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La Stampa Rassegna Stampa
21.05.2020 La Stampa contro Israele scrive di 'tramonto del sogno di pace palestinese'
Pessimo titolo, in puro stile Manifesto, articolo tiepido di Giordano Stabile

Testata: La Stampa
Data: 21 maggio 2020
Pagina: 14
Autore: Giordano Stabile
Titolo: «'Basta accordi con Israele'. Tramonta il sogno di pace del popolo palestinese»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 21/05/2020, a pag.14, con il titolo " 'Basta accordi con Israele'. Tramonta il sogno di pace del popolo palestinese", la cronaca di Giordano Stabile.

Per Israele è necessario creare confini sicuri e difendibili. Questa la priorità da considerare per valutare ogni possibile futuro assetto. L'articolo di Stabile però l'ha dimenticato e riporta senza commento le posizioni di Abu Mazen. Ma di gran lunga peggio dell'articolo è il titolo, in stile Manifesto, che fa pensare che fino a ieri il sogno degli arabi palestinesi fosse la pace, mentre non è mai stato così: i palestinesi hanno rifiutato, dagli anni trenta agli anni duemila, ogni proposta di pace, dimostrando - a loro modo con coerenza - di non volerla. Scrivere di "sogno di pace palestinese" è una menzogna, soprattutto se fa pensare che a farlo "tramontare" è Israele. Questo sogno, i palestinesi, non lo hanno mai avuto e certamente non "tramonta" oggi. Continua la nuova linea dela Stampa...

Ecco l'articolo:

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Giordano Stabile

AG's office said to warn PM Jordan Valley annexation could lead to ...
Benjamin Netanyahu di fronte alla mappa della valle del Giordano

AIla fine su una cosa, una soltanto, Abu Mazen e Benjamin Netanyahu si sono ritrovati d'accordo. Il processo di Oslo è morto, un guscio vuoto, una finzione. E’ toccato al presidente palestinese prenderne atto. Dopo mesi di annunci, in una riunione notturna, ha comunicato alla leadership dell'Olp che «lo Stato di Palestina non è più tenuto a rispettare gli accordi con i governi americano e israeliano e tutte le obbligazioni a essi legate, comprese quelle sulla sicurezza». E’ stato un incontro tempestoso, con molti delegati dubbiosi sulle reali intenzioni dell'84enne raiss, al potere da quindici anni senza essere mai rieletto e indebolito dalla crisi economica e dalla fronda interna. Se per Netanyahu il dopo-Oslo è molto chiaro ed è una Israele più grande, per Abu Mazen è un passo verso il buio. Il messaggio era rivolto più all'America che a Israele. Un appello a fermare Netanyahu. Perché rompere davvero gli accordi di Oslo, l'inizio di un percorso che doveva portare alla nascita di uno Stato indipendente, significa svuotare l'Autorità palestinese e condannarsi all'irrilevanza. Certo anche lo Stato ebraico è interessato al mantenimento di Oslo per quanto riguarda la collaborazione fra i servizi di sicurezza, che sotto la presidenza di Abu Mazen ha consentito di evitare una nuova Intifada e limitato gli attacchi terroristici. Lo Shin Bet israeliano e il Moukhabarat palestinese hanno lavorato gomito a gomito, come ha mostrato con un certo realismo la serie tv Fauda, senza scandalizzare più di tanto. In base agli accordi del 1993 la Cisgiordania è stata divisa in tre. L'Area C, il 60 per cento dei 5655 chilometri quadrati totali, è sotto controllo delle forze di sicurezza israeliane, ed è la zona dove sorgono gli insediamenti che Netanyahu intende annettere assieme alla valle del Giordano. L'Area B è sotto controllo misto, mentre l'Area A, il 20 per cento, è affidata in esclusiva alla polizia palestinese. Lo status quo ha creato un semi-Stato, con una imponente burocrazia, che soddisfaceva parte della leadership e il mondo degli affari palestinese. Ma è stato spazzato via da Donald Trump e il «piano di pace americano». Quando Abu Mazen, a fine febbraio, ha visto la mappa della «nuova Palestina» ha rischiato il collasso. Lo Stato indipendente era diventato «una gruviera» come lui stesso lo ha definito, poche aree colorate di verde, immerse nell'Israele ingrandita. Una mappa tagliata su misura per isolare i 2,6 milioni di palestinesi della West Bank dai 600 mila israeliani a Gerusalemme Est e negli insediamenti. La «gruviera» è la fine del sogno di indipendenza, ancora più impresentabile perché priva di Gerusalemme Est. Abu Mazen ha cominciato allora a rilanciare l'idea di uno «Stato unico», con pari diritti fra ebrei e palestinesi, una vecchia proposta di Mustafa Barghouti, diventata di colpo più realistica dei «due popoli, due Stati» di Oslo. Per Israele la proposta è inaccettabile, perché mette in discussione il «carattere ebraico» dello Stato. Fra il Mediterraneo e il Giordano i palestinesi, compresi i cittadini arabo-israeliani, sono circa il 45%. L'idea di Netanyahu è di continuare con il semi-Stato. Che però si riduce pezzo dopo pezzo, come la Pelle di Zigrino di Balzac. Lungo la Route 60 che sale da Gerusalemme verso Nablus lo si può toccare con mano. Insediamenti che si espandono, con le loro villette immerse nel verde dei vigneti e degli ulivi, strade riservate ai loro abitanti, che evitano il caos delle città palestinesi strangolate. Per mantenere la calma nel semi-Stato Netanyahu ha pensato al dopo-Abu Mazen. L'uomo scelto è Mohammed Dahlan, capo di Al-Fatah a Gaza, cacciato dal raiss nel 2014 quando ha capito che voleva fargli le scarpe. Dahlan ha trovato protezione ad Abu Dhabi ed è diventato il braccio destro del principe ereditario Mohammed bin Zayed. Ha creato legami stretti fra i Servizi dei due Paesi, e con la compagnia di sorveglianza elettronica Nso che dà la caccia a potenziali terroristi palestinesi come ai dissidenti emiratini. Gli alleati arabi Attraverso questi rapporti Netanyahu si è guadagnato l'appoggio di Emirati e Arabia Saudita, mentre l'Egitto, che dipende dai soldi del Golfo, non ha la forza di opporsi. E probabile però che l'ipotesi Dahlan alla guida di un'Autorità dimezzata non vada in porto. Lo stesso Shin Bet, il servizio interno israeliano, ha messo in guardia da annessioni non concordate, perché porteranno all'esplosione della violenza. L'opportunità è stata fiutata dall'Iran. Una settimana fa la guida suprema dell'Iran ha proposto la Striscia di Gaza come modello per tutti i Territori, in quanto «i sionisti capiscono soltanto il linguaggio della forza» e anche la Cisgiordania «deve essere armata». Teheran ha rifornito e addestrato le forze speciali di Hamas, e, dopo la rottura del 2011, un movimento ancora più estremista, la Jihad islamica. In caso di collasso dell'Autorità palestinese i Pasdaran cercheranno di fare lo stesso a Nablus o Hebron. Una scenario da incubo che assilla la comunità internazionale. L'Unione europea, in particolare la Francia, è pronta a passi senza precedenti, come sanzioni economiche, se Israele andrà avanti con le annessioni. L'Alto rappresentante Josep Borrell ha anticipato che l'Ue «non accetterà modifiche dei confini del 1967». Netanyahu conta però sul veto di Austria e Paesi dell'Est. Bruxelles è anche preoccupata dalle ripercussioni sulla Giordania. Re Abdullah, custode della moschea di Al-Aqsa, ha avvertito che lo Stato ebraico andrà incontro a «conflitti» con il regno hashemita. Il sovrano governa una popolazione per metà palestinese, teme un'insurrezione se gli arabi verranno tagliati fuori per sempre da AI-Quds, come chiamano la Città Santa. «King Bibi», che domenica dovrà comparire alla prima udienza nel processo per corruzione, è sordo a tutti gli avvertimenti, va avanti come un treno. Sa che la «finestra di opportunità» potrebbe chiudersi a novembre, se Trump perdesse le presidenziali. E questa, tutto sommato, l'unica carta in mano ad Abu Mazen. Il vecchio raiss sa che senza gli accordi con Israele «non potrebbe sopravvivere un giorno», come sintetizza una giornalista palestinese di lungo corso, adesso allevatrice di cavalli a Ramallah. Ma non può passare allo storia come il leader arabo che «ha venduto Gerusalemme».

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