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La Stampa Rassegna Stampa
24.05.2020 I baci proibiti di Teheran
Commenti di Giordano Stabile, Nadia Terranova

Testata: La Stampa
Data: 24 maggio 2020
Pagina: 14
Autore: Giordano Stabile - Nadia Terranova
Titolo: «Baci, parkour e libertà. I giovani eroi di Instagram sfidano l'Iran della sharia - Quel bacio vietato sulla terrazza di Teheran»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 24/05/2020, a pag.14, con il titolo "Baci, parkour e libertà. I giovani eroi di Instagram sfidano l'Iran della sharia", la cronaca di Giordano Stabile; a pag. 1, con il titolo "Quel bacio vietato sulla terrazza di Teheran", il commento di Nadia Terranova.

Ecco gli articoli:

Iran, baci proibiti sui tetti. Arrestato il campione di parkour ...
Il "bacio proibito" su un tetto di Teheran

Giordano Stabile: "Baci, parkour e libertà. I giovani eroi di Instagram sfidano l'Iran della sharia"

Risultati immagini per giordano stabile giornalista
Giordano Stabile

Un salto mortale all'indietro da un cornicione all'altro, a trenta metri d'altezza, e un atterraggio perfetto, in un brivido di rischio e libertà. Il frutto di dieci anni di allenamenti, coraggio, adrenalina. Una delle migliori performance di Alireza Japalaghy, 28 anni, atleta e allenatore di parkour, lo sport estremo inventato nelle banlieue di Parigi negli Anni Novanta e sbarcato a Teheran con un successo inarrestabile. Con i suoi 133 mila seguaci su Instagram, Japalaghy è una star fra la gioventù ribelle della capitale iraniana. Le sue capriole si disegnano sullo sfondo dei grattacieli e delle montagne innevate in lontananza, oppure fra i +minareti e le cupole delle moschee. La trasgressione che però gli è costata l'arresto è un'altra. E sono le immagini di un bacio alla sua ragazza dopo l'ennesima scalata ai tetti di Teheran. Lui in bermuda militare, a petto nudo, lei in short e maglietta neri e aderenti. Troppo per la morale della Repubblica islamica. Pochi giorni dopo la pubblicazione in Rete, gli agenti hanno fatto irruzione e l'hanno portato via, come ha raccontato il fratello più piccolo in un altro video. La ragazza è stata arrestata il giorno dopo. Il comunicato di polizia ha poi spiegato che gli atti dei due ragazzi sono «non convenzionali, contrari alle consuetudini iraniane e alla sharia», perché oltretutto non sono sposati. I fan di Japalaghy hanno protestato e hanno spiegato che l'atleta aveva pubblicato foto simili in passato, ma è stato arrestato soltanto adesso, dopo che aveva criticato la stessa polizia per la scomparsa di suo padre, un agente del dipartimento antidroga, mai ritrovato, un caso avvolto nel mistero. Il comportamento «immorale» potrebbe essere una scusa ma resta il fatto che per i giovani la gabbia delle leggi islamiche è sempre più stretta. Il livello di istruzione è il più alto della regione, i social, nonostante la censura su Twitter e Facebook, ma non su Instagram, usato anche dai politici e dirigenti del regime, permettono un confronto continuo con il resto del mondo, e soprattutto con il «nemico occidentale», un modello per quanto riguarda stile di vita e abbigliamento. Instagram, lasciato libero, serve però anche alla polizia cibernetica per controllare gli umori e le tendenze. Quando qualcuno supera una linea rossa, scatta l'arresto. Due anni fa è toccato a Maedeh Hojabri, diciannovenne, dopo aver accennato una danza sensuale davanti alla telecamera del suo computer, i capelli sciolti e senza velo. Anche quella performance era stata travolta dai «mi piace» sui social. In segno di solidarietà con Maedeh, centinaia di ragazze avevano cominciato a pubblicare video uguali, con le stesse mosse e la stessa musica, in quello che la giornalista dissidente Masih Alinejad, adesso rifugiata negli Stati Uniti, ha definito «un atto di rivolta». Maedeh era finita nelle grinfie della polizia religiosa, la temutissima Gasht-e Arshad ed era apparsa sulla tv di Stato per «confessare» e scusarsi per il suo comportamento. Gli agenti della Gahst-e-Arshad battono le strade di Teheran e delle principali città per imporre il rispetto del codice di abbigliamento fissato dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, che prevede soprattutto l'uso dello hijab, o chador, per coprire la testa e i capelli. Un simbolo di «modestia», cioè di sottomissione, che moltissime donne non sopportano più. Tre anni fa le dissidenti hanno lanciato l'hashtag #whitewednesdays, i «mercoledì in bianco». Una forma di protesta che va dalla strada alla Rete, con le donne che si vestono di bianco e si tolgono il velo di fronte alle telecamere dei telefonini. I video sono raccolti sul sito My Stealthy Freedom, la mia libertà invisibile, che ne ha ricevuti tremila soltanto nei primi mesi. L'iniziativa si è poi allargata ad altri Paesi mediorientali dove il velo è obbligatorio, come l'Arabia Saudita. Fra le promotrici c'era ancora la giornalista Masih Alinejad, che a un certo punto è stata minacciata su un sito vicino ai Pasdaran, Mashregh News, dove è apparsa una foto della madre, vestita di nero e con il chador, e la scritta: «Morte a te, Masih». Ma la contestazione continua lo stesso, plateale o meno che sia. Come spiega la stilista Hoda Katebi, autrice di «Teheran Streetstyle», in Iran «la maggior parte delle donne non copre più i capelli, specie le giovani, lasciano che il velo cada all'indietro, oppure lo appoggiano sulle spalle e appena vedono la polizia religiosa lo tirano su». Una rivolta strisciante che preoccupa anche Ali Khamenei. Una settimana fa la guida suprema ha tenuto un lungo discorso per spiegare che quella delle occidentali non è vera libertà, perché devono vestirsi in maniera provocante per «piacere agli uomini», e quindi in definitiva sono schiave, mentre la «modestia» conduce al rispetto e alla dignità. Il problema per gli ayatollah è che «il governo dei religiosi» instaurato da Khomeini non ha portato giustizia, né prosperità, né tanto meno pace sociale. Pesano le sanzioni americane, quasi senza interruzione da quarant'anni, ma anche un sistema economico che ha finito per premiare le grandi fondazioni religiose, le bonyad, in realtà enormi conglomerati che gestiscono industrie, banche, i santuari religiosi e il business collegato, a vantaggio degli «ammanicati» con i principali leader religiosi. Dal maggio 2018, quando Donald Trump, ha imposto l'embargo più duro di sempre, due ondate di proteste di piazza hanno scosso il Paese, l'ultima, lo scorso novembre, repressa nel sangue, con almeno 400 morti, forse più di mille. Per controllare il dissenso l'Iran si è trasformato in una prigione. I detenuti sono quadruplicati fra il 1985 e il 2017, fino ad arrivare a 223 mila, con un rapporto di 283 carcerati per 100 mila persone, il più alto nella regione, anche se ancora lontano dai 700 per 100 mila dell'America, che in questo caso guida la classifica negativa. Per quanto riguarda le esecuzioni capitali, invece, l'Iran ha superato il «Grande Satana», 251 contro 22, e si mantiene al secondo posto dietro la Cina e davanti all'Arabia Saudita. Ad accelerare la crisi sociale è arrivato il coronavirus, oltre 7 mila vittime in tre mesi, che però ha spinto alle autorità a rilasciare 85 mila detenuti dalle carceri sovraffollate. Fra loro anche l'attivista britannico-iraniana Nazanin Zaghari-Ratcliffe, messa ai domiciliari, e l'americano Micheal White, che presto sarà liberato in cambio di un ricercatore iraniano trattenuto a Chicago. I domiciliari sono stati concessi anche ad alcuni dissidenti, come Zia Nabavi, e al leader dell'Onda verde del 2009, Mehdi Karroubi, mai più liberato dopo che si era rifiutato di riconosce la vittoria, a suon di brogli, di Mahmoud Ahmadinejad. Lo scontro sempre più duro con gli Usa, l'uccisione del popolare comandante Qassem Soleimani, lo scorso 3 gennaio, ha ristretto gli spazi dell'ala cosiddetta «riformista», cioè pragmatica, del regime. Venerdì, ultimo giorno del Ramadan che in Iran è celebrato come «la giornata per Gerusalemme», tutti si sono allineati sulle posizioni oltranziste contro «l'entità sionista», Israele. Persino il ministro Javad Zarif, il volto moderato dell'establishment, e possibile candidato alle presidenziali del prossimo anno. Khamenei serra i ranghi in vista delle scontro totale con Washington, specie se Trump dovesse essere rieletto, e nell'aria c'è la vittoria di un oltranzista, come Ali Larijani. Ci vorrà più di un salto mortale per spezzare la cappa cupa che pesa su Teheran.

Nadia Terranova: "Quel bacio vietato sulla terrazza di Teheran"

Donatella Schisa intervista Nadia Terranova
Nadia Terranova

Le labbra con cui si prega sono le stesse con cui ci si bacia, fa riflettere la poetessa russa Marina Cvetaeva in uno dei suoi libri più belli, "Sonečka" (in Italia è pubblicato da Adelphi). La protagonista, un'attrice, rimane sconcertata dall'aver formulato quel pensiero, mentre io, leggendolo, all'improvviso sentivo che era irrimediabilmente vero, anche se non ci avevo mai pensato, e che non avrebbe potuto esserci coincidenza più nobile di quella fra quei due gesti, fra quei due verbi, pregare e baciare. Così, guardando un uomo e una donna che spavaldi e bellissimi si baciano sui tetti di Teheran, e insieme leggendo che quelle immagini sono accusate di oscenità, ho pensato che la polizia iraniana che ha arrestato lui e giurato di mettere dentro anche lei avrebbe dovuto leggere Cvetaeva. 
È stato un pensiero assurdo: in Iran non si può leggere molto, come ci ha raccontato Azar Nafisi in Leggere Lolita a Teheran. Non si possono leggere Vladimir Nabokov, Francis Scott Fitzgerald, Jane Austen, Fiodor Dostoevskij (Nafisi raccontava del suo gruppo di lettura clandestino insieme a certe studentesse). Leggere e baciare sono due attività legate alla scelta e all'insubordinazione, alla possibilità di immaginare alternative alla propria vita e, in entrambi i casi, a volte anche all'amore. Cioè al pericolo. Quelle foto, con dentro un tramonto che sembra finto, sembrano finte anche loro per quanto sono perfetti i corpi ritratti, la luce che li illumina, i tetti più in basso, come se tutta la città si fosse dovuta inginocchiare, arrendendosi alla sensualità che viene platealmente messa in scena. È una foto che sprigiona un potere imperiale, perché mostra due persone che esibiscono un controllo completo sui corpi: li curano, li scolpiscono, li usano con consapevolezza per creare bellezza e intrattenimento (pare che lui sia Alireeza Japalaghy, un divo del parkour). Scegliendo di esporsi, di mostrarsi in autonomia, stanno già negando di essersi consegnati alla dittatura, hanno già sottratto il corpo a un regime che chiede di farne luogo di guerra culturale e religiosa (lei è ricercata anche per essersi mostrata scoperta). Il loro è un rifiuto plateale, macroscopico, e in più osano baciarsi. Non solo saltano fra i palazzi, non solo occupano lo spazio cittadino in un modo che sfugge al controllo, ma osano persino scegliersi e amarsi, o forse anche solo giocare a farlo, come se poi ci fosse differenza tra le due cose. Chissà quante volte si sono baciati, cento, mille, e poi altre cento e altre mille, ma non hanno voluto nasconderne la prossemica, anzi, l'hanno messa sotto gli occhi di tutti e ora subiscono la conseguenza che già Catullo prevedeva per gli amanti: che gettasse su di loro il malocchio l'invidioso. Sono accusati di blasfemia per un gesto che mette in azione trentacinque muscoli facciali, causa lo scambio di ottantamila batteri ogni dieci secondi e viene ripetuto circa centomila volte in una vita, così almeno dicono gli scienziati, a cui noi crediamo, sempre stupendoci di quanti incontrollabili effetti secondari possa causare quel gesto che fa impazzire le pulsazioni e tremare le gambe. Crediamo agli scienziati anche quando ci dicono che baciare molto, baciare bene, baciare procurandoci felicità (che sia amore, gioco o tutt'e due) può allungare la vita media fino a cinque anni. Baciare con le nostre labbra, le stesse che pregano.

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