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Il Foglio Rassegna Stampa
26.01.2013 Martin Lutero: i semi dell'odio
Commento di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 26 gennaio 2013
Pagina: 5
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Lutero e i semi dell'odio»

Sul FOGLIO di oggi, 26/01/2013, a pag. V dell'inserto, con il titolo "Lutero e i semi dell'odio", Giulio Meotti racconta, in una analisi accurata, l'influenza del pensiero di Martin Lutero sull'antisemitismo tedesco.

                                                                       Martin Lutero

L’ultima edizione tedesca degli “Ebrei e le loro menzogne” risale al 1936. Cosa contiene di tanto scandaloso quel libriccino di Martin Lutero da essere ancora bandito in Germania nell’epoca della libera circolazione delle idee? Secondo il professor Christopher Probst, niente meno che il programma dell’Olocausto con cinque secoli di anticipo. Si intitola “Demonizing the Jews: Luther and the Protestant Church in Nazi Germany” il saggio che Probst dedica all’antisemitismo del monaco agostiniano che nel 1517 sul portale di una chiesa di Wittenberg affisse le sue famose “95 tesi” che dettero il via al più importante movimento scismatico nella storia della chiesa cattolica. Un tema affrontato anche dalla trilogia di Léon Poliakov sulla “Storia dell’antisemitismo”, che Rizzoli ha appena riportato in libreria. Nel primo volume il grande studioso russo tratta dell’antisemitismo di Lutero, il cui odio per gli ebrei “nessun altro fino a oggi ha saputo eguagliare”. Poliakov scrive che l’antisemitismo in Lutero raggiunse “un diapason frenetico”. Alcuni mesi fa era anche uscito il saggio dello storico Eric Gritsch, un allievo dello psichiatra viennese Viktor Frankl: “Martin Luther’s Anti-Semitism: Against His Better Judgment”. Gli studiosi dell’opera di Lutero non concordano con l’analisi radicale di Probst. Lo storico Heiko Oberman nel libro “Luther, Man between God and Devil”, dipinge un monaco inquieto e livoroso verso tutti, dal Papa agli ebrei fino ai turchi, dove l’antisemitismo sarebbe una conseguenza del suo carattere iracondo. Secondo Oberman, Lutero è inoltre l’antisemita teologico classico, non “moderno” come dice Probst. In alcune pubblicazioni Lutero definisce il Papa “anticristo romano, servo dell’errore, apostolo di Satana, peccatore e perverso”. Il principe elettore di Brandeburgo è invece “un bugiardo, un cane rabbioso, un papista diabolico, un assassino, un traditore, un perfetto miscredente, un uccisore di anime, una canaglia, uno sporco maiale e il figlio del diavolo, anzi il Diavolo in persona”. L’inquisitore Hoogstraaten è “un asino cieco e ottuso che dovrebbe razzolare tra gli scarabei stercorari nei mucchi di letame dei papisti”. Non c’è da stupirsi se gli altri riformatori guardavano con sospetto agli eccessi del linguaggio del monaco. Tommaso Moro, per esempio, definì “sporco” il libello in cui Lutero attaccava Enrico VIII, e aggiunse: “Niente è stato più doloroso per me che dover ripetere simili parole a orecchie rispettabili”. Lo storico Mark Edwards lega invece l’antisemitismo del monaco alla sua cagionevole salute. Quando vergò quelle pagine contro gli ebrei Lutero era un vecchio malato, pieno di dolori e di paure. Il suo mondo, e il suo corpo, erano segnati dalla fine. Alcuni anni fa la casa editrice Claudiana pubblicò un bel libro di Lucie Kaennel, “Lutero era antisemita?”, che moderava il giudizio sul monaco, ricollocando la sua produzione antiebraica all’interno di una pubblicistica più vasta e complessa. Kaennel considera Lutero colpevole di “antiebraismo”, non di “antisemitismo”. Il dibattito risale al 1994, quando il Church Council of the Evangelical Lutheran Church negli Stati Uniti bandì formalmente lo studio dei libelli antisemiti del loro fondatore. Secondo Probst l’antisemitismo non è un accidente passeggero nell’opera di Lutero. Inoltre in lui antisemitismo religioso e razziale per la prima volta si fondono. E’ un odio pornografico, vernacolare, fisico. Probst dimostra che per il monaco riformatore la “questione ebraica” è parte integrante della sua teologia. Lo testimonia l’intera sua opera, dove più volte si nominano l’ebraismo e gli ebrei, tanto nei commentari biblici quanto nei trattati, nei “discorsi a tavola” o in altri scritti. Probst dice di più, persino pastori luterani antinazisti come Martin Niemöller e Dietrich Bonhoeffer furono influenzati dalla predicazione antiebraica del monaco riformatore. L’invettiva di Lutero contro gli ebrei si articola in diversi punti, con un denominatore comune che è l’impresa missionaria più difficile: la conversione del popolo dalla proverbiale cocciutaggine. Dalla “Luther Eiche”, la quercia sotto la quale Lutero si ritirava a meditare a Wittenberg, alla Jüdenstrasse (la strada-ghetto degli ebrei) c’erano pochi metri. Sempre più amareggiato e in cattiva salute, negli ultimi anni di vita Lutero scrisse “Degli ebrei e delle loro menzogne”. “Non esiste popolo sotto il sole più avido di vendetta o assetato di sangue, che si crede il popolo di Dio solo per poter uccidere e strangolare i gentili”, scrive Lutero. E ancora: “Gli ebrei sono ladri e briganti che non mangiano cibo né indossano un solo vestito che non siano stati rubati a noi attraverso l’usura più ingorda”. Il suo ultimo sermone, “Un ammonimento contro gli ebrei”, pronunciato appena tre giorni prima della morte nel 1546, fu orrendamente profetico della politica nazista, prefigurando a tratti l’infame pellicola propagandistica di Joseph Goebbels “L’ebreo eterno”. Lutero proponeva di rispedire tutti gli ebrei di lingua yiddish in medio oriente: “Chi impedisce agli ebrei di tornare in Giudea? Nessuno. Forniremo loro tutte le provviste per il viaggio, pur di liberarci di questi parassiti disgustosi. Essi sono un terribile peso per noi, una vera calamità; sono la peste in mezzo a noi”. Ma una simile ferocia offese persino i riformatori. Uno di essi contestò l’“oratoria indecente e spregevole” di Lutero e criticò il suo tono crudo e volgare, “che non si addice a nessuno, men che mai a un vecchio teologo”. Joselmann de Rosheim deplorò “un libro così rozzo e inumano, pieno di maledizioni e calunnie contro noi poveri ebrei, le quali non trovano giustificazione nella nostra fede”. Egli chiese alle autorità di Strasburgo il permesso di pubblicare una confutazione. Non lo ottenne, ma usò argomenti così convincenti da ottenere che la distribuzione degli opuscoli luterani fosse vietata nei territori sotto la giurisdizione della città. Oltre che una importante figura religiosa, Lutero fu anche un genio letterario, i cui scritti, soprattutto gli inni e le traduzioni della Bibbia, ebbero un effetto formativo fondamentale sulla lingua tedesca paragonabile a quello di Shakespeare o della Bibbia di re Giacomo sull’inglese Proprio come la sua prosa e i suoi versi in tedesco avrebbero ispirato le opere sublimi di Goethe, Schiller e Heine, allo stesso modo gli attacchi luterani contro gli ebrei secondo Probst avrebbero fornito un’arma potente all’antisemitismo, dall’epoca in cui visse fino al XX secolo, quello di Auschwitz. E’ la tesi di Probst: Lutero aprì le porte delle camere a gas. L’antisemitismo di Lutero è più feroce, grand-guignol, diretto ed esplicito di qualunque altro libello cattolico del suo tempo. Lutero auspica una serie di “misure da adottare” contro gli ebrei: “Io voglio dare il mio sincero consiglio. In primo luogo bisogna dare fuoco alle loro sinagoghe o scuole; e ciò che non vuole bruciare deve essere ricoperto di terra e sepolto, in modo che nessuno possa mai più vederne un sasso o un resto”. Così Lutero voleva risolvere la “questione ebraica”: dar fuoco alle scuole e alle sinagoghe; distruggere le case; sequestrare i libri di preghiere e i testi talmudici; proibire ai rabbini di continuare a insegnare; abolire i salvacondotti che permettono di circolare per le strade; confiscare denaro e oggetti preziosi. “Non basta tutto questo a distruggere il castello di menzogne architettato dagli ebrei? E allora, che si diano loro in mano zappa, vanga e conocchia, in modo da rieducarli al sano lavoro, invece che all’ozio da parassiti alle spalle dei cristiani!”. Lutero si abbandona alla più incontrollata volgarità (“gli ebrei vogliono consumare pigre giornate dietro la stufa, a ingrassare e scoreggiare, vantandosi per questo in modo blasfemo di essere signori dei cristiani”). Chiede di bruciare le case degli ebrei: “Bisogna allo stesso modo distruggere e smantellare anche le loro case, perché essi vi praticano le stesse cose che fanno nelle loro sinagoghe. Perciò li si metta sotto una tettoia o in una stalla, come gli zingari, perché sappiano che non sono signori nel nostro paese, come invece si vantano di essere, ma sono in esilio e prigionieri”. Al processo di Norimberga, apertosi poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale con l’odore dei forni crematori ancora stagnante sopra l’Europa, tra gli imputati c’era proprio Lutero. Julius Streicher, editore nazista impiccato dagli Alleati, sostiene: “Da secoli ci sono in Germania edizioni di scritti antisemiti. Mi hanno sequestrato un libro del dottor Martin Lutero. Se l’accusa prendesse in considerazione questo libro, il dottor Martin Lutero sederebbe oggi al mio posto sul banco degli accusati”. E’ vero che il nazismo ha strumentalizzato le parole del monaco (Adolf Hitler in persona definì Martin Lutero “Hercules Germanicus” e “Propheta Germaniae”). Ma il saggio di Probst ha il merito di scandire e decifrare le origini dell’odio che sarebbe esploso nel Novecento. Lutero copre di insulti l’ebreo. Ogni ebreo, scrive, “ha sovente pregato Dio che io con mia moglie, i miei figli e tutti i cristiani, una volta uccisi nel modo più miserevole, nuotassimo nel nostro sangue”. E ancora: “L’ebreo forse, oggi, ha sputato almeno venti volte in terra, secondo la sua abitudine, in dispregio al nome di Gesù; e forse i resti di quello sputo violentissimo, della sua saliva e della sua bava di vipera, gli sono rimasti attaccati alla lingua e alla bocca, nell’eventualità che si potesse sputare ancora di più”. E il “mostro giudaico” depreda il popolo di Cristo – e ingrassa sulla sua miseria – con “furti, rapine, usura, bestemmie, abomini”. Si cita sempre “Sugli ebrei e le loro menzogne”, ma Probst spiega che nel 1543 Lutero pubblica altri due trattati ingiuriosi sugli ebrei: “Vom Schem Hamphoras und vom Geschlecht Christi” e “Von den letzten Worten Davids. Due testi basati sulla predicazione antiebraica di alcuni noti personaggi del tempo: Niccolò da Lira, frate francescano e autore del “Contra perfidiam Judaeorum (“Contro la perfidia degli ebrei”); Paolo de Burgos, il rabbino che, dopo la conversione avvenuta nel 1390, diventa un feroce avversario dell’ebraismo e incomincia a convertire alla fede cristiana i suoi ex correligionari; Salvagus Porchetus di Salvatici, un certosino genovese che, nel 1300, aveva scritto un’opera intitolata “Victoria adversus impios Hebreos” (“Vittoria sugli empi ebrei”); Antonius Margaritha, figlio e nipote di rabbini, convertitosi al cristianesimo e autore di “Der gantz jüdisch Glaub (“L’intera fede ebraica”), nel quale accusa gli ebrei di essere dei traditori e di recare oltraggio al cristianesimo. Lutero non si limitò a scrivere. In vita lanciò numerose campagne contro gli ebrei di Sassonia e Brandeburgo. La città di Strasburgo ebbe così paura della predicazione antisemita di Lutero da bandire i suoi testi più violenti. Dopo la sua morte i luterani passarono ai fatti. Gli ebrei vennero espulsi nel 1580. Nel 1589 gli ebrei di Halberstadt furono accusati di essere “vermi”. A discolpa di Lutero va detto che non fu il solo a fomentare i pogrom. Un’altra icona del libero pensiero come Giordano Bruno definì gli ebrei “una pestilenza, una lebbra così pericolosa da meritare di essere sterminata prima della nascita”. In molti passi Lutero si abbandona al vernacolare più grottesco: “Un maledetto goy come me non può comprendere come facciano a essere tanto abili, a meno di non pensare che quando Giuda Iscariota s’impiccò gli scoppiarono e gli si vuotarono le budella: e forse gli ebrei mandarono i loro servi con piatti d’argento e brocche d’oro a raccogliere la piscia di Giuda insieme ad altri tesori, e poi mangiarono e bevvero quella merda”. Il più osceno linguaggio della strada pervadeva la retorica antisemita del monaco. Definì la sinagoga “una puttana incorreggibile” e paragonò le scritture ebraiche alle “feci del maiale” e alle “feci del diavolo”. Lutero e Hitler ebbero lo stesso sogno, scrive Probst: “Distruzione dei testi sacri ebraici, abrogazione della protezione legale, esproprio, lavoro forzato, espulsione”. E l’uccisione di massa, così auspicata da Lutero: “Chiedo ai nostri governanti di fare sui soggetti ebraici come fa il buon medico, che quando la cancrena prende piede procede senza pietà alla sua asportazione e brucia la carne, le vene, le ossa. La stessa procedura va seguita qui”. E ancora: “Cari signori sterminate, scannate, strangolate”. Quattrocento anni dopo queste parole del monaco che vedeva ovunque il diavolo e che era ossessionato dalla fine del mondo sugli ebrei si aprirono i cancelli e i forni di Birkenau.

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