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La Stampa Rassegna Stampa
16.09.2020 Pace a Washington 5: La Stampa è ambigua e un titolo inaccettabile
Con gli articoli di Giordano Stabile, Paolo Mastrolilli

Testata: La Stampa
Data: 16 settembre 2020
Pagina: 1
Autore: Giordano Stabile - Paolo Mastrolilli
Titolo: «Un terremoto scuote il mondo arabo. La Palestina isolata ora guarda all'Iran - Trump impone la pax americana in Medio Oriente»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 16/09/2020, a pag.1, con il titolo "Un terremoto scuote il mondo arabo. La Palestina isolata ora guarda all'Iran", il commento di Giordano Stabile; con il titolo "Trump impone la pax americana in Medio Oriente", il commento di Paolo Mastrolilli.

La Stampa, invece di apprezzare la pace raggiunta dopo decenni di relazioni diplomatiche inesistenti tra Israele e alcuni Paesi arabi sunniti del Golfo, evidenzia gli effetti collaterali che eventualmente potrebbero svantaggiare gli arabi palestinesi. Gli accordi in realtà sarebbero vantaggiosi anche per i palestinesi, se solo questi accantonassero l'idea di distruggere Israele e si mettessero all'opera per un futuro di pace e coesistenza. Secondo la redazione della Stampa, che riflette peraltro il tono degli articoli, "Trump impone la pax americana" e "La Palestina" è adesso "isolata". Il successo diplomatico di Trump diventa, nel linguaggio del quotidiano torinese, una pace imposta. Questa è la nuova linea per il Medio Oriente del direttore Giannini.

Ecco gli articoli:

Giordano Stabile: "Un terremoto scuote il mondo arabo. La Palestina isolata ora guarda all'Iran"

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Giordano Stabile

Lungo le mura di Gerusajlemme i colori delle bandiere di Emirati e Bahrein si sono stagliati per la prima volta sulla pietra bianca che cinge la Città Santa, fino a sfiorare la moschea di Al-Aqsa. Un simbolo potente, presagio dei mutamenti che attendono il Medio Oriente e in particolare il mondo arabo. e monarchie del Golfo si protendono verso la terza città più sacra ai musulmani, e i palestinesi retrocedono. Il premier Mohammad Shtayyeh ha parlato di «giorno nero», di «disfatta» per la Lega araba, e ha chiesto agli Stati fratelli di «protestare» contro l'accordo. Ma la mozione di condanna presentata dalla Palestina al Cairo, la scorsa settimana, è stata bocciata dal blocco del Golfo e a Ramallah non si fanno illusioni sull'aiuto arabo. Il presidente Abu Mazen, che il 15 novembre compirà 85 anni, ha calato per l'ennesima volta la carta dell'unità nazionale, della riconciliazione con Hamas, del «fronte comune». Il leader del movimento islamista a Gaza, Ismail Haniyeh, reduce dall'incontro a Istanbul con il presidente turco Erdogan, è tomato in Libano dopo 37 anni, ha incontrato il capo di Hezbollah Hassan Nasrallah, alla ricerca disperata di nuovi alleati. E ieri sera da Gaza sono stati lanciati due razzi sulle città israeliane di Ashkelon e Ashodod. Un ponte verso Teheran Il movimento sciita libanese è un ponte verso l'Iran, e a quello sono costretti oramai a guardare i palestinesi. Le crepe nello schieramento arabo continuano ad allargarsi. Donald Trump ci lavora ogni giorno, per aumentare la portata propagandistica degli «accordi di Abramo», che dovranno fare il paio nei libri di storia con quelli di Camp David del 1978, la pace fra Egitto e Israele. Certo, li c'erano state quattro guerre, migliaia di morti, il Sinai occupato dagli israeliani e poi ceduto per arrivare all'intesa. «Terra in cambio di pace». Il premier Netanyahu ha fatto invece suo l'assioma del predecessore Yitzhak Shamir: «Pace in cambio di pace». L'inquilino della Casa Bianca ha convinto il principe di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed e il sovrano di Manama, Hamad bin Isa al-Khalifa, che avevano da guadagnare lo stesso. Un bel contratto per la vendita dei caccia invisibili F-35 agli Emirati, tanto per cominciare. Garanzie granitiche per la sicurezza del Bahrein, dove la popolazione per due terzi sciita è scesa ieri piazza per protestare e Teheran allunga le sue mire. Promesse moltiplicate nei confronti dell'Arabia Saudita, che ieri ha confermato l'apertura ai voli da Israele ma ancora non è pronta a fare il grande passo. Riad, come il Qatar, continua a chiedere la fine del conflitto con i palestinesi, nel solco degli accordi di Oslo, prima della «normalizzazione». I segnali però si moltiplicano. L'Oman ha inviato il suo ambasciatore a Washington a presenziare alla firma. Anche il Marocco potrebbe accettare aerei provenienti dallo Stato ebraico. Il Sudan tentenna. Al grande show mancava solo la presenza di leader veri. Bahrein ed Emirati erano rappresentati dai ministri degli Esteri. Accanto a Jimmy Carter c'era il presidente egiziano Anwar Sadat, che avrebbe pagato con la vita il suo coraggio. Poco importa. II colpo di Bibi Alla fine la passerella era per Trump e Netanyahu. Il premier israeliano ha messo a segno il colpo più importante in politica estera nella sua permanenza più che decennale al potere. E' in calo di consensi in patria, soprattutto a causa del Covid 19. La fronda dei partiti religiosi, che non ne vogliono sapere di lockdown, è sempre più forte. Gli accordi di Washington potrebbero riservare loro una sorpresa tale da cancellare i malumori. E cioè la possibilità per gli ebrei di tomare a pregare sul Monte del Tempio, ovvero la Spianata delle Moschee. La pace con la Giordania nel 1994 aveva ribadito lo status quo in vigore dal 1967, quando Gerusalemme Est venne conquistata da Israele: i musulmani pregano sulla Spianata, gli altri possono «visitarla». La destra israeliana non lo ha mai accettato. I testi preliminari agli «accordi di Abramo» sembrano restringere le prerogative dei musulmani alla sola moschea di Al-Aqsa e consentire agli ebrei di pregare sul resto della Spianata. La formula è ambigua ma ha messo in apprensione la Giordania. Re Abdullah è il «custode» dei luoghi santi, è rimasto finora freddissimo di fronte agli accordi di Washington. Il sovrano, e i palestinesi, rischiano di perdere la prerogativa di «difensori» del terzo luogo sacro all'Islam, mentre sulla Spianata frotte di turisti dal Golfo potrebbero presto mescolarsi ai fedeli ebrei.

Paolo Mastrolilli: "Trump impone la pax americana in Medio Oriente"

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Paolo Mastrolilli

Vedrete che alla fine i palestinesi verranno al tavolo, e dopo le elezioni anche gli iraniani chiederanno di fare un'intesa. Trump ieri ha aggiunto che «altri cinque o sei Paesi sono pronti a fare altrettanto». Infatti i principali obiettivi politici, oltre ai vantaggi economici, sono tre: costringere Abu Mazen a riaprire le trattative di pace, magari con la spinta dell'Arabia Saudita; isolare Teheran, obbligandola a negoziare un nuovo accordo con gli Usa; frenare le ambizioni della Turchia, impedendo a Erdogan di fomentare l'instabilità regionale attraverso i suoi alleati Fratelli musulmani. L'alleanza con sunniti La politica mediorientale di Trump ha ruotato fin dall'inizio intorno al rilancio dell'alleanza con l'Arabia, e in generale con i sunniti, per bloccare l'espansionismo iraniano e sciita. La sua speranza era che in cambio di questa scelta re Salman lo avrebbe aiutato a convincere Abu Mazen ad accettare il piano di pace scritto dal genero Jared Kushner, perché gli arabi erano stanchi del conflitto perenne, volevano sviluppare le proprie economie, e fermare la Repubblica islamica era una priorità più importante di garantire ai palestinesi il loro stato. Washington aveva forzato la mano tagliando i finanziamenti ad Abu Mazen, spostando l'ambasciata americana a Gerusalemme e riconoscendo l'occupazione israeliana del Golan. Quindi Kushner aveva presentato il suo piano in due fasi: quella economica, che attraverso i miliardi offerti doveva oliare le resistenze; e quella politica, che prevedeva i due Stati, ma deludeva le aspettative dei palestinesi. Abu Mazen non aveva ceduto, e gli Usa avevano aperto all'annessione dei Territori occupati in Cisgiordania da parte di Israele. Questa mossa avrebbe messo in grave imbarazzo i Paesi arabi sunniti, perché avrebbe significato la fine del progetto dei due Stati, e aiutato Erdogan a scatenare la reazione dei Fratelli musulmani. Inoltre avrebbe regalato all'Iran altre munizioni per infiammare la regione. Davanti a tale prospettiva Mohammed bin Zayed, principe ereditario degli Emirati, ha fatto la sua proposta: congelate l'annessione, e noi normalizziamo le relazioni con Israele. In aggiunta, ha chiesto di comprare dagli Usa i caccia F35, che erano un ostacolo perché cambiavano i rapporti di forza a sfavore dello Stato ebraico. Kushner, finito in un vicolo cieco col suo piano di pace, ha capito che questa era una via d'uscita conveniente a tutti, e ha convinto Trump a seguirla. È' quella che l'ex inviato Usa per il Medio Oriente Martin Indyk ha definito su Foreign Affairs «diplomazia accidentale», nel senso che da un fallimento è nata un'opportunità. Dopo l'annuncio degli Emirati si è aggiunto il Bahrein, e si è arrivati alla cerimonia di ieri, che in realtà non è un accordo di pace perché i firmatari non erano in guerra. Le pressioni su Abu Mazen Un'autorevole fonte della Casa Bianca, durante un briefing con i giornalisti, ha spiegato quello che poi Trump ha detto in chiaro: l'obiettivo degli Accordi è cementare una coalizione anti-iraniana, ottenendo in cambio di spingere i palestinesi a fare la pace con Israele nei termini voluti da Kushner e Netanyahu. Questo darebbe anche un colpo alle ambizioni turche. Il passo più importante per centrare l'obiettivo sarebbe il riconoscimento dello Stato ebraico da parte dell'Arabia Saudita, che la fonte della Casa Bianca non ha escluso: «Siamo ottimisti su tutti i colloqui in corso». L'adesione del Bahrein, satellite di Riad, viene percepita come la benedizione saudita. L'interpretazione più diffusa però è che re Salman sia contrario, e quindi il principe ereditario MBS dovrà aspettare, pur lanciando segnali inequivocabili. Anche se questi passi decisivi sono rimandati, era importante firmare l'accordo prima delle presidenziali Usa per dare una mano a Trump. Tutti i protagonisti suppongono che se Biden vincerà il 3 novembre, riaprirà i canali diplomatici con l'Iran, tornerà a fare pressioni sui sunniti per questioni tipo il rispetto dei diritti umani, e complicherà la vita a Israele, pur non riportando l'ambasciata a Tel Aviv. Trump però scommette di restare alla Casa Bianca, ed è convinto che dopo il voto palestinesi e iraniani torneranno al tavolo alle sue condizioni.

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