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Il Foglio Rassegna Stampa
03.11.2009 Non esiste un candidato peggiore di Massimo D’Alema
L'analisi di Christian Rocca

Testata: Il Foglio
Data: 03 novembre 2009
Pagina: 4
Autore: Christian Rocca
Titolo: «Contro Max»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 03/11/2009, a pag. 4, l'articolo di Christian Rocca dal titolo " Contro Max ".

 Massimo D'Alema con Hezbollah

Non esiste un candidato peggiore di Massimo D’Alema per la carica di Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione europea. La nuova carica, prevista dal Trattato di Lisbona, è una specie di ministro degli Esteri dotato di un corpo diplomatico autonomo e destinato a diventare la figura più importante dell’Unione, specie se il presidente non sarà Tony Blair, ma un grigio euroburocrate, un “europigmeo” secondo la definizione dell’Economist, sconosciuto anche ai suoi più stretti familiari. D’Alema è tutto tranne che un pigmeo, anzi è l’unico vero capo della sinistra italiana. Nessuno discute la sua leadership né la capacità politica – più tattica che strategica, in realtà – e nemmeno la splendida e forse necessaria mitomania di cui è portatore sano, al punto da lasciar credere alle folle adoranti che sia sua, invece che del Don Chisciotte di Cervantes, la formidabile battuta “capotavola è dove mi siedo io”. L’obiezione a D’Alema è esclusivamente di merito: nel mondo occidentale, capotavola non è dove si siede Hezbollah. D’Alema sa benissimo di usare un argomento provinciale, più da deputato di Gallipoli che da statista internazionale, quando dice che un paese normale dovrebbe essere orgoglioso di sfruttare un’occasione come questa, invece di dividersi su piccoli interessi di bottega. A parte che non si ricordano sue dichiarazioni simili quando i socialisti europei fecero saltare la candidatura a commissario europeo dell’altro deputato di Gallipoli, Rocco Buttiglione, la questione è un’altra: alla tavola europea, nel ruolo di guida della politica estera, non ci dovrebbe essere posto per chi passeggia a braccetto con i ministri di Hezbollah sulle macerie di Beirut per denunciare i crimini di guerra israeliani né per chi, a proposito dell’uccisione del capo militare del partito di Dio, Imad Mughniyeh, già definito il bin Laden sciita, si azzarda a dire che averlo eliminato “è terrorismo”. Qualche genio del socialismo europeo ha spiegato che la candidatura Blair non va bene perché l’Europa ha bisogno di un amico di Obama, non di Bush. Ma, a parte che dal circolo obamiano arrivano soltanto incoraggiamenti alla candidatura Blair, chi non è amico di Obama sulle questioni decisive della politica estera, cioè su chi sono gli amici e chi i nemici, è D’Alema. Da ministro degli Esteri italiano, D’Alema riconosceva che Hamas si era reso protagonista di atti terroristici, ma per aggiungere subito dopo che si tratta comunque di “un movimento popolare eletto democraticamente”. Obama, invece, ha vinto le elezioni americane dicendo che “Hamas è un’organizzazione terroristica, non dovremmo trattare con loro finché non riconoscono Israele, rinunciano al terrorismo e accettano gli accordi del passato”. Quanto a Hezbollah, Obama non ha nessuna intenzione di andarci a braccetto perché, ha detto, “non è un partito politico legittimo, è sotto ogni punto di vista un’organizzazione destabilizzante sostenuta da Iran e Siria”. A rappresentare l’Europa, se l’Europa vuole diventare una cosa seria, non può insomma andare un uomo politico che un amico come Gad Lerner, in un’intervista alla Stampa, è arrivato a definire “un antisemita per scherzo” che “mi spiegava che cosa non andava negli ebrei, con tono scherzoso, paradossale ma compiaciuto, con quel gusto nel mettere in difficoltà l’interlocutore”. Secondo Lerner, D’Alema “aveva un accento di incomprensione e distanza, sprezzante, che non lo aiuta a cancellare la caricatura che si fa di lui nel suo rapporto con gli ebrei. Al punto da farmi pensare che quella caricatura non gli dispiaccia”. D’Alema non è antisemita, anche se rifiuta di riconoscere il possente filone dell’antiebraismo contemporaneo, spesso di sinistra, riducendolo a una macchinazione della destra e di fantomatiche “lobby” anziché considerarlo una nuova e più avanzata forma di antisemitismo tout court. Nel suo caso, ha scritto il suo ex collaboratore Andrea Romano in “Compagni di scuola”, l’antisemitismo è “un sentimento involontario e mal represso, o forse l’ennesimo segno di una sconfinata rappresentazione di sé e del proprio ruolo politico”. D’Alema è quello che sfotticchia Piero Fassino, chiamandolo “sionista”, quello che giudica le posizioni filo israeliane di An dettate da sensi di colpa che costringono gli ex fascisti a indossare la kippah per far dimenticare il passato, come a dire che gli ex comunisti invece non ne sentono bisogno. D’Alema è il politico che considera il fondamentalismo una minaccia alimentata in qualche modo dall’occidente, dalla sua egemonia economica e culturale, dal sostegno incondizionato a Israele che impedisce di giungere alla pace e di alleviare sofferenze del popolo palestinese. D’Alema non è sempre stato così. C’è stato un periodo, alla fine degli anni 90, in cui sembrava aver cancellato il passato da comunista italiano, invero poco europeo e molto filo arabo. C’è stato un momento in cui non era più il leader che assieme a Walter Veltroni – entrambi con i figli in spalla a Piazza San Pietro – chiedeva l’ingerenza del Papa per evitare che il mondo liberasse il Kuwait dai carriarmati di Saddam. In nome degli stessi valori di democrazia e libertà che oggi giudica un finto pretesto per chissà quali misfatti, il premier D’Alema liberava con le bombe e senza l’Onu il Kosovo, abbracciava Clinton e fondava centri studi con Blair. Quel D’Alema è durato lo spazio breve del governo con Cossiga e Mastella. Guido Rossi di quel D’Alema disse che aveva trasformato Palazzo Chigi in una “merchant bank che non parla inglese”. Oggi D’Alema sa bene l’inglese, ma perché l’Europa deve correre il rischio di diventare una Lega araba che non parla arabo?

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