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La Stampa Rassegna Stampa
03.04.2021 'Per lei volano gli eroi', di Amir Gutfreund
Recensione di Elena Loewenthal

Testata: La Stampa
Data: 03 aprile 2021
Pagina: 11
Autore: Elena Loewenthal
Titolo: «Dalle finestre di Haifa si spiano i drammi nelle case degli altri»
Riprendiamo dalla STAMPA - Tuttolibri di oggi, 03/04/2021, a pag.11, con il titolo "Dalle finestre di Haifa si spiano i drammi nelle case degli altri" il commento di Elena Loewenthal.

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Elena Loewenthal

Per lei volano gli eroi - Amir Gutfreund - Libro - Mondadori Store
La copertina (Neri Pozza ed.)

Amir Gutfreund era uno scrittore davvero particolare. Anzi, speciale. Nato a Haifa nel 1963 da genitori di origine polacca sopravvissuti alla Shoah, iniziò a scrivere a vent'anni. Nel frattempo studiò matematica al Technion, si avviò a una brillante carriera nei ranghi dell'esercito, diventando contestualmente colonnello dell'aeronautica e ricercatore nei campi della matematica e della fisica. Mise su famiglia, ebbe due figli e nel 2011 perse l'amata moglie Neta per un terribile cancro. Dello stesso male mori lui nel 2015. Una vita intensa e disperata. Oltre a tutto questo Gutfreund è stato anche un grande scrittore. Non uno scrittore facile: nei suoi romanzi c'è sempre il portato della sua esperienza di vita e di quelle scritte nel suo passato. Il nostro Olocausto è stato il suo primo romanzo: una sorta di avvitamento narrativo che per un verso è tutto agganciato al vissuto dei suoi genitori nella Polonia della guerra e dello sterminio, per l'altro è una riflessione collettiva, quasi metafisica, su quel capitolo di storia. Per lei volano gli eroi, uscito nel 2008 in Israele e ora in italiano per l'editore Neri Pozza con la traduzione di Raffaella Scardi, è invece un romanzo tutto sommato più sereno, abitato da una ironia leggera che stempera la nostalgia - e a volte la rabbia - di ricordi lontani nel tempo.

Di un'infanzia e un'adolescenza perdute, insieme a tante altre cose. È stato, più che giustamente, Eshkol Nevo a caldeggiare l'uscita di questo libro nel nostro paese: le atmosfere sono decisamente in sintonia con la sua narrativa. Chi ama Nevo non potrà non amare Gutfreund. Il romanzo racconta di un gruppo di amici a partire dal 1968, all'indomani della mitica Guerra dei Sei Giorni - che segnò il momento in cui l'esistenza dello stato ebraico divenne per gli israeliani stessi qualcosa di assodato e non più in bilico sulla precarietà della sopravvivenza -, sino al 1995, anno in cui venne assassinato Yitzhak Rabin. Siamo in un sobborgo di Haifa, un quartiere di case popolari tirate su da un giorno all'altro. Qui regna quella promiscuità tutta particolare d'Israele: non ci sono praticamente mai le tende, nelle case israeliane. E le finestre sono ampie, spesso occupano pareti intere: passeggiando per le strade è un po' come entrare dentro. Arik, l'io narrante, Benni, Gideon e Yoram sono quattro ragazzini amici per la pelle, ma molto diversi per carattere e per background familiare. Gutfreund fa entrare il lettore nelle loro vite con una precisione quasi chirurgica: la storia si dipana in continue divagazioni che man mano diventano parte integrante della storia. E la storia stessa si popola di una vasta messe di personaggi e accadimenti. Diventa un mondo vivo, presente. Al tempo stesso, prendono corpo le vicende dei quattro ragazzi e della sorellina di uno di loro, Benni, Michal, che diventa il cuore della storia, il meccanismo che tiene insieme l'amicizia. E' il dramma che coinvolge via via lei e loro.

Gutfreund è bravissimo a costruire la storia, intrecciando le biografie di questi bambini che diventano adolescenti e poi adulti sullo sfondo della storia d'Israele in quegli anni, delle guerre, dei mutamenti vorticosi che la società israeliana vive come in una inarrestabile accelerazione. E a vedere tutto attraverso il filtro di un universo proletario in una periferia urbana che è Haifa ma potrebbe essere altrove, in un mondo e un tempo in cui le vicende nazionali e il conflitto fanno parte della quotidianità di tutti: «Nel mio mondo Nasser era uno dei tanti cattivi, e non il peggiore. Non aveva occhi capaci di emettere raggi X né mani cosparse di veleno appiccicoso, e nemmeno un palazzo sottomarino sotto le isole di ghiaccio. Combattenti del calibro di Tarzan, Patric Kim, Bruce Lee e Maciste si scontravano con cattivi furbissimi, i quali commettevano nefandezze ben più gravi che chiudere lo stretto di Tiran o riunire la Lega araba». Il lettore segue la vita di questi ragazzini, dei loro complicati nuclei familiari, e per un verso si trova in un grande affresco storico dove tutto un paese è tratteggiato, per l'altro vive le piccole realtà di queste vite narrate con una partecipazione che va ben al di là del fatto che ci sia un substrato autobiografico, e con una leggerezza che strappa non di rado un sorriso. E c'è una costruzione narrativa molto sapiente che non s'incrina mai, pur in un racconto così ampio e pieno di eventi, di episodi, di digressioni: «Papà non credeva nella paghetta. Io invece ci credevo ciecamente. Quasi ogni giorno mi spediva al caffè di Gidi per procurargli un pacchetto di sigarette e il giornale, e io trattenevo una parte fissa del resto per le mie necessità». La storia si snoda nel tempo, cambia passo con il passar degli anni; ma certo la prima parte, con i quattro ancora bambini, è la più suggestiva. Ma di un romanzo che è bello tutto e che farà sicuramente rimpiangere questo autore al pubblico italiano, ora che lo scoprirà.

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