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Il Foglio Rassegna Stampa
11.06.2018 L'Isis non è morto
Analisi di Daniele Raineri, commento di Stefano Montefiori

Testata: Il Foglio
Data: 11 giugno 2018
Pagina: 1
Autore: Daniele Raineri - Stefano Montefiori
Titolo: «Il nuovo piano dell'Isis - Francia e islam, la propaganda subdola di Al Jazeera plus»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 11/06/2018, a pag. 1 con il titolo "Il nuovo piano dell'Isis", l'analisi di Daniele Raineri; dal CORRIERE della SERA, a pag. 28, con il titolo "Francia e islam, la propaganda subdola di Al Jazeera plus", il commento di Stefano Montefiori.

Ecco gli articoli:

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Il Foglio - Daniele Raineri: "Il nuovo piano dell'Isis"

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Daniele Raineri

E’ la seconda sera del mese sacro di Ramadan dentro Mosul, la capitale dello Stato islamico in Iraq liberata e restituita al mondo da dieci mesi. Sono al secondo piano di un ristorante dove le famiglie della città vengono dopo il tramonto a rompere il digiuno tradizionale e dal tavolo vicino una prostituta tozza mi fa l’occhiolino: “Vieni a casa mia, c’è posto per te a casa mia”. Altro occhiolino, boccata di sigaretta, ennesimo invito a casa sua da sotto uno strato di fondotinta. Spesso nelle capitali arabe il rispetto dell’islam è soltanto un velo formale di ipocrisia e dietro succede di tutto, ricordo per esempio che al Cairo i miei vicini di casa si davano di gomito indicando un palazzo del quartiere dove, si diceva, in alcuni appartamenti non si faceva che ricevere clienti maschi a tutte le ore. Ma qui è diverso, o almeno in teoria dovrebbe essere diverso, Mosul era una città molto rigida anche prima di cadere per intero sotto il controllo dello Stato islamico quattro anni fa, all’inizio del giugno 2014. La donna indossa un’abaya nera che la copre dal collo ai piedi, è truccata, porta il velo sul capo ma se lo toglie di continuo per darsi una sistemata ai capelli, ha un fermaglio di plastica a forma di rosa, accanto a lei c’è una figlia adolescente zitta, pure lei con il fondotinta e il rossetto e un fazzoletto annodato sul capo, e davanti altri due figli più piccoli a piedi nudi, uno non ha più di sei anni e sta in piedi sulla sedia con una sigaretta accesa in bocca a guardare i clienti del ristorante. Chissà dov’è finito il padre, l’Iraq è un paese ferito dalla violenza in modo permanente, prima la guerra pareggiata contro l’Iran negli anni Ottanta che fece un milione di morti, poi le due guerre perse contro l’America nel 1991 e nel 2003, poi la guerra civile contro lo Stato islamico che è stata appena vinta. In teoria. Quando a maggio alle elezioni si è presentato soltanto il quaranta per cento degli elettori qualcuno ha suggerito che forse i dati sulla popolazione dell’Iraq sono sbagliati e in realtà sono rimasti meno iracheni di quel che crediamo, non è l’affluenza a essere bassa è che molti cittadini esistono soltanto sulla carta. Meno di un’ora fa è sceso il buio e il canto dei muezzin ha annunciato l’arrivo dell’iftar, che è il momento in cui i musulmani osservanti possono finalmente mangiare, bere e fumare e il televisore in un lato della sala trasmette ancora la recita cantilenata del Corano. Nessuno fa caso alla prostituta e ai suoi figli fra i tavoli pieni di portate e le tovaglie di pellicola di plastica. Oggi molti abitanti di Mosul non hanno mezzi legali per sopravvivere e si arrangiano come possono – anche con iniziative che sono decisamente haram, proibite dalla legge del Corano. Sul marciapiede pieno di gente all’uscita dal ristorante un bambino si getta a terra e abbraccia entrambe le ginocchia e non le molla finché non riceve una banconota, ne arrivano altri e vogliono anche loro denaro ma non si può accontentare tutti, allora uno di quelli si offende, raccoglie due pietre grosse e va ad aspettare la macchina un po’ più in là sulla strada buia, fuori dal cono di luce delle insegne dei ristoranti, per sfasciare i vetri e prendersi una vendetta istantanea. Bisogna scendere e dissuaderlo dall’agguato mentre il guidatore porta la macchina più avanti al sicuro. Per vedere altre scene di questo sfacelo si può andare nella Città vecchia di Mosul tra le undici di mattina e le tre del pomeriggio. E’ l’enclave dove lo Stato islamico si è trincerato per opporre l’ultima resistenza e obbedire all’ordine dei suoi comandanti: resistere fino all’ultimo uomo, far pagare carissimo all’esercito iracheno la conquista di ogni singolo metro quadro. In altre città ci sono state delle tregue finali, delle evacuazioni concordate (come vedremo per una strategia intelligente) qui non c’è stata nessuna resa e si vede. Non c’è nemmeno un palazzo che non sia deformato o parzialmente distrutto dall’esplosione di una bomba sganciata dagli aerei, non ci sono più attività umane con un minimo di significato. Qualcuno ha riaperto negozi vuoti, uno ogni mezzo chilometro, e sta seduto davanti alla porta ad aspettare clienti che non ci sono. Un semaforo cambia colore lontano tra i palazzi scuri e senza luce elettrica. Si sente l’odore dei morti perché non è stato possibile recuperare tutti i cadaveri. Sui muri ci sono chilometri di scritte in arabo fatte dai soldati che hanno ripreso le strade una per una: “Il Califfato finisce qui”. Oppure c’è il nome delle loro unità, venivano da tutto il paese (e molte ormai sono già tornate alle basi di provenienza, a Mosul c’è meno della metà dei soldati rispetto all’anno scorso, l’onda di piena è finita). Organizzazioni umanitarie soprattutto straniere distribuiscono sacchetti di viveri alla gente che è tornata qui e sono l’unica possibilità di tirare avanti. Un camion di viveri viene dalla Turchia, un altro dallo Yemen (dallo Yemen in guerra!), un altro ancora da una comunità musulmana in Gran Bretagna che ha mandato dieci ventenni con magliette gialle molto volenterosi ma che finiscono per scattarsi selfie davanti alla popolazione in coda. Dentro i sacchetti si vedono bottiglie di olio di semi, scatolette, pacchi di farina e di pasta, la gente aspetta il turno dietro una corda tesa tra due pali della luce, litiga, tende le braccia.

Mentre le donne e gli uomini portano via il cibo e cercano di non farsi fotografare in volto e i volontari inseguono quelli che con un trucco sono riusciti a farsi dare due sacchetti, alzi lo sguardo e le vedi: la cupola turchese e il minareto troncato della moschea al Nuri. E’ il posto dove il capo dello Stato islamico, Abu Bakr al Baghdadi, pronunciò il suo primo e ultimo sermone pubblico nel luglio 2014. Non resta altro, perché il 21 giugno dell’anno scorso lo Stato islamico ha fatto saltare in aria la moschea piuttosto che cederla al governo dell’Iraq – che l’avrebbe di sicuro usata come fondale per l’annuncio della vittoria – e poi ha dato la colpa agli aerei americani. Del minareto è rimasto un mozzicone alto dieci metri e sia su quello sia sulla cupola bucata una mano ignota ha scritto: “Fuck Isis” in inglese. “Fuck al Qaeda” era la scritta che si leggeva sul distintivo non ufficiale portato sulla spalla dai soldati delle forze speciali americane e inglesi che più di dieci anni fa davano la caccia in Iraq ai capi dello Stato islamico. Adesso – ag - giornato ai tempi, non più “Fuck al Qaeda” ma “Fuck Isis” – è diventato il motto della restaurazione nazionale a Mosul e in tutto il paese. Fuck Isis. Finché dura. Ma dura? Il mese sacro di Ramadan è appena cominciato e di sera la luna è una falce sottilissima in cielo. Secondo il calendario musulmano sono passati quattro anni esatti dal discorso in cui Abu Bakr al Baghdadi accettò a Mosul il titolo di comandante dei credenti (per l’anniversario secondo il calendario gregoriano bisognerà aspettare fino al 4 luglio). Chissà che cosa direbbe oggi l’uomo che voleva essere Califfo – e che quindi secondo l’antico diritto islamico avrebbe il dovere di proteggere ogni musulmano ovunque si trovi nel mondo, anche a costo di scatenare guerre – se vedesse con i suoi occhi le prostitute battere nei ristoranti di Mosul e gli uomini fare la fila per i pacchi di viveri davanti ai resti della moschea di al Nuri. E invece è chiuso da qualche parte, isolato dalla realtà per sfuggire alla caccia delle intelligence di tutto il pianeta. Che risultati straordinari ha conseguito questo progetto del Califfato, vero? E che gran beneficio ha portato a tutto il mondo musulmano. Dovunque si volge lo sguardo, è un disastro. Per ora al Baghdadi ha fatto annunciare che non è colpa sua – non l’ha detto lui direttamente, lo ha spiegato al suo posto una voce anonima in un video prodotto dal suo ufficio propaganda – e che sarebbe invece colpa del fatto che lo Stato islamico è stato allontanato dalle città. E’ ovvio, secondo i fanatici, che senza il controllo dello Stato islamico tutte le cose sono destinate a degenerare. Nulla salus extra jihad, non c’è salvezza all’infuori del jihad. Gli uomini si tagliano la barba e riprendono a fumare, le donne peggio ancora. Però attenzione, lo dicono anche alcuni abitanti di Mosul, i mosulawi, in alcune conversazioni discrete con il Foglio. Si stava meglio quando c’era Lui. Mosul era “un paradiso”. Su di loro, che non credono affatto nel “Fuck Isis” strombazzato dappertutto, si tornerà fra poco. Viviamo un momento delicatissimo della storia del medio oriente e dello Stato islamico. Ogni singolo fatto, ogni singolo episodio, possono spingere il futuro di qua o di là. Da una parte c’è il lieto fine: la gente finalmente stanca del fanatismo arrogante e dell’ar - roganza suicida dello Stato islamico comincia a disaffezionarsi, lo vede per quello che è, un modello irrimediabilmente superato dalla storia – si può fondare un Califfato senza un’aviazione che lo protegga? – e la fonte di tutte le calamità della regione. La gente si stacca, lo abbandona, anzi aiuta attivamente i suoi nemici. E’ già accaduto uno volta, più di dieci anni fa, quando i guerriglieri iracheni che combattevano contro i soldati americani si stancarono dei terroristi che fino a poco tempo prima avevano considerato loro alleati. Quelli avevano idee troppo strambe – volevano un Califfato universale – pretendevano le figlie in sposa, erano velocissimi a passare alla violenza, ti ammazzavano anche per un sorpasso irrispettoso. Immaginate questi capiclan del deserto iracheno abituati a decenni di esercizio dell’autorità come reagivano quando un ventenne tunisino bussava alla loro porta per spiegargli “il vero islam”, lui a loro, prendergli i figli per mandarli in missioni suicide e le figlie come spose per dare altri figli alla causa. Di notte i capiclan chiamavano agli americani, dichiaravano una tregua e proponevano: “Aiutateci a sbarazzarci di loro e noi non daremo più problemi. La guerriglia finirà. Anzi, diverremo i custodi migliori delle nostre strade contro il terrorismo, perché noi conosciamo tutti faccia per faccia e per individuare uno straniero ci basta sentire un saluto in arabo nell’accento sbagliato, voi qui da soli non capite nulla, è come se foste bambini ciechi”. Ecco, se tutto andrà bene – e ci vorranno anni – lo Stato islamico in Iraq e in Siria è di nuovo destinato a spegnersi così, perché l’idea non attecchisce più e quello che segue è una inevitabile emorragia di forze, risorse e combattenti. Sempre meno adolescenti arabi guarderanno ai mujaheddin come a modelli vincenti, sempre più coltiveranno passioni meno cupe e più banali come tanti altri loro coetanei – le partite del Barcellona, i poster delle Lamborghini – avranno sempre meno voglia di migrare in territori dimenticati da Dio (avete mai visto la fascia rurale di villaggi da cinquanta persone l’uno sotto Mosul? Una distesa dove non c’è nulla se non le strade sterrate e le file dei piloni elettrici) e diventare bersagli per i droni americani e per gli informatori iracheni. Per decenni la polizia troverà i nascondigli sotterranei dove lo Stato islamico prima di ritirarsi ha nascosto esplosivo e armi in modo da tornare e continuare a colpire nei territori che ha perduto. Nascerà un’archeologia del terrorismo. Si dirà ai visitatori: “Dieci, vent’anni fa lo Stato islamico ha scavato questo deposito e lo ha riempito di fucili d’assalto perché pensava che i nuovi combattenti avrebbero portato avanti la lotta. Invece non è rimasto nessuno”. Altre costole del gruppo continueranno a combattere campagne minori in terre lontane, nelle Filippine, in Afghanistan, in Africa, ma perderanno forza anche loro. Dall’altra parte le cose invece potrebbero scivolare indietro, di nuovo verso il passato, il nastro potrebbe riavvolgersi a qualche anno fa, a quando lo Stato islamico era invincibile. Torniamo ai capiclan iracheni che telefonavano agli americani e che talvolta riuscivano a sradicare lo Stato islamico da una piccola città nel giro di una mattinata. Bastava loro andare in giro strada per strada assieme agli americani e indicare loro casa per casa e porta per porta dove abitavano i cattivi. Gli americani magari avevano provato a controllare senza successo lo stesso quartiere per anni, e invece grazie ai nuovi alleati la guerra finiva nel giro di poche ore. Poi quel momento magico di collaborazione si è perso. I soldati americani se ne sono andati nel 2011, il governo iracheno ha snobbato i capiclan e ha negato loro i soldi che chiedevano per continuare a pattugliare le loro strade, lo Stato islamico ha rialzato il capo e ha cominciato a ucciderli uno per uno. “Prima di ammazzarli gli faremo scavare le loro tombe”, diceva un capo terrorista chiuso dentro la prigione di Abu Ghraib. Quando nel luglio 2013 lo Stato islamico ha attaccato il carcere e lo ha liberato, è stata una delle prime cose che ha fatto: ha radunato i suoi, ha fatto indossare a tutti divise dell’esercito, è andato di notte nelle case dei suoi nemici fingendo controlli antiterrorismo, li ha ammanettati, li ha portati via. Poi mentre quelli protestavano e dicevano: “Noi siamo contro i terroristi, perché ci fate questo, telefonate ai nostri contatti nell’esercito vi diranno subito di liberarci” ha svelato: “Siamo noi i terroristi”. Gli ha fatto scavare le loro fosse, li ha uccisi sul posto e ha messo il video su internet. Moltiplicate per mille questo episodio e si capisce come hanno fatto a tornare così veloci. Lo Stato islamico non ha le forze per prendere di nuovo Mosul e le altre città, forse questa volta non ne ha nemmeno l’intenzione – perché controllare il territorio a imitazione di un vero Stato è un’attività che consuma troppe risorse che invece potrebbero essere meglio spese nei combattimenti.

Potrebbe invece diventare qualcosa simile ai cartelli messicani, potrebbe controllare tutti i traffici e condizionare la vita del paese con estrema violenza senza essere mai davvero debellato. E’ vero che ha perso moltissimi uomini negli ultimi tre anni, ma per infliggere danni gliene servono molti meno di prima. Duecento fanatici non bastavano nemmeno a controllare il traffico quotidiano di Mosul, ai tempi d’oro. Ma se oggi gli stessi duecento fanatici diventano una cellula clandestina dedita agli attentati e agli assassini, sono un problema enorme. Il tutto in attesa che prima o poi la Storia offra di nuovo allo Stato islamico un’occasione d’oro di ascesa e conquista, come è successo quando è scoppiata la rivoluzione in Siria nel 2011. Lo Stato islamico è formato da assassini estremisti, ma non da pazzi. Studiano, pianificano, deliberano, imparano, hanno una coerenza strategica, pensano a come muoversi meglio, hanno obbiettivi. Sbaglia chi vede in loro soltanto il lato demenziale, la fissazione di inorridire gli occidentali e gli infedeli in genere con i loro capelli lunghi, le loro bandiere, i loro bambini indottrinati e le esecuzioni in piazza. Lo Stato islamico ragiona a lungo termine. “Non c’è sconfitta nel perdere una città o anche tutte le città, non c’è sconfitta nel rimanere di nuovo senza un metro di territorio – ha detto il loro portavoce Abu Muhammad al Adnani nell’ultimo discorso prima di essere trovato ucciso da un drone americano a est di Aleppo in Siria – la sconfitta vera arriverebbe soltanto se perdessimo la volontà di combattere in nome di Dio e questo non accadrà”. Chiaro no? Le città vanno e vengono, oggi è mia, domani è tua, non importa: conta la resistenza a lungo termine. La boutade dell’economista Keynes, “sul lungo termine saremo tutti morti”, per quelli dello Stato islamico è una promessa deliziosa. Si può osservare come il gruppo abbia obbedito a una strategia ben disegnata anche in mezzo al collasso del Califfato. A Sirte in Libia e a Mosul in Iraq c’è stata la scelta intenzionale di combattere fino all’ultimo uomo, last man standing direbbero gli inglesi, in modo da creare un’epica che avrebbe entusiasmato i combattenti per generazioni. Oggi nelle chat con i seguaci dello Stato islamico si possono leggere frasi come “Gli americani ci hanno messo un mese per sconfiggere Saddam Hussein in Iraq e nove mesi per sconfiggere noi a Mosul. La battaglia è durata più a lungo di quella di Stalingrado”. Poi, dopo Sirte e Mosul, le altre sfide sono state giocate in modo assai diverso. Una fase nuova, per risparmiare le forze in vista di una possibile rinascita futura. A Raqqa, a Palmira, a Damasco e altrove ci sono stati accordi di evacuazione: i combattenti hanno potuto lasciare il campo assieme con le loro famiglie e le armi leggere in cambio di una colonna di autobus per uscire indisturbati dall’assedio e raggiungere altre zone infestate dai loro compagni, dove ricominciare daccapo a fare la guerra. L’ultima città a cadere in Iraq è stata Hawija: ebbene, il wali, il governatore locale dello Stato islamico, ha ordinato ai suoi di arrendersi in massa alle forze curde a nord della città. Sapeva che se li avesse mandati verso i soldati iracheni ci sarebbero state esecuzioni di massa, i curdi invece sono meno vendicativi, uccidono meno i prigionieri. Il calcolo (corretto) è che passeranno anni nelle celle a leggere il Corano e a parlare di jihad, come se fossero in una bolla di Stato islamico perfettamente conservata e protetta dentro le mura delle prigioni mentre attorno a loro il paese tenta di andare avanti, fino al giorno in cui saranno liberati. Il calcolo vale anche per tutti gli altri prigionieri in Iraq accusati di fare parte dello Stato islamico. Sono circa ventimila, sparsi in tutto il paese, se anche uno su cinque di loro fosse impiccato – dopo processi sommari che durano dieci minuti e sono molto lontani dagli standard occidentali – vorrebbe dire che altre migliaia di membri dello Stato islamico farebbero lo stesso percorso già fatto dai loro predecessori. Cattura, prigionia, liberazione, ripresa della guerra. Osama bin Laden è l’unico tra i grandi jihadisti carismatici a non essere passato per una cella. Tutti gli altri, da Abu Mussab al Zarqawi ad Abu Bakr al Baghdadi, sono stati in carcere e ne sono usciti più forti di prima. In alcuni casi, le celle funzionano un po’ come la zanzara imprigionata nella resina di Jurassic Park: come da quella era possibile riportare in vita i dinosauri, così i mostri dello Stato islamico possono tornare nelle strade grazie al ricovero nelle prigioni. Non c’è una soluzione a questo problema. In Siria, nelle aree controllate dalle milizie curde sponsorizzate dagli americani, le cose stanno andando anche peggio. Dopo avere catturato migliaia di guerriglieri dello Stato islamico con le loro famiglie, anche foreign fighters arrivati dall’Europa, e dopo avere atteso per mesi che qualcuno venisse a dare un aiuto, le autorità stanno cominciando a liberarli. Non hanno le strutture e le risorse per tenerli a tempo indefinito. Questo vuol dire che molti degli amnistiati potrebbero andare a raggiungere i compagni ancora in libertà, almeno diecimila soltanto in Iraq secondo una stima del Pentagono uscita un mese fa, e riprendere da dove erano stati interrotti. Se questo è il quadro, si capisce a cosa servono i depositi di armi sepolti un po’ dappertutto secondo le regole delle operazioni militari stay-behind. Potrebbero essere presto riportati alla luce. Ne parliamo con il generale dell’esercito iracheno Najim al Jubouri, comandante di tutte le operazioni militari a Mosul, nella base militare che sovrasta la città. Il comando è piazzato dentro il complesso di palazzi che furono di Saddam Hussein e siamo circondati dai bassorilievi in stile antica Mesopotamia che piacevano al dittatore iracheno. Durante la guerra divenne una base americana, poi fu passato ai soldati iracheni, poi fu preso dallo Stato islamico – e si capisce perché uno dei palazzi sontuosi di Saddam è sventrato dalle bombe di precisione americane – adesso è tornato a essere una base dell’esercito. Dentro ci sono anche soldati americani, alcuni corrono nei viali, altri vanno e vengono con gli elicotteri dalla loro base a Qayyarah, fuori città e più a sud. Chiediamo al generale se gli abitanti di Mosul hanno capito la lezione, perché stare dalla parte dello Stato islamico vuol dire prima o poi entrare in guerra con il resto del mondo, con tutte le conseguenze che ne derivano. Risponde che sì, le cose sono molto cambiate rispetto a prima, quando gli abitanti avevano celebrato la cacciata dell’esercito iracheno dalla città. “Oggi la maggior parte delle operazioni di intelligence che lanciamo contro i terroristi cominciano grazie a informazioni che ci hanno passato i cittadini di Mosul. Nel 2014 qui c’erano tre divisioni di soldati con trentacinquemila uomini e centinaia di mezzi ma non avevano un buon rapporto con la gente e quando l’attacco venne non riuscirono a tenere la città, scapparono in tre, quattro ore. Oggi al posto di quelle divisioni ci sono tredicimila poliziotti ma la situazione è molto più sicura”. Jubouri è un veterano delle campagne contro le infiltrazioni dello Stato islamico, tra il 2005 e il 2008 è stato sindaco di Tal Afar, una città dove la presenza dei nemici era fortissima (Tal Afar è una culla del gruppo, è la terra di origine di molti suoi capi) e riuscì a stabilizzarla grazie al lavoro quotidiano con un comandante americano che si chiamava Herbert McMaster e che poi è diventato consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump, come il generale fa cadere durante l’intervista (McMaster è stato silurato a inizio aprile). Al Jubouri è poi andato a vivere in America fino al 2015, prima di tornare in Iraq con l’inglese migliore dello Stato maggiore e con la sicurezza di poter dire quello che crede, a dispetto di molti altri ufficiali di grado inferiore che devono sempre tenere in considerazione la politica. “La misura di sicurezza più forte è il rapporto con la gente. La gente, la gente, la gente”, insiste, lasciando intendere che prima della guerra non fosse proprio così. “La popolazione di Mosul ha imparato la lezione ma se non si migliorano le sue condizioni, diventerà di nuovo una preda facile per i terroristi. Quanto puoi resistere senza vestiti e senza cibo prima di cedere alle offerte di chi vuole riportarti sulla cattiva strada? Un mese? Sei mesi?”. Gli diciamo che nelle strade ci sono molti bambini esposti a questo tipo di rischio. “I bambini sono come i cani. Gli puoi dire di fare quello che vuoi”. Al Jubori è convinto che negli anni passati molti iracheni si siano semplicemente adattati all’occupazione dello Stato islamico perché non avevano scelta. “Quelli di al Qaida in Iraq erano credenti. Quelli dello Stato islamico (l’incarnazione successiva) sono un po’ credenti, un po’ una mafia, un po’ gente costretta a farlo. Quando nel 2005 presi l’incarico di sindaco a Tal Afar assieme a McMaster ci preoccupammo di dare alla gente posti di lavoro. Ci sono tre step per riprendere il controllo di una città. Il primo è to clean, ripulire dagli estremisti. Il secondo è to hold, avere il controllo della situazione. Il terzo è il rebuilding, la ricostruzione. E questa passa per i posti di lavoro, ma non ci sono ancora”. E cosa fare con i combattenti dello Stato islamico? Molti sono stati uccisi durante la cattura. “In Iraq la gente segue un codice che deriva dall’appartenenza a un clan, se qualcuno del clan è stato ucciso da Daesh allora gli altri uomini del clan vogliono la loro vendetta contro Daesh, e questo è un fattore che conta. C’è poi il problema delle prigioni. Non è una cosa saggia mettere tutti assieme senza fare distinzione nella stessa prigione perché i soggetti cattivi possono influenzare molti detenuti”. E gli americani, che ora stanno smobilitando perché considerano le operazioni più importanti contro lo Stato islamico ormai concluse, avete ancora bisogno di loro? “Abbiamo ancora bisogno degli americani. Ne abbiamo bisogno adesso, ci servono i loro droni e i loro bombardamenti lungo il confine con la Siria. Abbiamo bisogno della loro intelligence. E abbiamo bisogno del loro addestramento. Nel 2011 fecero un grave errore, lasciarono l’Iraq troppo in anticipo sui tempi e così lo Stato islamico è tornato in forze. Big mistake, very dangerous”. E Abu Bakr al Baghdadi dove si nasconde? Molti dicono nella fascia di confine fra Iraq e Siria. “Io non penso che Abu Bakr al Baghdadi sia vicino al confine. Detto questo, Daesh ha molti leader e comandanti, è per questo che funziona e tira avanti, perché ha molti leader e non soltanto Baghdadi”. A che punto è l’onda di marea dello Stato islamico in Iraq? Si sta ritirando del tutto? Oppure sta soltanto aspettando di risalire? Per cercare di capire sono andato nei due quartieri di Mosul dove la presenza dello Stato islamico è sempre stata storicamente più forte, Rajim Hadid e al Tanak, il “quartiere di latta”, che sono due grandi aree a ovest dove la città finisce e comincia la pianura che porta verso il confine siriano. Quando scrivo “storicamente” non intendo dal 2014, ma dal 2003. Sono aree in cui la gente era schierata da anni con gli estremisti e contro il governo, al punto che i soldati americani durante la guerra aprirono piccole basi avanzate un po’ dappertutto nel paese ma non in questi quartieri. Da qui le colonne dello Stato islamico sono entrate in città nel giugno 2014 perché si trattava di settori che erano già in mano loro e che hanno fatto da testa di ponte per il resto di Mosul. In pratica si sono presi i primi chilometri di territorio urbano gratis. Erano poche centinaia di guerriglieri ma l’esercito iracheno si fece prendere dal panico e scappò anche dal resto della città. Case basse a un solo piano, cemento a vista, niente finestre ma soltanto muri ciechi – per evitare che da fuori qualcuno guardi dentro casa, le finestre esistono ma sono soltanto fra gli spazi interni – serbatoi di acqua in metallo zincato sul tetto e pecore fuori dalla porta. Le strade nel novanta per cento dei casi non sono asfaltate. La pianta è la stessa a strade parallele di un campo profughi, che però qui è parte integrante di Mosul. Se le abitazioni sono tutte uguali, a distinguere una strada dall’altra ci sono soltanto pochi dettagli che cambiano. La carcassa di una macchina. Un muretto crollato. Una facciata intonacata in giallo. Un rigagnolo di scolo. Le forze di sicurezza irachene battono naturalmente questi posti, ma più che la presenza di uomini armati in questo dopoguerra a Mosul conta un altro tipo di lotta, fatto di informatori, accuse, arresti improvvisi, intelligence, nascondigli di esplosivo e armi, cellule dormienti vere e innocenti che ci finiscono in mezzo. Un uomo in lacrime seduto su un materasso in mezzo al pavimento racconta al Foglio che in questo settore negli scorsi mesi ci sono stati due grandi rastrellamenti, nel primo hanno preso cento maschi e ne sono tornati la metà, nel secondo ne hanno portato via trenta e ne sono tornati quattro. Le forze di sicurezza irachene scrivono “Daesh” sui muri delle case e dei negozi degli uomini dello Stato islamico. Che sono vuote: gli uomini sono morti o in prigione o fuggiti. In certe strade una casa su due è marchiata così. A volte tagliano corto e scrivono: “Qui tutti di Daesh”e tracciano una freccia che indica un gruppo intero di case. Gli arresti seguono uno schema contagioso. Se un uomo è dello Stato islamico allora anche i parenti devono essere portati via, i fratelli, il padre, i figli se sono in età militare, perché l’idea è che le famiglie sono l’unità di base del gruppo terrorista. Se uno era colpevole, allora gli altri non possono essere innocenti, almeno questo è il ragionamento che conduce agli arresti di massa. Il che porta a un grande corollario: tutti i maschi in età militare che circolano ancora in queste strade non devono avere dimostrato soltanto di essere estranei ai fatti, troppo poco, devono in qualche modo avere guadagnato attivamente la fiducia delle forze di sicurezza per scampare ai controlli. Però, mentre trascorrono i giorni e passiamo di conversazione in conversazione, in queste case di Mosul ovest in cui a volte non c’è nulla, soltanto qualche materasso e qualche bicchiere per il té, ci rendiamo conto che la mentalità del Fuck Isis di cui si parlava all’inizio non è così forte e omogenea come si potrebbe pensare. Ci sono stanze in penombra che, come le celle delle prigioni, sono piccole bolle dove ancora si crede che prima o poi potrebbe arrivare un ennesimo rovesciamento di forze, che la traiettoria dello Stato islamico non sia affatto finita per sempre e che abbia soltanto incontrato un momento di difficoltà come del resto i mujaheddin devono essere sempre pronti ad affrontare “fisabilillah”, sulla strada di Dio. Sono case in cui le famiglie sono finite fuori dal sistema perché portano il marchio di Daesh. Avrebbero bisogno di un certificato di morte che prova che il marito o il padre affiliati allo Stato islamico sono deceduti e accedere così all’assistenza e alla scuola, ma la burocrazia nega deliberatamente il pezzo di carta – volevi il Califfato? Volevi distruggere questo governo “di miscredenti”? E allora perché oggi ci chiedi aiuto? – e quindi restano in un limbo. Alcune famiglie vanno a frugare tra le macerie per recuperare un cadavere, un cadavere qualsiasi, da portare alle autorità come prova del decesso dell’uomo di casa e così riescono a farsi inserire sulla lista della distribuzione di aiuti. In queste case ci sono centinaia di bambini, sei o sette per madre. Molti hanno un’età compresa tra uno e cinque anni, vuol dire che sono stati concepiti negli anni d’oro dello Stato islamico, dal 2012 in avanti, quando le famiglie obbedivano all’ordine di produrre nuove leve per il progetto del Califfato. Altri hanno già dodici, tredici anni, sono ragazzini. Lo Stato islamico non si fa scrupoli, potrebbe già cominciare a considerarli operativi nel 2020. C’è una madre che davanti al suo gruppo di bambini continua a ripetere quanto suo marito – morto in combattimento – fosse buono e come credesse nel “vero islam”. Il nostro accompagnatore sbotta: il vero islam è quello dell’“ahlan wa salhan” (è la formula di benvenuto in arabo), se tuo marito fosse ancora qui sai cosa farebbe come regola ai giornalisti stranieri? “Top top!”, mima il gesto di una pistola che spara dall’alto verso il basso a un uomo inginocchiato. La donna tace, ma non ritira quello che ha detto. E’ lecito pensare che gran parte del piano dello Stato islamico per risorgere ancora una volta in Iraq passerà per i suoi bambini, che oggi trascorrono le giornate nel nulla, all’ombra di case vuote, nel disprezzo pubblico di un paese devastato dal terrorismo. In alcune stanze si terrà vivo per anni il ricordo di padri, nonni e fratelli maggiori che sono morti per “la causa”. Ci sono testimonianze importanti che fanno pensare che, come per i depositi di armi sepolti sottoterra, anche questo faccia parte della strategia per tornare a contare e a essere pericolosi, un giorno. A febbraio la Cia americana e l’intelligence irachena hanno arrestato un capo dello Stato islamico di primo livello, Abu Zaid al Iraqi, che si era rifugiato in una zona turistica in Turchia grazie al passaporto del fratello. A maggio Abu Zaid è stato portato in televisione a confessare le sue attività terroristiche e ha parlato anche dell’ultima riunione faccia a faccia che ha avuto con Abu Bakr al Baghdadi, vicino Deir Ezzor in Siria, nel luglio 2016, proprio mentre lo Stato islamico a Mosul crollava infine dopo una battaglia di una ferocia mai sperimentata neppure in Iraq. Ebbene, Al Baghdadi dedicò l’intera riunione non a questioni militari, ma alla definizione di un programma di lezioni da impartire ai figli dello Stato islamico per indottrinarli correttamente. Da ogni parte arrivavano notizie di catastrofi militari, in corso o imminenti, e lui si occupava di rifinire il catechismo di Daesh. Perché, come ha detto il generale Al Jubouri al Foglio, “i bambini sono come i cani, gli dici di fare quello che vuoi”.

Corriere della Sera - Stefano Montefiori: "Francia e islam, la propaganda subdola di Al Jazeera plus"

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Stefano Montefiori

Nel dicembre 2017 ha cominciato le sue attività «AJ+ français», che si definisce come «un media online per le generazioni connesse e aperte sul mondo». È la versione giovane, pensata per Twitter e Facebook, di Al Jazeera, la rete fondata nel 1996 dallo sceicco del Qatar. Dopo sei mesi di attività, «AJ+ français» si sta dimostrando un interessante — e subdolo — strumento di influenza nei confronti del pubblico francese, specie di origine arabo-musulmana. Il sito Sputnik e la rete all news Russia Today furono bollati un anno fa dal presidente Emmanuel Macron come «organi di propaganda, non di stampa» proprio davanti a Vladimir Putin, ma «AJ+ français» non è da meno, al servizio stavolta del Qatar vicino ai Fratelli musulmani e a Hamas. L’aspetto più affascinante è la combinazione tra codici formali occidentali e contenuti critici dell’Occidente. Molto ritmo e uso della scrittura femminista inclusiva (ad esempio, «agricult·eur·rice»), per sottolineare in modo strisciante il razzismo della nostra società, l’«ossessione» contro il velo, le colpe degli israeliani fino alla persecuzione di cui sarebbe vittima Tariq Ramadan. Il colmo si raggiunge con un video sugli orientamenti sessuali. La giornalista di «AJ+ français» spiega il significato della sigla LGBT (lesbiche-gay-bisessuali-trans) e sostiene che sarebbe più corretto sostituirla con LGBTQQIP2SAA, rispettosa di molte altre diversità. Cita le persone «due spiriti» (maschile e femminile insieme) dei nativi americani e denuncia le violenze che gli antichi coloni occidentali esercitarono su di loro, ma si dimentica di menzionare che oggi in Qatar gli omosessuali vengono condannati a morte.

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