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Il Foglio Rassegna Stampa
13.12.2008 Trucidato in Yemen perché ebreo
a due settimane dall'eccidio di Mumbai, il fondamentalismo islamista torna a colpire

Testata: Il Foglio
Data: 13 dicembre 2008
Pagina: 3
Autore: la redazione
Titolo: «Ebreo trucidato dagli islamisti in Yemen. “Convertiti o muori”»
Da pagina 3 del FOGLIO del 13 dicembre 2008 riportiamo l'articolo «Ebreo trucidato dagli islamisti in Yemen. “Convertiti o muori”»:

Roma. A due settimane dall’eccidio di Mumbai, il fondamentalismo islamista torna a colpire gli ebrei. Stavolta in Yemen, a Rida, città a nord della capitale Sana’a, l’antica Sana’a, la “Venezia beduina”, una delle meraviglie d’oriente, la città che nella leggenda è stata fondata da Sem, il figlio di Noè. Ieri i fanatici musulmani hanno ucciso uno dei leader della piccolissima comunità ebraica yemenita. Si chiamava Moshe Yaish Nahari. Il giovane non nascondeva la propria identità ebraica. Aveva messo una grande stella di David sulla porta di casa. Moshe era orgoglioso di essere un erede della regina di Saba, la splendida creatura di cui parlavano la Bibbia e il Corano. La donna che fece “impazzire” il re ebreo Salomone. Un fondamentalista islamico ha avvicinato al mercato l’ignaro Nahari. Gli ha chiesto di convertirsi all’islam e poi gli ha sparato con un’arma da guerra. “Ebreo, ricevi il messaggio dell’islam” ha detto l’assassino. Poi la scarica di kalashnikov. Dell’attentatore ancora non si sa molto. Dai primi interrogatori, Abed el Abadi, così si chiama l’estremista islamico che in passato aveva indossato la divisa dell’aviazione militare, ha affermato che “questi ebrei devono convertirsi all’islam”. Nahari lascia una moglie e nove figli. Aveva appena fondato una scuola per l’insegnamento della Torah. Un altro chassidim, come tutti i residenti della Nariman House di Mumbai torturati e trucidati a sangue freddo. Nahari aveva scelto di restare nello Yemen per aiutare la comunità locale, sebbene avesse avuto occasione per trasferirsi negli Stati Uniti e in Israele. I due epicentri del suo movimento. Un anno fa circa i terroristi di al Qaida avevano colpito in grande stile un tempio identificato come quello della regina di Saba. La storia degli ebrei yemeniti è fatta di persecuzione. Nel VII secolo gli arabi avevano imposto agli ebrei il patto di Omar: in quanto sudditi non musulmani godevano lo statuto di dhimmi, i protetti, a condizione che pagassero una tassa, la jiza. Nel 1679 gli ebrei che rifiutarono di convertirsi furono condannati all’esilio a Mawza, una città costiera famigerata per il clima malsano. Nel 1905, con la fine della presenza ottomana, fu rinnovato il patto di Omar e a partire dal 1925 fu imposto agli orfani l’obbligo di convertirsi all’islamismo. Gli ebrei yemeniti cominciarono a emigrare verso la Palestina nel 1882. Tra il 1919 e il 1948 emigrarono in 16 mila. Nel 1948 fuggirono in massa ad Aden. In 43 mila raggiunsero Israele. In duecento sono rimasti a vivere nello Yemen. Pochi mesi fa gli ebrei residenti a Sa’ada, una provincia rurale nel nord del paese, sono stati costretti a lasciare le case per evitare la morte. Le minacce sono partite da un gruppo di radicali sciiti che fa capo a Hossein Bader A-Din al Khouty, secondo i quali gli ebrei avrebbero agito “per servire la causa del sionismo globale, che punta a disseminare la decadenza tra la gente, e allontanarla dai loro principi, dai loro valori e dalla religione”. Gli islamisti hanno attaccato e distrutto la casa del rabbino capo della piccola comunità ebraica. Nahari era il fratello del rabbino Yehiya Yaish, figura leader all’interno della comunità ebraica nazionale. Lavorava anche come macellaio per la comunità. Haviv Nahari, cognato della vittima, ha detto al quotidiano Yedioth Ahronot che la famiglia è “totalmente sotto choc”. “Sapevamo che c’era dell’antisemitismo in Yemen, ma non ho mai immaginato che qualcuno potesse prendere un fucile e uccidere un ebreo per strada”. In questi anni si è parlato spesso di un piano israeliano per penetrare in territorio yemenita e portare a Tel Aviv gli ebrei. A questo scopo Israele avrebbe addestrato truppe speciali selezionate tra 250 mila ebrei yemeniti che vivono in Israele. Il modello è l’“Operazione Salomone” del 24 maggio 1991. Le forze armate israeliane stupirono il mondo: in un giorno e mezzo, con un imponente blitz aereo riuscirono a mettere in salvo dalla carestia e dalla guerra civile oltre quattordicimila ebrei falasha, trasportandoli in Israele dall’Africa. La morte violenta di Moshe Nahari conferma la grande verità di Mumbai: l’antisemitismo più feroce e barbarico è il segno distintivo di questo odioso fondamentalismo e del terrorismo islamico.

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