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Il Foglio Rassegna Stampa
19.03.2019 Anche sull'ambientalismo domina il pensiero unico nelle università
Commento di Giulio Meotti, anticipazione dal libro di Francesco Ramella

Testata: Il Foglio
Data: 19 marzo 2019
Pagina: 3
Autore: Giulio Meotti - Francesco Ramella
Titolo: «'Pazzi corrotti'. Chi dubita sulle cause del global warming è nemico del popolo. 'E’fanatismo religioso' - Abbiamo tempo»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 19/03/2019 a pag.III, con il titolo "'Pazzi corrotti'. Chi dubita sulle cause del global warming è nemico del popolo. 'E’fanatismo religioso' " il commento di Giulio Meotti; con il titolo "Abbiamo tempo", una anticipazione del libro “Ambiente: si stava peggio quando si stava peggio” dell’Istituto Bruno Leoni curato da Francesco Ramella.

Il pensiero unico sta invadendo ormai anche le università, centri di produzione e informazione sul sapere. Questo pensiero politicamente corretto si applica a tutte le dimensioni, l'ambientalismo non fa eccezione.

Ecco gli articoli:

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Giulio Meotti: " 'Pazzi corrotti'. Chi dubita sulle cause del global warming è nemico del popolo. 'E’fanatismo religioso' "

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Giulio Meotti

Roma. “Questa sul clima non è scienza, è dogma politico”. Nel recente documentario dell’olandese Marijn Poels, The Uncertainty Has Settled, queste parole sul global warming sono scandite da una leggenda della matematica, il novantatreenne Freeman Dyson. Per cinquant’anni, Dyson è stato una star all’Institute for Advanced Study di Princeton. Esperto mondiale di Fisica quantistica, Dyson ha lavorato con Fermi, Feynman e Oppenheimer. Ma quando ha espresso scetticismo sul cambiamento climatico, Dyson si è visto dare di “pomposo”, “sbruffone”, “pozzo di disinformazione” e, ovviamente, “scienziato pazzo”. Il figlio di Dyson, George, storico della tecnologia, ha rivelato che al padre quelle parole sono costate tante amicizie nella comunità scientifica. Nei giorni scorsi si è marciato fuori dalle scuole e dalle università, al passo di Greta Thurnberg. Ma dentro alle università non è rimasto quasi nessuno critico dell’origine antropica del global warming. E’ un consenso che non ammette dissenso, dibattito, smarcamenti. Associare il nome di un professore alle parole “denier” e “global warming” basta a distruggere carriere e reputazioni. Il neurologo e scrittore Oliver Sacks ha detto che “la parola preferita da Dyson sul fare scienza ed essere creativi è ‘sovversivo’”. Ma Dyson sul clima ha pagato cara la libertà di pensiero. “Tutto il clamore sul riscaldamento globale è esagerato”, aveva detto Dyson, è diventata “una linea di partito” e “un’ossessione, una religione mondiale laica nota come ambientalismo”. Al Gore? “Il capo propagandista”. Il professor Lennart Bengtsson dell’Università di Reading, in Inghilterra, ha detto che la pressione era così intensa perché si dimettesse dal consiglio accademico della Global Warming Policy Foundation da non essere più in grado di continuare a lavorare e che temeva anche per la propria salute. Lord Lawson, che ha fondato quel think tank, ha detto che Bengtsson è vittima del “maccartismo”. Bengtsson, ex direttore del Max Planck Institute for Meteorology di Amburgo, aveva accettato di far parte della fondazione di scettici da tre settimane: “Ero sotto una pressione di gruppo così enorme che è diventato insopportabile”, ha scritto nella lettera di dimissioni. Ivar Giaever, premio Nobel per la Fisica nel 1973, si è dimesso dall’American Physical Society per la sua eterodossia: “Va bene discutere se la massa del protone cambia nel tempo ma le prove del riscaldamento globale sarebbero incontrovertibili?”, ha detto Giaever. “E’ una nuova religione”. La carriera dell’esperto di orsi polari, il canadese Mitchell Taylor, è finita dopo che ha sostenuto che il numero di orsi non era calato a causa del cambiamento climatico. Roger Pielke, ambientalista dell’Universi - tà del Colorado, ha visto il suo nome comparire in un cable Wikileaks, dove John Podesta ne invocava la cacciata dal sito di Nate Silver “FiveThirtyEight”. La tesi di Pielke è che sì, esiste il cambiamento climatico, ma che i fenomeni atmosferici violenti non ne sono una conseguenza. Pielke è stato accusato di essere a libro paga della Exxon. La “colpa” di Richard Lindzen, fisico del Mit, è aver detto che “la scienza del clima è la prima a diventare parte del processo politico”. Quando Lindzen ha condannato l’accordo di Parigi, ventidue colleghi del Mit lo hanno attaccato con una lettera sui giornali. “Una congettura è diventata ‘conoscenza’”, ha scritto Lindzen. I dem al Congresso hanno mandato lettere minacciose alle università che arruolano i critici, fra cui Lindzen. Si è dimessa Judith Curry da capo della School of Earth and Atmospheric Sciences al celebre Georgia Institute of Technology. Ne aveva abbastanza. “Ci stiamo allontanando dalla scienza per entrare nel fanatismo religioso”, ha scritto Lindzen. “L’ambientalismo non tollera dissenso”. Al dubbio metodico si preferiscono i dogmi corali di un conformismo delirante. Gli scienziati devono arruolarsi nella crociata dei bambini di Greta.

 

Francesco Ramella: "Abbiamo tempo"

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Francesco Ramella

Questa è la mia previsione per il lungo periodo: le condizioni materiali di vita continueranno a migliorare per la maggior parte delle persone, nella maggioranza dei paesi del mondo, indefinitamente. Nell’arco di un secolo o due, tutte le nazioni godranno di condizioni di benessere analoghe a quelle attuali nel mondo occidentale. Ritengo altresì che molte persone continueranno a pensare e a sostenere che sia in atto un peggioramento”. Così, una ventina di anni fa, si esprimeva Julian Simon, l’economista statunitense strenuo avversario dei profeti di sventura ambientali. Simon proiettava nel futuro l’esperienza vissuta in prima persona a partire dagli Anni Settanta che lo vide passare da una posizione allineata alla vulgata malthusiana a una opposta fondata sulla nozione che ogni uomo in più che si affaccia sulla Terra è un bene per se stesso, in quanto darà nella pressoché totalità dei casi un giudizio positivo sulla propria esistenza, e per gli altri la cui vita sarà resa migliore dal suo piccolo o grande bagaglio di intelligenza e creatività a patto che questo non sia imbrigliato. Suo principale contraltare ideologico fu il biologo Paul Ehrlich che nel 1968 diede alle stampe “The population bomb”, il best-seller con il quale si voleva portare all'attenzione dei decisori politici nazionali statunitensi e sovranazionali il tema della sovrappopolazione. Nel prologo del libro Ehrlich sosteneva che la battaglia per garantire sufficiente cibo all'umanità era perduta. Negli anni venturi la carestia avrebbe avuto il sopravvento e centinaia di milioni di persone sarebbero morte di fame. I livelli di affluenza raggiunti negli Anni Sessanta non sarebbero stati che un pallido ricordo per le future generazioni. Per quanto meno arginare il disastro incombente occorreva dunque intervenire immediatamente, se possibile con strumenti di persuasione ma, laddove questi non si fossero rivelati adeguati, con mezzi coercitivi a partire da una tassa “progressiva” in funzione del numero di figli, proseguendo con una tassa di “lusso” da applicare a pannolini ed altri prodotti per neonati per finire con l'aggiunta di prodotti sterilizzanti negli acquedotti o nei prodotti alimentari. Il messaggio di Ehrlich ottenne un largo consenso e fu fatto proprio, tra gli altri, da Richard Nixon; il futuro presidente nella campagna del 1968 avvertiva gli elettori che negli anni 2000 le città americane sarebbero divenute invivibili a causa del numero troppo elevato di residenti e degli intollerabili livelli di inquinamento atmosferico. Da allora sono passati più di cinquant’an - ni: la popolazione mondiale è raddoppiata (da 3,5 a 7 miliardi di persone), la disponibilità di cibo per persona è cresciuta passando da meno di 2.400 chilocalorie al giorno a quasi 3.000, la speranza media di vita nel mondo che dai trenta anni di fine Ottocento era quasi raddoppiata si è ulteriormente accresciuta superando nel 2012 i 70 anni, e la ricchezza pro-capite è anch’essa più che raddoppiata in termini reali crescendo da da 3.500 a 8.500 dollari (internazionali 1990). Trent’anni orsono poco meno della metà della popolazione mondiale viveva in condizioni di povertà estrema (meno di 1,90 dollari al giorno); nel 2015 “solo” una persona su dieci rimane sotto quella soglia. Sembrano dunque esservi davvero pochi dubbi sulla correttezza della previsione di J. Simon: le condizioni materiali dell’umanità, quanto meno fino a oggi, non hanno cessato di migliorare ma la realtà “percepita” da molti è quella di un progressivo degrado, in particolare per quanto concerne le condizioni ambientali. Proveremo ad approfondire due temi specifici, quello dell'inquinamento atmosferico e quello dei cambiamenti climatici che, stando ad un recente sondaggio dell’Istat, sembrano essere quelli che destano maggiore preoccupazione tra gli italiani e, verosimilmente, degli europei. Richiesti di un parere in merito all'evoluzione della qualità dell'aria, pochi anni fa, oltre la metà di un campione di olandesi e tedeschi e la stragrande maggioranza di francesi e britannici si è detta convinta che la tendenza in atto fosse quella di un lieve o grave peggioramento. Non è così. Le evidenze empiriche di cui disponiamo mostrano come da oltre metà secolo i livelli di concentrazione di sostanze inquinanti nei paesi occidentali siano in costante calo. E, se volgiamo lo sguardo al passato remoto, scopriamo che Seneca si lamentava della cattiva qualità dell’aria nell’antica Roma e che settecento anni fa Edoardo I, re d’Inghilterra, costituì una commissione per affrontare il problema dell’inquinamento e – invano – rese illegale l’utilizzo del carbone per il riscaldamento. Nel Settecento Shelley paragonava l’inferno a Londra, un posto molto popolato e denso di fumo. Il più grave episodio di inquinamento nell’Europa occidentale ebbe luogo nella capitale britannica a metà dello scorso secolo quando, complici condizioni atmosferiche particolarmente sfavorevoli, la concentrazione di sostanze nocive salì alle stelle provocando in una settimana un numero di decessi stimato pari a quattromila unità. Come detto, da allora si è percorso un lungo tratto di strada che ha portato ad un radicale miglioramento della qualità dell’aria. I fattori che determinano il livello di inquinamento sono numerose. Vi è però un largo consenso sul fatto che oggi la concentrazione delle “polveri sottili” (PM10) rappresenti con buona approssimazione il fenomeno nel suo complesso. Ebbene, a partire dagli Anni Settanta (ma in alcuni casi ancor prima), in Europa occidentale così come nell’America del nord, la concentrazione media annuale del PM10 si è ridotta da circa 200 microgrammi per metrocubo a 40-50 ossia del 75 per cento. E se guardiamo ai “picchi” il miglioramento è stato ancor più radicale: nell’episodio sopra menzionato verificatosi a Londra nel 1952 le polveri superarono i 5.000 microgrammi; oggi i massimi raggiunti in una città come Milano sono al di sotto dei 200. Per farla breve: avevamo la febbre a quaranta, ora solo più qualche linea. Negli ultimi decenni rapidi progressi della qualità dell’aria sono stati registrati anche nei maggiori centri urbani della Cina, dai 300 microgrammi per metrocubo del 1980 si è passati ai circa 100 attuali (livello invariato negli ultimi dieci ani) ed in India dove negli ultimi venti anni la concentrazione media di polveri sottili è stata dimezzata. Tale evoluzione è da ricondursi pressoché esclusivamente alle innovazioni tecnologiche intervenute nel settore dei trasporti ed in quelli della produzione di energia, del riscaldamento e dell'industria; la riduzione delle emissioni unitarie (per chilometro percorso o per chilowattora prodotto, ecc.) si è rivelata di gran lunga più rapida rispetto alla crescita dei consumi energetici e della mobilità. Su entrambe le sponde dell’Atlantico grande scalpore ha destato nel 2015 lo “scandalo Volkswagen”. A seguito di una richiesta di chiarimenti dell’Agenzia per la protezione dell'ambiente degli Stati Uniti, l’azienda automobilistica tedesca ha dovuto confessare di aver alterato i dati di emissione rilevati tramite i test di omologazione cui sono sottoposti tutti i nuovi modelli. La richiesta dell’Epa traeva origine da una ricerca dell’Interna - tional Council for Clean Transportation volta a verificare le emissioni di un campione dei veicoli in condizioni di guida reali. Il risultato più eclatante dell'analisi condotta è che, in media, le emissioni di uno tra gli inquinanti presi in esame, gli ossidi di azoto (NOx), sono più alti di sette volte rispetto a quanto previsto dallo standard Euro VI; il dato appare di per sé appare assai poco rassicurante. Ma, se invece di limitarci ad osservare un fotogramma, guardiamo il film dall’inizio alla fine scopriamo che si tratta di una storia a lieto fine. Abbiamo detto come le auto testate, tranne una, non siano risultate conformi allo standard Euro VI. Quest’ultimo non è che l’ultimo provvedimento in tema di regolamentazione delle emissioni veicolari, il fratello minore di Euro 0, Euro I, Euro II, Euro III, Euro IV ed Euro V. Un’auto che rispetti i parametri entrati in vigore nel 2014 ha emissioni di NOx inferiori del 98 per cento rispetto ad una che circolava sulle nostre strade prima del 1989. In media, i gas di scarico del campione oggetto della ricerca risultano “solo” dell’87 per cento più bassi. Approssimativamente, nel loro insieme, le auto analizzate si comportano come veicoli Euro III, sei sono a standard Euro IV. Con riferimento all’ambito della mobilità, fu peraltro la stessa diffusione dei veicoli a combustione interna che permise di risolvere quello che sembrava un inarrestabile peggioramento delle condizioni di vivibilità e sanitarie nei grandi centri urbani conseguente all' inquinamento arrecato dal trasporto a trazione animale. Scriveva nel 1894 il Times: “nel 1950 tutte le strade di Londra saranno ricoperte da alcuni metri di escrementi di cavallo”. […] Respiriamo dunque un’aria assai migliore di quella toccata in sorte ai nostri genitori e nonni ma non si continua comunque a morire di smog? A leggere i titoli di giornali e telegiornali non sembrano esservi dubbi. Forse, qualche sospetto in merito alla rilevanza del problema potrebbe venire dal confronto fra le cifre della “strage” che, a seconda delle fonti, variano sensibilmente. Proviamo dunque a capire come stanno davvero le cose. Innanzitutto, oggi, nessuno, neppure nelle giornate che fanno registrare le peggiori condizioni di qualità dell’aria, esce di casa in buone condizioni di salute e non vi fa ritorno perchè ucciso dallo smog (ogni giorno in Italia quindici persone perdono la vita in incidenti stradali). Le ricadute negative si manifestano in larga misura nel lungo periodo e, in base alla risultanze di molti ma non di tutti gli studi epidemiologici, una più elevata concentrazione di polveri determina un incremento della mortalità complessiva. Come evidenziato in un Rapporto dell’Accademia francese delle Scienze: “Vi sono numerose incertezze in merito alla rilevanza degli effetti a corto e a lungo termine. Tali incertezze sono legate allapiccolezza del rischio. E’ relativamente facile misurare un rischio relativo superiore a 5, come accadeva trent’anni fa. Negli Anni Ottanta dello scorso secolo ci si è occupati di rischi dell’ordine di grandezza da 1,5 a 2 e già questo risultava molto più difficile poiché i fattori di confusione introducono rilevanti elementi di imprecisione. Ma, oggi, i rischi relativi sono compresi fra 1,02 e 1,05; ci si viene quindi a trovare in una situazione assai complessa in quanto i risultati sono largamente influenzati dal tipo di metodologia utilizzata: la correzione dei fattori di confusione, i modelli matematici che sono indispensabili per l’analisi determinano livelli di incertezza assai rilevanti… Se si paragonano le diverse Regioni della Francia si può riscontrare una forte correlazione fra la mortalità prematura e il consumo di alcol e di tabacco mentre non è possibile rilevare alcun impatto delle diverse forme di inquinamento sulla speranza di vita o sulla frequenza dei casi di cancro sia a scala nazionale che regionale. In particolare, in Francia, non si rileva alcuna correlazione fra l’evoluzione della speranza di vita e l’inquinamento atmosferico; la speranza di vita più elevata dell’intero paese è quella che si registra nell’Île de France ossia nella regione più densamente popolata e che fa registrare i livelli di traffico più elevati. Si può inoltre rilevare come le due regioni nelle quali la speranza di vita si è maggiormente accresciuta nel corso degli ultimi decenni sono la regione di Parigi e la Provenza Costa Azzurra. Tali elementi non consentono di escludere che esista un qualche impatto dell’inquinamento sulla salute ma suggeriscono che non si tratta di fattori che hanno un peso maggioritario”. Analoghe considerazioni, possono essere svolte anche con riferimento all’Italia e in particolare alle regioni del Nord ove, a causa del prevalere di condizioni atmosferiche sfavorevoli alla dispersione degli inquinanti, si registrano livelli di inquinamento tra i più elevati in Europa: la speranza di vita è di quasi due anni superiore a quella media europea e maggiore di quella che si registra in Francia, Germania e Regno Unito. In provincia di Milano, nel 2010 la vita media risultava pari a 80,1 anni per gli uomini e a 85,2 per le donne. Si tratta di valori superiori sia a quelli del nord Italia che ai dati nazionali (ed in crescita di ben otto anni rispetto al 1980). La tendenza al miglioramento della qualità dell’aria manifestatasi negli scorsi decenni proseguirà negli anni a venire grazie al progressivo rinnovo del parco circolante e all’ulteriore contenimento delle emissioni negli altri settori grazie al dispiegarsi di tecnologie già attualmente disponibili. Il crescente consumo di combustibili fossili ha però determinato a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale una crescita ininterrotta delle emissioni di anidride carbonica e degli altri gas serra, più che raddoppiate dal 1970. Sulla base delle misurazioni raccolte a partire dal 1880, la temperatura media della superficie terrestre risulta essere aumentata di poco meno di un grado centigrado; vi è un consenso pressoché generalizzato sul fatto che tale evoluzione sia stata influenzata dalla modifica della composizione dell'atmosfera terrestre causata dalle attività antropiche. Non vi sono però certezze inoppugnabili in merito alla entità di tale impatto che va a sovrapporsi ad una variabilità interna del clima. Se guardiamo a quanto accaduto negli ultimi centotrenta anni, scopriamo che vi è stato un raffreddamento fino al primo decennio dello scorso secolo, seguito da un riscaldamento tra il 1910 ed il 1940: entrambe queste tendenze non sono imputabili, se non in parte trascurabile, all'uso di carbone, petrolio e gas fino ad allora assai limitato. Tra il 1940 ed il 1980, pur in presenza di una rapido aumento del consumo di combustibili fossili, vi è poi una prolungata fase di stasi della temperatura, seguita da una rapida accelerazione nell’ultimo scorcio del Novecento e infine da una nuova brusca frenata nel nuovo secolo. Lungi dall’essere quantificato “al di là di ogni ragionevole dubbio” – il che renderebbe inutile tutta la attività di ricerca attualmente in corso e privo di giustificazione il relativo finanziamento – permangono tutt’ora ampi margini di incertezza sulla entità dell'impatto che le attività umane determinano sul clima. Nello stesso ultimo rapporto dell’International Panel on Climate Change, l’organismo delle Nazioni Uniti che si occupa di cambiamenti climatici, risulta evidente come la stima del possibile impatto di un raddoppio della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera sia ricompresa in una “forchetta” molto ampia che va da un + 1 °C che avrebbe effetti trascurabili a un + 6°C che determinerebbe un reale sconvolgimento delle attuali condizioni di vita sulla terra. Studi peer reviewed pubblicati successivamente a tale documento abbassano sensibilmente l’asti - cella e stimano come ipotesi più probabile che la duplicazione della CO2 in atmosfera porti a un riscaldamento pari a circa 1.5 °C. Sappiamo inoltre che i modelli utilizzati per simulare l'evoluzione futura del clima sono stati falsificati dai dati empirici di cui disponiamo: l'aumento di temperatura registrato a partire dal 1979 nella zona tropicale della troposfera – la parte dell'atmosfera a diretto contatto con la superficie dove l'effetto serra risulta più amplificato – risulta essere molto contenuto, intorno agli 0,25 °C (equivalenti a meno di 1°C su un orizzonte temporale secolare) e pari a meno di un terzo di quanto previsto in media dalle simulazioni. Così come nel caso dell'inquinamento locale, anche con riferimento al tema dei cambiamenti climatici sembra essere largamente prevalente un’errata percezione della complessità e della rilevanza del fenomeno. Si assume spesso apriori che qualsiasi mutamento del clima indotto dall'attività umana sia negativo il che equivale assumere la preesistenza, in assenza di attività umana, di una condizione ottimale per tutti gli innumerevoli risvolti delle condizioni atmosferiche. […] L’approccio pianificatorio che ha caratterizzato fino ad oggi le politiche climatiche soffre poi di un altro limite. Anche ipotizzando che si prefigga l’obiettivo di allocare in modo ottimale le risorse disponibili, il decisore non dispone di informazioni sufficienti per poterlo fare. Gli sforzi per ridurre le emissioni possono avvenire lungo molti “margini”: ridurre i consumi, modificare i combustibili utilizzati, catturare le emissioni prodotte. […] Se il non intervenire per tempo può esporci a seri rischi nel lunghissimo termine, azioni troppo drastiche nel breve periodo avrebbero conseguenze negative più gravi di quelle che si intendono evitare. La prudenza a volte può essere troppa.

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