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La Nazione Rassegna Stampa
10.09.2019 Dire 'pace' non basta: soprattutto se prevale la propaganda
Intervista monca e omissiva di Luca Bolognini a Daoud Nasser

Testata: La Nazione
Data: 10 settembre 2019
Pagina: 27
Autore: Luca Bolognini
Titolo: «'Io, cristiano, coltivo la pace in Palestina'»
Riprendiamo da NAZIONE/RESTO del CARLINO/IL GIORNO di oggi 10/09/2019, a pag.27, l'intervista 'Io, cristiano, coltivo la pace in Palestina' di Luca Bolognini.

L'intervista di Luca Bolognini a Daoud Nasser è omissiva fin dall'inizio. Non è chiaro infatti se l'intervistato viva nella zona sotto controllo israeliano dei territori contesi o in quella amministrata dall'Anp. Tutta l'intervista è composta da una serie di appelli di pace che alludono alle prevaricazioni dei "coloni" israeliani. Nulla, invece, dice del terrorismo arabo palestinese. Non serve a migliorare le cose il lamento e neanche parole di pace se poi non seguono azioni per mettere nell'angolo i violenti e i terroristi, coloro cioè che alla convivenza pacifica si oppongono in ogni modo. A Ramallah e tanto più a Gaza sono molti, ma anche questo nel pezzo viene omesso. Del tutto assente la supposta controparte, Israele. Conosciamo solo le dichiarazioni di Nasser. Luca Bolognini fa da megafono. Non è così che si informano i lettori, l'intervista andrebbe titolata 'propaganda'.

Ecco l'intervista:

Immagine correlata
Daoud Nasser

«IL SORRISO degli italiani ci dà la forza di andare avanti». Daoud Nassar è un cristiano luterano che vive in Palestina. Nella sua fattoria, a pochi chilometri da Betlemme, coltiva un prodotto prezioso quanto fragile: la pace. Una scelta difficile, arrivata dopo una serie di minacce e vessazioni che avrebbero scoraggiato chiunque.
Cosa significa essere un luterano in Palestina? «La situazione nel mio Paese non è facile in generale. Come cristiano cerco di portare pace e giustizia in tutto quello che faccio». Lei nel 1991, assieme alla sua famiglia, ha lanciato il programma 'Tenda delle nazioni".
Cosa ha fatto scattare la molla? «È da 28 anni che lottiamo ogni giorno per non farci portare via la nostra fattoria. Le colonie israeliane ci circondano su tre lati. I tentativi di confiscare i nostri campi sono incessanti. Per fortuna i miei antenati, cosa davvero poco comune all'epoca, avevano ufficialmente registrato la proprietà dei terreni nel 1916, quando c'era l'occupazione ottomana. Una prassi che hanno seguito anche quando sono arrivati gli inglesi e poi gli israeliani. Quando nel 1991 sono venuti a dirci che dovevamo lasciare la nostra fattoria abbiamo detto di no e abbiamo proceduto per vie legali».

Immagine correlata
La "Tenda delle nazioni"

E cosa è successo? «I processi sono ancora in corso. Nel frattempo ci è stato negato di allacciarci alla corrente elettrica e di avere acqua corrente. Ci hanno messo in un angolo. Ma nel momento più buio abbiamo trovato la forza per reagire. Non volevamo rispondere alla violenza con la violenza. Non volevamo rassegnarci a recitare il ruolo delle vittime, né lasciare la nostra fattoria. E così abbiamo intravisto una via alternativa: ci rifiutiamo di essere nemici e di odiare. Crediamo nella giustizia e vogliamo mostrare a chi ci fa del male cosa sta facendo e fargli capire che sta sbagliando».
Come mandate avanti la vostro attività in una situazione del genere? «Con la creatività. Abbiamo montato una serie di pannelli solari per sopperire alla mancanza di energia elettrica e limitare l'uso del diesel per alimentare il generatore. Ci hanno ordinato più volte di demolire il tetto, ma abbiamo sempre fatto ricorso in tribunale. Per quanto riguarda l'acqua, raccogliamo quella piovana per evitare di comprare quella che ci serve per far crescere frutta e verdura. Cerchiamo di piantare alberi come il fico, il mandorlo o l'olivo che richiedono poca irrigazione».
È vero che il governo israeliano per convincere la sua famiglia a vendere il terreno le avrebbe messo in mano un assegno in bianco? «Ci chiamò un funzionario e ci disse di sparare una cifra. Lo abbiamo ringraziato e gli abbiamo spiegato che non potevamo vendere la nostra fattoria. Quella terra per noi è la nostra anima. Non può avere un prezzo».
La tensione coi coloni è palpabile. Diversi anni fa alcuni di loro hanno tagliato oltre 250 dei vostri olivi. Vi aspettavate di essere aiutati a ripiantami da un'associazione di ebrei londinese? «Eravamo veramente a terra. Quando abbiamo saputo che questa organizzazione inglese ci voleva dare una mano abbiamo capito che non eravamo i soli a credere nella giustizia».
Quali attività portate avanti nella vostra fattoria? «Il nostro obiettivo è costruire ponti per promuovere la tolleranza e il dialogo. Chiunque è il benvenuto. Chi verrà potrà vedere quello che succede, tornare a casa e raccontare cosa ha provato. Ci sono programmi di volontariato e corsi di istruzione per bambini».
Ci sono molti israeliani che vengono a visitare la vostra fattoria? «Non ho i numeri, ma ci sono. Ogni anno più o meno diecimila persone vengono a trovarci da tutto il mondo».
E gli italiani quanti sono? «Parecchi ultimamente. Il vostro sorriso ci dà grande forza, siete persone che trovare sempre un motivo per essere allegri. Le vostre risate sono contagiose».
Se Netanyahu il premier israeliano, Mashal, il leader di Hamas, e Abu Mazen, presidente dell'Anp, venissero nella sua fattoria sarebbe più facile trovare una soluzione al conflitto che infiamma da decenni il Medio Oriente? «Quando si annaffia una pianta, si cura la terra. La pace inizia così».

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