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Il Foglio Rassegna Stampa
24.12.2005 "La civiltà giudaico-cristiana è un mito" dice il critico letterario Harold Bloom
intervistato da Amy Rosenthal

Testata: Il Foglio
Data: 24 dicembre 2005
Pagina: 1
Autore: Amy Rosenthal
Titolo: «Javhé contro Javhé»

A pagina 1 dell'inserto Il Foglio di sabato 24 dicembre 2005 pubblica un'intervista di Amy Rosenthal al critico letterario Harold Bloom. La riportiamo:

Harold Bloom è un famoso scrittore e critico letterario della Yale University. Per quanto si definisca come “un ebreo sul piano culturale”, dice di “leggere la Bibbia come un’opera letteraria”. Nel suo ultimo libro, Jesus and Yahweh: The Names Divine (Riverhead Books, 2005), ha fatto esattamente questo. Bloom ha usato la sua straordinaria sensibilità di critico letterario per esaminare il carattere e la personalità di Jahvé, nonché i diversi caratteri e le varie personalità del Gesù dei Vangeli. Come dichiara lui stesso, “non ho mai accettato – e l’ho ribadito ancora una volta in questo libro – la distinzione tra testi sacri e testi profani. Da un certo punto di vista, Jahvé, Gesù Cristo, Gesù di Nazareth, Giacobbe e Mosè sono personaggi letterari esattamente come Re Lear, Macbeth e Amleto. Gesù è un personaggio conosciuto dalla gente perché si trova sulle pagine di un libro. Perciò, in un certo senso, Gesù e Dio sono personaggi letterari”. Bloom esamina anche le differenze tra la Bibbia ebraica e l’Antico Testamento cristiano, che, a suo giudizio, “non hanno nulla in comune”. La sua conclusione è che il concetto di un’eredità giudaico cristiana è soltanto un mito. Bloom inizia raccontando al Foglio questo anedotto: “Ieri ero seduto al tavolo di casa mia a correggere i testi dei miei studenti, perché anche se ho 75 anni e insegno a Yale ormai da 51 anni, continuo ad insegnare a tempo pieno. Comunque, a un certo punto suona il telefono e all’atro capo della cornetta ho sentito la voce di una colta signora di mezza età, che mi ha detto: ‘Parlo con il professore e scrittore Harold Bloom?’. Io ho risposto di sì, e lei ha subito aggiunto: ‘il suo libro è pieno di odio nei confronti dei cristiani e degli ebrei; è uscito direttamente dall’inferno e lei stesso finirà impiccato all’inferno”. Quando gli viene chiesto quale sia stata la sua reazione, Bloom fa una pausa poi dice: “Ho ricevuto parecchie e-mail e lettere, che, naturalmente, ho ignorato; ma non mi capita spesso di ricevere telefonate, perché il mio numero non si trova sulle pagine gialle”. Fa un’altra pausa, e alla fine dice, con tono ironico: “ma ora tutti sembrano conoscerlo”. Poi continua: “Non mi importa delle mail e delle telefonate di protesta e non mi sorprende che buona parte di esse arrivino dai cristiani evangelici. Tuttavia, devo aggiungere che arrivano anche dagli ebrei ortodossi, che sono scandalizzati dal fatto che uso il nome di Jahvé”. Bloom attribuisce tutto questo al fatto che la religione ormai occupa il centro della scena nell’arena politica, soprattutto negli Stati Uniti: “Dopo tutto, bisogna comprendere che gli Stati Uniti, nonostante tutta la loro retorica democratica, stanno diventando per un terzo una plutocrazia, per un terzo un’oligarchia e per un altro terzo una teocrazia. A mio giudizio non siamo un paese sano”. Ma torniamo al contenuto dell’ultimo libro di Bloom, per comprendere il motivo per cui ha scatenato queste violente reazioni. Bloom presenta il suo libro con queste parole: “La tesi fondamentale di Jesus and Jahweh è che ci sono tre diversi personaggi o esseri: il più o meno storico Gesù di Nazareth, un ebreo vissuto nel primo secolo della nostra èra; la formulazione teologica greca, vale a dire il Dio Gesù Cristo; e il Dio originario degli ebrei (ora ridotto al Dio e al Padre), Jahvé, colui che sarà presente dove e quando lo vorrà e rimarrà assente dove e quando lo vorrà. Quest’affermazione, fatta da Jahvé stesso, è, da un punto di vista tanto letterario quanto umano, davvero straordinaria. Ha un’enorme forza e autorità. Perciò, queste tre figure non sono compatibili l’una con l’altra, e ritengo che non sia possibile riunirle insieme in una definizione coerente. Appartengono ad ambiti di discorso completamente diversi. Jahvé è un Dio privo di qualsiasi elaborazione teologica. E’ un dio umano, troppo umano. E’ così che noi lo conosciamo. Lo conosciamo come lo straordinario personaggio letterario del racconto biblico, soprattutto negli strati più antichi del Tanach e in particolare, come ha sottolineato Bloom, nei libri del Genesi, dell’Esodo e dei Numeri. E’ un dio imperscrutabile e le sue motivazioni sono tutte sorprendenti. Ha la tendenza a fare le cose mosso da un impulso improvviso. E’ un dio che indaga e la cui volontà è difficilissima da interpretare. Ha un carattere incostante, fa le cose a suo modo ed è estremamente capriccioso”. Bloom fa una pausa, poi riprende a parlare: “Non sto dicendo queste cose per sorprendere o scioccare nessuno. Le dico con lo stesso spirito con cui insegno ai miei studenti a leggere il Re Lear o l’Amleto di Shakespeare, ossia concentrando l’attenzione su ciò che è scritto sulla pagina”. Bloom insiste sulla irreconciliabilità tra Jahvé e Gesù Cristo: “Gesù Cristo non ha nulla a che fare con il più o meno storico Yeshua o Joshua di Nazareth. Gesù Cristo è un dio teologicamente sviluppato e, quindi, un dio della tradizione misterica ellenistica. Discende dalla tradizione greca ed ellenistica. Jahvé è una persona con una precisa personalità e non un dio teologicamente sviluppato. Non c’è alcun modo di riconciliare le due figure”. Nel libro Jesus and Yahweh, Bloom sostiene che la figura di Jahvé ha più cose in comune con il Gesù di Marco che con Dio il Padre delle più recenti tradizioni cristiane e rabbiniche e, come aggiunge subito, “naturalmente anche con il Gesù Cristo della Chiesa e delle Chiese”. Ecco come Bloom spiega la sua tesi: “Marco, chiunque egli fosse, parla di un certo Joshua di Nazareth, che è un uomo capriccioso, enigmatico, sempre di fretta, che non sembra mai sapere veramente chi è o perché esiste, che sente una profonda affinità con l’entità che egli chiama abba (padre) ossia Jahvé, ma che, ciononostante, rimane inspiegabile, chiusa in se stessa e in definitiva sconcertata da Nazareth. Ai suoi discepoli pone questa domanda: ‘Ma che cosa crede la genteche io sia? Chi pensano che io sono?’. Insomma, Gesù non è affatto certo della sua identità. Ora, sul piano della personalità, questo è un personaggio che ha molte cose in comune non soltanto con Jahvé o con la fonte jahvista ma con lo stesso Marco. Tuttavia, chiunque egli fosse, ritengo che Marco stesse cercando di imitare lo stile della sezione jahvistica del Tanach”. Come sottolinea ancora Bloom, “se la gente leggesse la versione autorizzata della Bibbia ebraica – quella di King James – riconoscerebbe immediatamente il problema. Ci sono quattro diversi strati compositivi nei cinque libri di Mosè. Nello strato più antico, scritto da un autore che chiamiamo lo Jahvista, Jahvé è un personaggio privo di qualsiasi misericordia. Non è Dio il Padre. E’ un seminatore di zizzania e indaga continuamente per soddisfare la sua curiosità. Ha tutti i caratteri di un essere umano. Fa picnic sul monte Sinai con Mosè e altri 70 anziani di Sion, che lo guardano ammutoliti mentre Jahvé rimane seduto in silenzio. Chiude la porta dell’Arca di Noè con le sue stesse mani, e con le sue mani seppellisce il suo profeta Mosè; ma, soprattutto all’inizio, quasi come un bambino che gioca con del pongo, costruisce una figurina con dell’argilla e gli soffia sopra e la figurina, come racconta la Bibbia ebraica, diventa un’anima vivente, ossia Adamo. Questa non è la concezione che la maggior parte di noi ha di Dio; ma, sottolinea ancora Bloom, “Dio il Padre è un’invenzione successiva dei rabbini talmudici, ma soprattutto della teologia cristiana, che ha elaborato il concetto della trinità, con Gesù di Nazareth, una figura più o meno storica, trasformato in una figura di tipo completamente diverso: un dio che muore e rinasce, un dio teologico”. Quali sono le principali differenze religiose e politiche tra la Bibbia ebraica degli ebrei e l’Antico Testamento cristiano? “Sono differenze così profonde che si può dire che le due opere non hanno praticamente nulla in comune. So che condividono un certo numero di testi, perché i cristiani se ne sono impadroniti. Tuttavia, si potrebbe dire che il definitivo trionfo romano di Costantino il Grande – Imperatore dell’Oriente ma anche dell’Occidente – stato quello di convertire tutto l’impero romano al cristianesimo cattolico Successivamente, il Tanach è stato fatto prigioniero e trascinato in campo. Ma sono libri completamente diversi”. Come Bloom sottolinea nel suo libro, gli autori canonici dell’Antico Testamento hanno un rapporto del tutto diverso con la Torah e con i profeti, perché il loro messia è la realizzazione della narrazione che si inizia con il libro del Genesi e arriva fino al libro dei Re, ricomponendosi nel periodo dell’esilio a Babilonia e includendo tutti i profeti, da Mosè fino a Elia e Malachia. La ristrutturazione dell’ordine del Tanach, che invece di finire con il secondo libro delle Cronache termina con il libro del profeta Malachia, è soltanto la prima delle varie revisioni operate dal cristianesimo sulla scrittura. Bloom spiega: “Ciro il grande, che è chiaramente presentato come un messia politico nelle istruzioni che dà agli ebrei di Babilonia, ai quali dice di tornare a Gerusalemme per ricostruire il Tempio, sicché il Tanach termina con il motivo del ‘salire’ fino a Gerusalemme, che diventa naturalmente aliyah. Nell’Antico Testamento, invece, la versione cristiana termina con un profeta minore – talmente minore che non si merita nemmeno un nome e viene chiamato semplicemente Malachia (che significa appunto messaggero o profeta) – il quale annuncia che Dio invierà il profeta Elia, che ‘convertirà il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i loro padri; di modo che, venendo io, non abbia a colpire il paese di anatema”, creando un collegamento con l’inizio del Nuovo Testamento, che si apre con il Vangelo di San Matteo e la sua visione di Giovanni Battista, inteso come la prosecuzione diretta della tradizione profetica. Nulla potrebbe essere più diverso del modo in cui i due libri finiscono”. Inoltre, Bloom sostiene che l’idea di un messia che è allo stesso tempo Dio e muore sulla croce per redimere i peccati del mondo non può essere riconciliata con la dottrina della Bibbia ebraica. “Jahvé non commette un suicidio; se si assume la tesi del cristianesimo Jahvé commente in effetti suicidio attraverso il suo presunto figlio. E Jahvé non discende come una colomba sopra una vergine per farle procreare un figlio. Questa è un materiale che proviene dalle tradizioni greche e pagane, e che non ha nulla a che fare con il giudaismo tradizionale”. Ritiene che si possa arrivare fino al punto di definire il giudaismo e il cristianesimo come due “fratelli nemici”? “Sono due religioni rivali fin dal principio – in termini profani a causa di Costantino e dei romani prima di lui. Loro hanno vinto e noi abbiamo perso. Ora ci sono più di un miliardo e mezzo di cristiani e soltanto quattordici milioni di ebrei. E ci sono oltre un miliardo e mezzo di musulmani. Che Dio ci aiuti tutti”. Bloom, che si dichiara un agnostico, si ferma e poi dice: “O che qualcosa ci aiuti tutti”. In Jesus and Yahweh Bloom afferma che il concetto di una tradizione giudaico-cristiana è soltanto un mito e che quello di un dialogo giudaico-cristiano non è nemmeno un mito, ma semplicemente una farsa. E aggiunge: “Penso che sia un’ottima cosa per la riconciliazione sociale, ma l’idea di una tradizione giudaico cristiana è solo un mito; e a questo proposito posso citare il grande studioso Jacob Neusner, il quale ha detto: ‘il giudaismo e il cristianesimo sono la religione di due gruppi molti diversi di persone, che parlano una lingua diversa, riferendosi a un Dio diverso e a persone diverse’. Non esiste nessuna tradizione giudaico-cristiana, così come non esiste una tradizione islamico-cristiana”. Oggi si parla anche di una tradizione islamico-cristiana. Si tratta di un mito esattamente come nel caso della tradizione giudaico-cristiana? “Direi che sono entrambe mitiche allo stesso modo. Islam, come sappiamo, significa sottomissione ed è un’eresia radicale del cristianesimo”. Che cosa desidererebbe dire agli intellettuali europei, che parlano continuamente dei valori giudaico-cristiani, e ai politici europei, che vogliono inserire nella costituzione europea un paragrafo che attesti come la civiltà europea si fondi su di essi? “Vorrei dirgli che questi valori non esistono. A mio giudizio, si tratta soltanto di un senso di colpevolezza causato dall’olocausto. Moses Mendelssohn parlava continuamente di una tradizione giudaico-cristiana, e qual è stato il risultato? E’ stato, come dico nel mio libro, la grande versione del Tempio che il popolo tedesco ha costruito: Auschwitz”. Ritiene che il suo libro Jesus and Yahweh sia una revisione dei suoi precedenti lavori? “In un certo senso sì perché quando ho scritto The Anxiety of Influence (1973), aveva dedicato un’ampia parte alla discussione delle scritture, che poi ho tolto perché il libro era già piuttosto difficile e controverso. Ricordo di avere citato Nietzsche, il quale, molto giustamente, diceva che il più grande crimine letterario di tutti i tempi era stato quello di unire in una presunta singola struttura la Bibbia ebraica e il Nuovo Testamento greco”. Una delle più lunghe citazioni presenti nel vostro libro è dedicata a Leo Strauss, bollato come “l’oracolo dei neoconservatori che hanno convinto Bush a lanciare la sua crociata contro Baghdad”. Prima ancora di arrivare alla domanda se ritenga questo filosofo “l’ispiratore” dei neoconservatori, Bloom interviene dicendo: “Sì, ho scritto queste parole, ma ciò non significa che Leo Strauss, che io conoscevo personalmente e che è stato un grande studioso, sia responsabile per il pensiero dei suoi studenti e degli studenti dei suoi studenti. Leo Strauss era un grande saggio ebreo e, per quanto l’abbia incontrato soltanto un paio di volte, ho grande rispetto per lui. Le cose che ha scritto su Spinoza sono straordinarie. Il suo libro sulla persecuzione e l’arte della scrittura è magnifico, come anche ciò che Strauss definiva la capacità di “scrivere tra le righe e leggere tra le righe”; tutto questo non ha nulla a che fare con l’assurdo uso politico che viene fatto delle sue idee. In effetti, quasi tutto ciò che i neoconservatori hanno raccolto da Strauss è tratto dal suo libro Thoughts on Machiavelli, un libro brillante che, a mio giudizio, i neoconservatori hanno frainteso”. Alcuni ritengono che il vero “ispiratore” dei neoconservatori sia lo studente di Strauss, Allan Bloom. Ecco come la pensa Harold Bloom: “Allan era un mio cugino di secondo grado ed eravamo amici. Sulla copia della Repubblica di Platone da lui stesso tradotta che mi regalò scrisse questa dedica: ‘Per Harold, sperando in una riconciliazione tra Atene e Gerusalemme’; ma, come gli dissi più volte, non ci può essere alcuna riconciliazione tra Atene e Gerusalemme. Il pensiero di Isaia e quello di Socrate e Platone sono assolutamente antitetici”. Lei è stato accusato di essere un anticristiano e un eretico. Come risponde a queste accuse? “Sono certamente un anticristiano. Nel corso di tutta la sua storia, il cristianesimo si è macchiato di crimini spaventosi e, fino a poco tempo fa, ben peggiori di tutto quanto ha compiuto l’Islam. Ora l’Islam è diventato per gli ebrei, in parte a causa della questione israelo-palestinese, più pericoloso del cristianesimo. Ma non mi fido dei cristiani. Nessun ebreo che abbia un minimo di consapevolezza storica può fidarsi dei cristiani”. C’è qualcosa che vorrebbe dire agli italiani, che hanno una così profonda tradizione cattolica? Bloom, con tono scettico, domanda: “Gli italiani hanno davvero una profonda tradizione cattolica?”. E poi conclude: “Penso che gli italiani siano ancora fedeli al proprio fondamentale paganesimo, e penso che questa sia una buona cosa”.

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