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Il Foglio Rassegna Stampa
04.07.2013 Siria: chi appoggia Bashar al Assad
commento di Tatiana Boutourline

Testata: Il Foglio
Data: 04 luglio 2013
Pagina: 5
Autore: Tatiana Boutourline
Titolo: «L'elite vuole il dittatore»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 04/07/2013, a pag. I, l'articolo di Tatiana Boutourline dal titolo "L'elite vuole il dittatore".


Tatiana Boutourline

La contabilità dell’orrore in Siria registra 93 mila vittime secondo le Nazioni Unite e 120 mila stando ai dati forniti dal Syrian Observatory for Human Rights, numeri che scivolano via mentre le Guernica dei nostri giorni svaniscono dietro etichette che dovrebbero spiegare tutto: sciiti e alawiti che respingono i sunniti in un conflitto nazionale che rischia di diventare regionale, come se sciiti e sunniti fossero tutti uguali, robot che marciano compatti i primi a difendere il fronte della resistenza di Teheran e Hezbollah, i secondi, l’Arabia Saudita, il Qatar, la Turchia, a impedire che la mezzaluna sciita si trasformi in una luna piena. In Siria però non si combatte solo la guerra settaria di una maggioranza contro una minoranza, o una guerra per procura tra milizie di potenze rivali: quella siriana è (si spera sia ancora) anche una rivolta contro la tirannia e la corruzione e insieme una battaglia della campagna contro le città, dei poveri contro i ricchi, degli invisibili contro i cosmopoliti, dei sunniti conservatori contro quelli più laici, guerre, queste ultime, in cui le linee di demarcazione identitarie sfuggono alle rigide classificazioni confessionali. C’è per esempio un pezzo di Siria sunnita e non solo alawita e cristiana che tifa per Bashar el Assad, che è indifferente ai suoi torti o preferisce turarsi il naso, un mondo di “lemon squeezers” (Thomas Friedman ha raccontato sul New York Times che in Egitto chi ha votato per Morsi ed i Fratelli musulmani senza riconoscersi nel progetto islamista è un “lemon squeezer”, una persona che, costretta a mangiare qualcosa di sgradito, si salva il pasto spruzzando molto limone) per cui il limone sono gli affari, i grandi lussi per alcuni e le abitudini quotidiane per altri, un mondo in cui l’impotenza dello status quo fa meno male dello spettro dell’anarchia rivoluzionaria.
Sono gli uomini che contrastano l’effetto delle sanzioni con iniezioni di capitali, finanziano le milizie pro regime e seguitano a oliare la macchina ammaccata dello stato: businessmen, mercanti e imprenditori che ballano su una nave che pareva destinata ad affondare come il Titanic e invece è ancora là. L’ultimo G8 li ha esplicitamente corteggiati con una dichiarazione finale in cui si assicura che, a un accordo su un governo di transizione con pieni poteri esecutivi, non seguirà lo smantellamento delle forze militari e dei servizi di sicurezza. Il messaggio ai lealisti siriani è chiaro: non sarà come in Iraq, se il regime cade non affonderete con lui, potreste comunque avere un futuro nella nuova Siria. “Coloro che sono fedeli ad Assad, che sanno che se ne deve andare, ma si preoccupano della stabilità del loro paese dovrebbero pensarci” ha sottolineato il primo ministro inglese David Cameron.
Un anno fa Manaf Tlass, un eccentrico generale dell’esercito siriano intimo di Bashar e figlio di un altrettanto eccentrico ministro della Difesa di Hafez el Assad è rocambolescamente fuggito da Damasco abbracciando le ragioni dell’opposizione. La sua defezione apparve allora come l’inizio di una frana potenzialmente inarrestabile: se un esponente di una famiglia come i Tlass – élite sunnita legata a doppio filo al sistema – separava il suo destino da quello del suo presidente amico e protettore molti altri l’avrebbero seguito, uomini tipo Mohammed Hamsho, il parlamentare, magnate di Dunya tv colpito dalle sanzioni americane per il suo ruolo nelle transazioni di Maher el Assad (fratello di Bashar) o come Mohammed Jaber l’alawita mago del petrolio e del gas che negozia direttamente con gli iracheni per conto del presidente e scorta convogli di combustibile attraverso territori in mano ai ribelli. E invece no, tra le fila dei sostenitori del regime ci sono stati altri tradimenti o conversioni, a seconda dei punti di vista, ma il castello di carte non è caduto. “Come al solito gli occidentali sono ipocriti o ingenui, non so cosa sia peggio”, dice Noura al Foglio. “Non capiscono che i ribelli non sanno cosa sia la libertà? Che i loro slogan sono vuoti, che vogliono solo imporci il niqab oppure ammazzarci?” Noura ha trent’anni, due figli, una laurea in Medicina e un marito manager che lavora in una banca di Damasco.



Lei è sunnita “ma è quasi doloroso dirlo”. Appartiene a una famiglia altolocata ed è stata una delle ragazze più ammirate della gioventù dorata di Damasco. “C’è stato un tempo – dice – in cui non c’era quest’ansia di definirsi per proteggersi o attaccare gli altri. “Prima cercavamo cosa ci poteva unire, ora vediamo solo quello che ci divide”. All’inizio anche Noura aveva simpatia per i manifestanti: “Penso anch’io che il regime andrebbe riformato e speravo che le manifestazioni avrebbero cambiato le regole del gioco”. Ora però, per lei, i ribelli non sono la sua gente, sunniti come lei o meno fortunati di lei, i “terroristi” sono solo assassini che sognano un califfato e la spaventano più dellesercito di Assad. “Molti sunniti come me hanno capito di cosa sono capaci questi ‘terroristi’. Aveva ragione Nietzsche: chi affronta i mostri dovrebbe stare attento a non assumerne le sembianze. I ribelli sono molto peggio di chi combattono e noi non possiamo più permetterci di criticare Assad, non c’è più spazio per le differenze, noi ora siamo con lui”. Per Noura la Siria non deve diventare “come l’Iran anzi peggio dell’Iran” e non le importa che sia proprio Tehran insieme a Hezbollah (e a Mosca) a coordinare la strategia difensiva di Assad. Per proteggersi bisogna spruzzare altro limone sul menu del regime, perché sì, non si può negare, ci sono state delle atrocità ma alla fine l’unica domanda da porsi è cosa accadrebbe in una Siria senza Assad? “Se cade lui, cadremo tutti tra le mani degli islamisti”.
Resistere ai “terroristi”, per chi come Noura non vuole lasciare Damasco, significa imparare giorno dopo giorno una nuova geografia: la mappa delle zone sicure cambia spesso i suoi confini. Sua zia che vive a Vienna e lavora all’Opec annota su un quaderno i percorsi che i suoi cari a Damasco faranno per rimanere al sicuro, ogni mattina aggiorna febbrilmente i dati ascoltando al Jazeera e controllando i social network come se bollare con una matita le zone più insidiose potesse in qualche modo esorcizzare la paura e rinchiudere i cecchini dietro una crocetta rossa . Nei sobborghi meridionali della capitale siriana le linee del fronte di spostano avanti e indietro di giorno in giorno da Tadamon a Hajr da Aswad a Yarmouk. Noura vive in un quartiere borghese vicino al centro, per ora è tranquillo, ma nessuno si sente al sicuro. I bambini vengono ritirati dalle scuole private più lontane e iscritti negli istituti governativi dietro l’angolo, meglio evitare il passaggio attraverso le zone rischiose e minimizzare la possibilità di un rapimento. Noura ha quattro sorelle: una si è trasferita a Dubai, un’altra a Beirut. Sono rimaste in due a Damasco. Noura non vuole andarsene perché vorrebbe dire darla vinta “ai terroristi”, non lascerà la casa perché “a loro”, ai barbari, basterebbe buttare giù la porta per occupare per sempre il suo mondo. Se va via a cercare una boccata di ossigeno in Libano cerca di non lasciare la casa mai vuota per più di tre giorni e una domestica passa ogni giorno ad accendere per qualche ora le luci. Sua sorella ha già cambiato indirizzo quattro volte nell’ultimo anno e mezzo perché il marito è stato ripetutamente minacciato.
Khaled possiede un’industria farmaceutica. La prima volta un comandante dei ribelli gli si è parato davanti a mezzanotte sollecitando un obolo alla rivoluzione, la seconda è stato insultato da un ragazzino che gli ha gridato che tutte le sue proprietà sarebbero state ridotte in cenere, la terza è stato preso a calci in un vicolo da uno sconosciuto. Khaled ha negoziato una tregua al prezzo di 6 mila dollari, ma dubita che si accontenteranno e sogna di portare tutti all’estero. Noura si indigna se le si chiede di un regime che bombarda persino i funerali e si inalbera ancora di più se si menzionano gli “shabiha” i miliziani di Assad accusati di stupri, pestaggi e omicidi di massa, secondo lei la parola “shabiha” viene usata con superficialità. “Se qualcuno viene ammazzato, dicono che sono stati gli shabiha, i ribelli sequestrano la gente per soldi? Tenteranno di scaricare la responsabilità sugli shabiha”. Quando Hafez el Assad arrivò al potere negli anni 70 rafforzò la sua leadership siglando un patto con un gruppo di uomini d’affari di Damasco e di Aleppo, personaggi con portafogli sostanziosi e interessi indeboliti dall’ondata di nazionalizzazioni baathiste degli anni Sessanta. Alcuni appartenevano all’antica borghesia mercantile che aveva dominato la politica siriana negli anni 50, altri erano uomini nuovi che dovevano la loro fortuna al boom petrolifero.



Una troika composta da Sa‘ib Nahhas, Uthman al-‘Aidi and ‘Abd al-Rahman al-‘Attar ottenne da Assad una concessione particolarmente vantaggiosa: il via libera alla prima iniziativa imprenditoriale privata di grandi dimensioni. Quell’accordo divenne il modello di molte partnership tra lo stato e i grandi businessmen siriani e anche l’origine delle rimostranze dei piccoli imprenditori e dei commercianti più conservatori legati alle tradizioni del suq. I ricchi mercanti di Aleppo e Damasco entrarono nel sistema della troika grazie ai buoni uffici dell’allora presidente della Camera di commercio siriana Badr al din al Shallah e furono premiati con esenzioni fiscali, protezioni commerciali, commissioni speciali per progetti nel settore pubblico. Quando nel 1982 Hama si sollevò nella notoria rivolta, Assad colpì gli insorti brutalmente – furono almeno 15 mila i morti – nel silenzio dell’élite sunnita. E’ un patto che continua a fruttare dividendi ad Assad figlio anche adesso che i morti sono 100 mila e a Damasco gli affari sono cambiati. Gli eredi della troika sono i cosiddetti nouveau riche: un gruppo di investitori selezionati da Bashar el Assad e dai membri più influenti del suo clan, incluso il temutissimo cugino Rami Makhlouf, l’uomo sulla cui scrivania sono transitati i più grossi affari di Damasco: appalti per progetti infrastrutturali, alberghi di lusso, centri commerciali, diritti televisivi, pacchetti azionari nelle nuove banche aperte grazie alle liberalizzazioni di Bashar. Sono circa 200 persone, principalmente alawiti e in seconda battuta sunniti, molti sono azionisti di Souria Holding e Cham Holding, le due maggiori società finanziarie private siriane, hanno accesso al presidente e ai suoi più stretti consiglieri e secondo le accuse sono gli sponsor degli shabiha, pagano loro un salario, provvedono ai trasporti, si prendono carico delle famiglie quando c’è un lutto.
A breve termine saranno loro a garantire ad Assad la sopravvivenza alle sanzioni e all’ostracismo internazionale, la posizione della più vasta comunità finanziaria sunnita, invece, è più sfumata. Come gran parte dei businessmen anche gli imprenditori e i mercanti di Damasco e di Aleppo, sunniti e cristiani che siano, temono l’instabilità, rispetto alla cerchia più vicina ad Assad il loro rapporto con il regime è meno stretto, molti non sono né pro regime né militanti disposti a tutto pur di rovesciarlo. Stanno alla finestra cercando di capire come andrà a finire e spesso temono la guerra civile più di quanto credano in un cambiamento politico. “Per loro è difficile tanto tifare per il regime quanto abbracciare la causa di ribelli pronti a impossessarsi delle loro proprietà” spiega Joshua Landis, un esperto di questioni siriane della University of Oklahoma. Nel frattempo però gli affari sono un altro danno collaterale della guerra civile siriana. Gli imprenditori si sentono intrappolati dai combattimenti e dalle sanzioni occidentali. La guerra civile ha reso avventurosa la distribuzione dei prodotti e le fabbriche in cui i turni coprivano l’arco delle 24 ore riducono gli orari ai dipendenti perché spostarsi di notte è troppo pericoloso. Aleppo e il suo corridoio settentrionale sono stati paralizzati, la parte centrale di Homs, ex snodo regionale del commercio, è stata annientata da un anno di combattimenti e Hama, un centro industriale, è isolata. Chi non può o non vuole scappare cerca un approdo per ricominciare e molti guardano verso Tartous, spesso annoverata come la possibile capitale di uno stato a maggioranza alawita.
Nella roccaforte dei lealisti la popolazione è quasi raddoppiata negli ultimi due anni. I nuovi arrivati sono alawiti che tornano ai villaggi natali, ma anche decine di migliaia di sunniti in fuga. A Tartous le tracce del conflitto sono discrete. Nelle strade brulicanti del porto antico dove sono passati fenici, romani e crociati non ci sono detriti, né palazzi sventrati. L’atmosfera è quella di una Costa Azzurra decaduta. Nei ristorantini sul mare si ordina pesce alla griglia e l’aria profuma di eucalipto. Sui muri campeggiano le immagini dei martiri della città, circa 2.500 negli ultimi due anni, ma l’atmosfera pare quasi leggera. Nuove leggi hanno reso più appetibile il trasferimento in città per negozianti e piccoli imprenditori, si dice che queste misure siano state approvate proprio per dirottare i mercanti sunniti su Tartous piuttosto che lasciarli scappare a Beirut o al Cairo. “E’ come se il governo dicesse ai sunniti ricchi: venite sulla costa e ai poveri: andatevene a fare i rifugiati da qualche altra parte” ha spiegato soddisfatto al Los Angeles Times un abitante della cittadina baciata dall’afflusso di nuovi clienti e capitali. Molte banche private e società assicurative si sono spostate a Tartous e il governatore ostenta sicurezza: “Stiamo sconfiggendo i terroristi. L’America dovrebbe esserci grata e invece sta dalla parte di gente che vuole riportare la Siria al Settimo secolo”. Firas, proprietario di una industria cosmetica, è arrivato a Tartous sei mesi fa, dice al Foglio che il falso ottimismo di Tartous non lo rassicura: troppi amici intorno a lui hanno gettato la spugna e perso le loro attività. Si reinventano come ristoratori a Beirut e intanto molti dei loro dipendenti in Siria andranno a ingrossare le fila dei ribelli. Dieci dei suoi impiegati hanno abbandonato il lavoro per nuove mansioni nella sicurezza. “Io li pagavo 200 dollari al mese, ma il governo dà ai suoi shabiha almeno 300 dollari. Se io smettessi di pagare il salario a tutti quelli che lavorano con me, sarebbero costretti a compiere scelte di cui non vorrei essere corresponsabile”. Secondo Firas quella siriana non è tanto una guerra politica o religiosa, ma una guerra della povertà. Tra il 2007 e il 2009 la siccità ha colpito più di un milione e mezzo di siriani, migliaia di persone si sono riversate a Damasco e ad Aleppo dalle campagne ai sobborghi e alle periferie. Per molti ribelli che vengono da quel mondo rurale ignorato dalle riforme di Bashar “c’è una correlazione strettissima tra il regime e i ricchi: se hai fatto soldi per loro significa che sei colluso con il sistema, vai a letto con il nemico: devi essere schiacciato come una mosca”. Assad ha cercato di mantenere il potere attraverso un equilibrio tra pane e terrore – spiega Firas – Se la popolazione ha paura un certo grado di fame è tollerato, ma quando la fame diventa ingestibile allora non si ha più niente da perdere, saltano tutti i freni e nemmeno il terrore può riuscire a ricreare la pace. Di questi tempi ci sono nuovi attori in scena in Siria che ai poveri promettono più del pane. “L’equilibrio è perduto e non si può tornare indietro”.

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