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La Stampa Rassegna Stampa
12.01.2020 L'Iran, aereo abbattuto. Menzogne di regime e proteste di piazza contro gli ayatollah
Cronaca di Giordano Stabile

Testata: La Stampa
Data: 12 gennaio 2020
Pagina: 10
Autore: Giordano Stabile
Titolo: «L'Iran ammette l'abbattimento del jet ucraino. Studenti in piazza contro il regime: bugiardi»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 12/01/2020, a pag.10, con il titolo "L'Iran ammette l'abbattimento del jet ucraino. Studenti in piazza contro il regime: bugiardi", la cronaca di Giordano Stabile.

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Giordano Stabile

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Ali Khamenei

Avrebbe preferito «essere morto per non vedere quello che è accaduto». Nelle parole del comandante delle Forze aeree dei Pasdaran, Amir Ali Hajizadeh, c'è la tragedia e lo smacco, che adesso sta innescando una nuova rivolta degli studenti che sono scesi in piazza e si sono scontrati con gli agenti del regime. A difendere la protesta è intervenuto il presidente Trump che ha avvertito: «Il governo iraniano deve consentire ai gruppi per i diritti umani di monitorare e riferire fatti reali sulle proteste in corso da parte del popolo iraniano. Non può esserci un altro massacro di manifestanti pacifici». Ad aumentare la tensione anche il fermo dell'ambasciatore britannico Rob Macaire che ha scatenato l'ira di Londra.
Per l'Iran, insomma, una doppia sconfitta arrivata nella notte che doveva segnare la «vendetta» per l'uccisione del generale Soleimani, l'umiliazione degli Stati Uniti, la dimostrazione che la Repubblica islamica era capace di sfidarli alla pari. E invece no. Un «errore disastroso» ha segnato quella notte e spezzato la vita a 176 persone innocenti. E il responsabile ultimo è lui, il comandante Hajizadeh.
È stato lui a metterci la faccia, dopo quattro giorni di bugie, e a prendersi la responsabilità dell'abbattimento del jet ucraino. Un errore arrivato alla fine di una serie di negligenze. Non aver chiuso lo spazio aereo ai voli civili, pur con il rischio di una rappresaglia americana.

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Amir Ali Hajizadeh

Un buco nelle comunicazioni fra i comandi e gli addetti alle batterie antiaeree. 
L'errore materiale è stato commesso da un «soldato», ha precisato Hajizadeh. La sua batteria di missili antiaerei era stata allertata da una «virata improvvisa» del Boeing ucraino, che sembrava puntare verso una base. La batteria ha inviato un messaggio verso il velivolo. «Aveva dieci secondi» per decidere. In quei dieci secondi c'è stato il blackout nelle comunicazioni. La batteria non ha ricevuto risposta. Sono partiti due missili. Le schegge delle testate a frammentazione hanno colpito l'aereo, fatto incendiare i motori. Il Boeing è riuscito a volare ancora per un minuto e mezzo prima di esplodere al suolo. Un racconto che coincide con gli elementi raccolti dall'Intelligence americana e con il video pubblicato dal New York Times.
I Pasdaran sapevano fin dal primo minuto. E così, con tutta probabilità, la guida suprema Ali Khamenei. Poi l'ayatollah ha deciso che era più dannoso continuare a negare. E ha ordinato di rivelare tutto. «Consiglio vivamente al quartier generale di rimediare alle negligenze per garantire che questo tipo di errore non si ripeta», ha ammonito. Il presidente Hassan Rohani ha espresso «il profondo dispiacere per l'errore disastroso» e promesso che i responsabili «saranno perseguiti». Non è ancora chiaro a che livello saliranno le indagini, se anche il comandante Hajizadeh dovrà pagare, per lo meno con le dimissioni: «Abbiamo sacrificato le nostre vite e adesso gettiamo via la nostra reputazione di fronte a Dio Onnipotente».
Il ministro degli Esteri Javad Zarif ha cercato di gettare parte della colpa «sull'avventurismo americano». Ma è chiaro che sul banco degli imputati c'è tutta la dirigenza iraniana. Il premier canadese Justin Trudeau vuole «tutta le verità». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si attende che «i colpevoli siano portati davanti alla giustizia». Tecnici francesi specializzati nella lettura delle scatole nere affiancheranno gli iraniani. Ieri la commissione iraniana ha cominciato a scaricare i dati, ha detto che chiederà aiuto anche a Ucraina, Russia e Canada. La strada per la verità è ancora lunga, come quella per recuperare «l'onore».

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