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Il Foglio Rassegna Stampa
09.01.2018 I cristiani israeliani difendono il proprio Paese, Israele
Commento di Emanuel Segre Amar, Michael Sfaradi

Testata: Il Foglio
Data: 09 gennaio 2018
Pagina: 2
Autore: Emanuel Segre Amar, Michael Sfaradi
Titolo: «Patria israeliana»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 09/01/2018, a pag. 2 il commento di Emanuel Segre Amar, Michael Sfaradi dal titolo "Patria israeliana".

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Giovani cristiani svolgono il servizio militare per il proprio Paese, Israele

Dal 2000 vive nel nord d’Israele, insieme alla sua famiglia, sotto lo stato di asilo politico. Dalle finestre della sua casa, una villetta monofamiliare, vede il suo amato Libano. Il confine dista meno di 600 metri, ma per lui quello spazio è un oceano, perché se tornasse nel paese dei cedri finirebbe in carcere, o peggio, come traditore, davanti a un plotone di esecuzione. Chiameremo il nostro ospite ‘H’ per salvaguardare la sua sicurezza e quella dei suoi parenti, perché H è un ex soldato dell’esercito del Libano del sud e ha combattuto per difendere i villaggi cristiani dagli assalti dell’esercito libanese, di quello siriano e, in particolare, dei Fedayyin di Arafat. Ci sediamo al tavolo della sala da pranzo mentre la moglie ci prepara un tè e ci offre dei dolci a base di miele: anche questo, tè e dolci al miele, a prescindere dalle religioni o dalle etnie, è il medio oriente. Siamo ansiosi di porre le nostre domande, ma gli occhi lucidi su quel viso sorridente ci impongono pazienza e tatto, perché condividere il passato e la propria storia con degli sconosciuti è molto più faticoso che viverla in una silenziosa solitudine. E’ una questione di rispetto. H inizia il suo racconto senza neanche attendere la prima domanda, e si vede che oltre a essere alla ricerca di ricordi vuole essere il più preciso possibile. “Era il 1975, e tutto ebbe inizio quando i palestinesi di Arafat, armi in pugno, entrarono nella zona cristiana di Beirut”. Voi dove eravate? “In quel periodo la mia famiglia abitava a Beirut e la città che aveva sempre vissuto nella coesistenza divenne un posto dove si combatteva casa per casa. In quel periodo io ero ancora un ragazzo, ma ricordo bene la paura: eravamo diventati dei bersagli”.

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Michael Sfaradi

Cosa faceste per mettervi in salvo? “Mio padre decise, era il 1976, di riportare tutta la famiglia nel nostro villaggio di origine nel sud del Libano, era convinto che la guerra sarebbe rimasta circoscritta all’interno della Capitale, ma così non fu. Presto gli scontri interessarono il resto della nazione”. Quando cominciarono esattamente? “Con l’ammutinamento di Ahmed al Katib. La stampa di allora riportò che era stato un moto spontaneo di un gruppo di ufficiali, ma sapevamo che si trattava di una mossa studiata a tavolino dai siriani e palestinesi per dividere l’esercito libanese, ultimo baluardo a difesa della nazione prima dell’inferno. I soldati cristiani della base di Marjayoun, la più importante nella nostra zona, capirono improvvisamente che i loro compagni musulmani erano diventati dei nemici e fuggirono”. Cosa accadde precisamente? “Ci furono scontri a fuoco e quelli che si salvarono trovarono riparo nei villaggi abitati in maggioranza da cristiani maroniti. Da quel momento incominciò l’inferno anche per noi al sud”. Cosa esattamente? “L’esercito, ormai solo musulmano, con l’appoggio di palestinesi e siriani incominciò a cannoneggiare con obici da 105 e razzi Katiuscia i centri abitati cristiani alla ricerca dei militari che erano riusciti a mettersi in salvo. A seguire un mare di profughi si riversò verso la nostra regione, soprattutto dopo la strage di civili cristiano-maroniti di Damur del 20 gennaio 1976, da parte dei palestinesi del campo profughi libanese di Tell al Zaatar. E fu il caos”. Quale fu la soluzione? “Chiedere aiuto. Il confine con Israele distava solo pochi chilometri e i palestinesi volevano i nostri villaggi come base per lanciare attacchi missilistici. La nostra paura era quella di trovarci fra due fuochi con la conseguente distruzione delle nostre case. Tre ragazzi riuscirono ad avvicinarsi al confine e a raccontare agli ufficiali israeliani quello che stava accadendo”. E la risposta fu… “Israele ci aiutava addestrando i nostri giovani e curando i feriti nell’ospedale di Safed. Inoltre avrebbe aperto il confine per permettere, a chi lo voleva, di lavorare in Israele guadagnare e portare a casa viveri e generi di prima necessità”. Fu sufficiente? “No, infatti dopo i primi mesi di lavoro facemmo una seconda richiesta di addestramento militare per i ragazzi dai 17 ai 23 anni. Finito l’addestramento gli israeliani ci dettero l’ordine di riconquistare Marjayoun, prendere possesso del posto per avere una base ordinata. Base che poi, dopo l’invasione del 1982 diventò uno dei quartieri generali israeliani in Libano”. Spesso in Europa si dice si accusano i maroniti di essere fascisti. “Noi, nel Libano del sud ci difendevamo ed eravamo inquadrati dagli israeliani, mentre i combattenti cristiani del nord erano una falange autonoma. Sicuramente avevano contatti con Israele, ma non prendevano ordini da loro. I cristiani del sud, di fatto, non erano in contatto con quelli del nord. Ognuno combatteva autonomamente, anche se contro lo stesso nemico. I falangisti di Gemayel erano sicuramente conservatori ma, ne sono sicuro, avrebbero voluto un Libano democratico. Ciò che mi dispiace è che in Europa guardano più alle idee politiche che alla realtà dei fatti perché i massacri dove le vittime sono stati i cristiani maroniti non sono quasi mai stati menzionati dalla stampa importante e questo non è giusto”. Tornerebbe in Libano? “Se ce ne fosse la possibilità e in piena sicurezza lo farei, ma solo come turista. La mia vita e quella della mia famiglia è ora in Israele, nazione che ci ha assicurato la salvezza e ci permette di guardare al futuro, soprattutto per i miei figli e i miei nipoti, con una speranza impossibile da trovare oggi in qualsiasi altra parte del medio oriente”. Finita l’intervista H ci accompagna verso l’uscita e prima di scendere le scale che vanno verso il parcheggio si ferma e volge lo sguardo verso la barriera di confine oltre la quale c’è il suo Libano. Con le nostre domande abbiamo sicuramente riportato a galla ricordi di posti che a meno di un miracolo non rivedrà mai più e di amici che gli sono stati strappati dalla guerra e dall’odio. Dopo aver tanto parlato, H ha perso le parola, ci saluta solo con la mano mentre trattiene a fatica le lacrime e i segni sul suo volto, ora più accentuati, diventano la spia di sentimenti e emozioni che anche a distanza di anni ancora bruciano sotto la cenere dei ricordi.

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