia più popolosa del mondo, con un solido sistema parlamentare sia a livello federale che statale. L’India è minacciata dal terrorismo islamista, aiutato dal vicino Pakistan. I valori, gli interessi e la ricchezza crescente dell’India potrebbero stabilire un’alleanza indoamericana come pilastro centrale di un nuovo allineamento degli stati nazionali democratici in Asia, tra cui un Giappone rafforzato e l’Australia. Ma New Delhi rimane sospettosa delle intenzioni americane, e con buone ragioni: piuttosto che scommettere inequivocabilmente su una partnership indiana, gli Stati Uniti continuano a giocare da tutte le parti, passando a casaccio dal confronto alla cooperazione con la Cina, e gareggiando con Pechino per l’influenza nel fanatico Pakistan. Una confusione simile caratterizza il rapporto dell’America con la Turchia. Alleato degli Stati Uniti durante la Guerra fredda, la Turchia è ora un potere islamista espansionista che ha assistito i Fratelli Musulmani, Hamas, al Qaida e persino Isis; minaccia la Grecia e Cipro; cerca armi russe; e recentemente ha espresso la sua volontà di attaccare le forze statunitensi in Siria. Nel frattempo, gli alleati musulmani più affidabili d’America, i curdi, vivono sotto la costante minaccia dell’invasione e del massacro turchi. Il medio oriente è una regione difficile, in cui pochi attori condividono valori e interessi americani, sebbene tutti – Turchia, Iraq, Egitto, Arabia Saudita e persino l’Iran – siano disposti a trarre beneficio dalle armi, dalla protezione o dai contanti degli Stati Uniti. Anche qui Washington dovrebbe cercare alleanze con gli stati nazionali che condividono almeno alcuni valori chiave e sono disposti ad assumersi la maggior parte del peso di difendersi mentre combattono per contenere il radicalismo islamista. Tali alleati regionali naturali comprendono la Grecia, Israele, l’Etiopia e i curdi. Una questione centrale per un’al - leanza rivitalizzata delle nazioni democratiche è il modo in cui i venti soffieranno nell’Europa occidentale. Per una generazione dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, le amministrazioni degli Stati Uniti sembravano intenzionate ad assumersi la responsabilità della sicurezza dell’Europa a tempo indeterminato. Le élite europee si sono abituate all’idea che la pace perpetua fosse a portata di mano, e si sono dedicate a trasformare la Ue in un’utopia senza confini con generosi benefici per tutti. Ma la Germania, quinta potenza economica mondiale (con un pil più grande della Russia), non può schierare più di una manciata di aerei da combattimento operativi, carri armati o sottomarini. Eppure i leader tedeschi resistono fermamente alla pressione americana per un aumento sostanziale delle capacità di difesa del loro paese, dicendo agli interlocutori che gli Stati Uniti stanno rovinando una bella amicizia. Per decenni, gli europei hanno inventato fantasie ‘transnazionaliste’ per spiegare come le loro supposte virtù morali, come il loro rifiuto dei confini, abbiano portato loro pace e prosperità. La Francia è un caso diverso, mantiene capacità militari significative e la volontà di dispiegarle a volte. Ma i governi di questi e di altri paesi dell’Europa occidentale rimangono ideologicamente impegnati a trasferire poteri sempre più grandi agli organismi internazionali. Ciò non li rende nemici dell’America, ma neanche loro partner nella difesa di valori come l’autodeterminazione nazionale. Le prospettive sono migliori per la Gran Bretagna, le cui spese per la difesa sono già significativamente più alte e il cui pubblico ha affermato il desiderio di riconquistare l’indi - pendenza nel referendum sulla Brexit del 2016. Anche gli isolazionisti hanno ragione su una cosa: gli Stati Uniti non possono essere, e non dovrebbero cercare di essere, il poliziotto del mondo. Tuttavia hanno un ruolo da svolgere nel risvegliare le nazioni democratiche dal loro torpore. Un’alleanza tra Stati Uniti, Inghilterra e le nazioni dell’Europa orientale in prima linea, così come l’India, Israele, il Giappone e l’Australia, tra gli altri, sarebbe abbastanza forte da esercitare pressioni sostenute su Cina, Russia e gruppi islamisti ostili. Aiutare queste nazioni democratiche a diventare autosufficienti attori regionali ridurrebbe il carico di sicurezza dell’America, permettendole di chiudere le installazioni militari lontane e di rendere l’intervento militare americano un’eccezione piuttosto che una regola. Allo stesso tempo, libererebbe le risorse americane per la lunga lotta per negare la superiorità tecnologica della Cina, così come per le emergenze impreviste che sicuramente sorgeranno”.

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