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Perché non esiste ancora uno 'stato arabo palestinese'? La risposta è semplice (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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La Stampa Rassegna Stampa
19.09.2020 Dror Eydar, Ambasciatore d'Israele: 'Così si fa la pace in Medio Oriente'
Lo intervista Francesca Sforza. E in un video ecco gli auguri di Rosh HaShanà

Testata: La Stampa
Data: 19 settembre 2020
Pagina: 14
Autore: Francesca Sforza
Titolo: «Eydar: 'In Medio Oriente i sognatori hanno fallito'»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 19/09/2020, a pag.14 con il titolo "Eydar: 'In Medio Oriente i sognatori hanno fallito' " l'intervista di Francesca Sforza all'Ambasciatore di Israele in Italia Dror Eydar.

Miracolo alla Stampa, una intervista all'Ambasciatore di Israele, perdipiù equilibrata.

A destra: La vignetta di Dry Bones: l'accordo di pace tra Israele, Emirati, Bahrein. Shanà tovà! Buon anno nuovo!

Ecco il video con gli auguri di Rosh HaShanà, buon anno ebraico, dell'ambasciatore Eydar, a cura di Giorgio Pavoncello:

Notizie su Israele

Ecco l'intervista di Francesca Sforza:

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Francesca Sforza

“Il problema è John Lennon», e quella sua canzone che parlava di un mondo senza nazioni, in cui non ci sono ragioni per uccidere o per morire. «La realtà è diversa, e i politici che come Clinton e Obama si sono ispirati a un sogno, in Medio Oriente non sono riusciti a fare nulla». A parlare è Dror Eydar, Ambasciatore d'Israele, che dopo un anno dal suo arrivo in Italia, ha deciso di rilasciare la sua prima intervista a «La Stampa» in occasione di Rosh Ha Shanà, il Capodanno ebraico, che segna l'inizio del 5781 dalla data della creazione. «Non c'è preghiera al mondo che non ringrazi Dio per il cibo che ci ha dato — racconta dalla sua residenza a Roma — ma solo gli ebrei, nei secoli passati, hanno fatto seguire al ringraziamento la preghiera di ricostruire Gerusalemme». Alla fine è andata così, «lo Stato di Israele è la polizza assicurativa del popolo ebraico, e i palestinesi sapevano che saremmo ritornati, non è scritto solo nella Bibbia, basta leggere la Sura 5 del Corano». Anche per questo è stato durissimo, durante il lockdown, «far capire agli ebrei rimasti in Italia che non si poteva raggiungere Israele, è stato come risvegliare un trauma antico, se non si è ebrei non si può capire». Storico, linguista, amico personale di Benjamin Netanyahu, Dror Eydar viene da una famiglia di ebrei iraniani, legge la Bibbia ogni giorno, ragiona con passione sulla stratificazione della lingua ebraica — «è come un grattacielo di cui si possono visitare i molti piani, ci sono parole che datano tremila anni fa e altre nate di recente» — e sulla politica ha idee molto chiare: «Trump e Netanyahu potranno non piacere agli intellettuali, ma sono riusciti là dove gli altri hanno fallito».
In un momento oltretutto difficile, con la pandemia ancora in corso, lo smarrimento che l'accompagna, le incertezze che ci ossessioneranno fino alla scoperta di un vaccino. Ambasciatore Eydar, l'anno ebraico inizia con Israele costretto a chiudere tutto di nuovo per le festività, crede che anche l'Italia sia a rischio? «"Se puoi fare qualcosa fra una settimana, fallo adesso", è questa la lezione che ho imparato dall'Italia e che nei giorni della massima emergenza ripetevo al mio premier e ai ministri. Il problema si sono rivelati soprattutto i ragazzi del liceo—più indisciplinati dei piccoli - e i matrimoni, per questo Israele ha deciso una nuova chiusura, anche se breve. Ma l'Italia mi sembra in grado di gestire questa fase».
Lei ha vissuto il lockdown a Roma, cosa l'ha colpito di più? «Era fondamentale rimanere qui, per non far sentire isolata la comunità ebraica, gli israeliani che erano rimasti bloccati, e anche per dare solidarietà a questo Paese. Quando Attilio Fontana mi ha chiamato per chiedere aiuti da parte del mio Paese, mi sono permesso di dargli due consigli: innanzitutto di rivolgersi alla Nato, che aveva sicuramente la possibilità di mettere a disposizione dei respiratori in tempi brevi, e poi di guardare a imprese di alta gamma come Ferrari o Fca. Lo fecero anche gli americani durante la Seconda Guerra Mondiale quando chiesero alla Ford di convertire la produzione a usi militari».
Questi sono anche i giorni della nascita di un processo politico importante per Israele, cosa ne pensa? «Ciò che è accaduto a Washington ha cambiato il paradigma del Medio Oriente. Non bisogna cedere all'euforia, ma è chiaro che si tratta di un riconoscimento fondamentale per il futuro di Israele e dello sviluppo dell'area. Gli intellettuali liberal hanno sempre pensato che il problema del Medio Oriente fosse Israele, ora penso che molti capiscano che Israele è l'àncora della sua stabilità. I sunniti e i Paesi arabi moderati hanno bisogno di collaborazione sulla sicurezza, sulla tecnologia, sulla finanza, sugli scambi di capitale umano. E con chi, se non con Israele?».
Che cosa ne è della solidarietà con il popolo palestinese? Siamo di fronte a un cambiamento tattico da parte degli arabi, o ci sono altre ragioni? «I cambiamenti che hanno interessato il Medio Oriente hanno generato paura nei Paesi arabi. Dalla Siria all'Iraq, dalla Libia al Libano: troppa instabilità. E i palestinesi hanno sempre scelto la parte sbagliata: prima Saddam Hussein, poi l'Iran. Adesso i popoli arabi hanno cominciato a capire che il loro presente — prima ancora del loro futuro - è prigioniero del costante rifiuto dei palestinesi a un compromesso. Ogni accordo storico ha visto gli ebrei dire sì, e i palestinesi dire no. Dai tempi della Peel Commission del 1937, quando si fece un piano di divisione territoriale, per cui agli ebrei sarebbe andato il 17% del territorio attuale, agli arabi il 75%, e Gerusalemme a metà. Ben Gurion disse sì, gli arabi no. E da allora è stato sempre così».
Come spiega che due presidenti così impopolari siano riusciti là dove leader di largo consenso hanno fallito? «Talvolta nella storia c'è bisogno di leader non troppo sofisticati, che sappiano dire "ok, questi sono i buoni, e questi sono i cattivi". Ci vuole coraggio a non dare sempre ragione a tutti. L'approccio al Medio Oriente deve essere pragmatico. Trump è un uomo d'affari, sa come trattare. Le faccio un esempio: Kerry si trovava in Israele a discutere con Netanyahu dell'accordo con l'Iran, e sarebbe dovuto partire per il Giappone subito dopo. Mentre era in volo venne a sapere che a Ginevra si trovava una delegazione iraniana, e come prima cosa fece cambiare rotta per raggiungere Ginevra. Gli iraniani lo hanno saputo e non hanno più firmato. Ne avevano dedotto che se l'America era tanto interessata, allora potevano alzare il prezzo. Trump non avrebbe mai commesso una simile leggerezza».
Anche l'assassinio del generale iraniano Soleimani va letto come un'accelerazione del processo politico in corso? «No, perché l'Iran era una minaccia già da prima. E poi Soleimani era il capo di tutti i serpenti, ha esportato le guerre in tutto il Medio Oriente con lo scopo di circondare Israele. Si comportava come uno di quei bulli da strada, convinto di essere un intoccabile. E lo era, se fossero stati ancora i tempi della dottrina Obama. Ma Trump ha valutato diversamente, ha capito che era un ostacolo a qualsiasi processo. E quindi Soleimani è stato ucciso».
Non avete paura di un Iran isolato? «E che possono fare, combattere contro di noi?»
In molti Paesi dell'Islam moderato cresce il timore dell'assalto delle monarchie del Golfo: hanno soldi, costruiscono moschee, sono chiusi in tema di diritti. Che ne pensa? «Nessuno si sceglie i propri vicini. Posso dire che per Israele la democrazia è un fatto assodato, ma ho rispetto per Paesi che hanno diverse forme di governo. Sei paesi arabi vogliono vivere in pace con Israele ed entrambi possiamo prosperare, non vedo dove sia il problema».
Si fida del leader saudita Bin Salman? «Sono i tempi e la situazione a scegliere i leader, più che i leader a scegliere i tempi e la situazione. Mohammad bin Salman è espressione di tanti fattori ed energie collettive, guarda alle cose che abbiamo in comune più che a quelle che ci dividono».
Che cosa si aspetta dall'Unione europea? «Non molto, non c'è consapevolezza di quanto le cose siano cambiate in Medio Oriente. Quando sento parlare Borrell mi sembra di ripiombare negli anni Ottanta. Mentre forse dovrebbe chiedersi dove finiscono i fondi europei ai palestinesi. Con tutti quei soldi Gaza sarebbe dovuta diventare come Singapore».

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