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La Stampa Rassegna Stampa
15.12.2019 Libia: un nuovo territorio di conquista per i dittatori Putin e Erdogan
Editoriale di Maurizio Molinari

Testata: La Stampa
Data: 15 dicembre 2019
Pagina: 1
Autore: Maurizio Molinari
Titolo: «Libia, è l'ora di Putin e Erdogan»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 15/12/2019, a pag.1, con il titolo "Libia, è l'ora di Putin e Erdogan" l'editoriale del direttore Maurizio Molinari.

A destra: Vladimir Putin, Recep T. Erdogan

Visualizza immagine di origine
Maurizio Molinari

La guerra civile in Libia è diventata una sfida strategica fra la Russia di Putin e la Turchia di Erdogan che potrebbero raggiungere un'intesa riuscendo a estromettere dal Paese nordafricano le potenze occidentali che nel 2011 rovesciarono il regime di Gheddafi. La sorprendente evoluzione del conflitto fratricida libico è maturata in autunno: a settembre la forza Wagner - mercenari russi che operano d'intesa con il Cremlino in più aree di crisi - ha inviato almeno 500 uomini a sostegno del generale Khalifa Haftar, leader militare della Cirenaica, e in novembre Fayez al-Sarraj, capo del governo di Tripoli, ha risposto firmando un memorandum d'intesa "difensiva" con Ankara sebbene gli accordi di Skhirath del 2015 lo impedissero. Le conseguenze tattiche sono state immediate. Haftar, da aprile alla guida di un'infruttuosa offensiva per catturare Tripoli, da un lato ha schierato i cecchini russi a fianco dei propri miliziani, riuscendo a farsi largo sul terreno, e dall'altro ha per la prima volta abbattuto droni da ricognizione americani e italiani grazie all'alta tecnologia antiaerea gestita dai tecnici russi. Al-Sarraj da parte sua ha accolto a Tripoli almeno trecento uomini delle forze speciali di Erdogan che gli garantiscono la sopravvivenza e può contare su armamenti leggeri e droni turchi grazie ai quali Haftar non riesce a entrare in città.

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Fayez al Sarraj

La rapidità di questi sviluppi militari ha colto di sorpresa le potenze occidentali: Parigi ha scoperto di aver perso il ruolo di alleato più stretto di Bengasi così come all'Italia è stata strappata la partnership privilegiata con Tripoli. Il tutto nell'apparente distrazione di Washington. Per non parlare di Londra e Berlino. Resta l'interrogativo sul ruolo dei Paesi del Golfo protettori di Haftar - Arabia Saudita ed Emirati - stretti alleati di Washington ma ora schierati de facto al fianco dei mercenari russi di Wagner a conferma che nel Nordafrica - come in Medio Oriente - non è poi tanto raro avere convergenze con gli avversari. Resta il fatto che tali, tanti e rapidi sconvolgimenti creano oggi sul territorio libico uno scenario che consente al ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, di affermare al Doha Forum: «Gli ultimi contatti tra Erdogan e Putin fanno sperare in un avvicinamento delle posizioni in Libia» anche perché «abbiamo già una collaborazione estremamente efficace in Siria». Ovvero, Ankara e Mosca potrebbero convergere sulla Libia ripetendo in Maghreb la cooperazione in atto in Siria nel quadro del processo di Astana, dove i russi sono i migliori alleati del regime di Bashar Assad e i turchi delle milizie fondamentaliste sunnite che si oppongono con le armi a Damasco. Se un simile scenario dovesse avverarsi le conseguenze sarebbero evidenti: Mosca tornerebbe ad avere le basi in Libia a cui dovette rinunciare dopo la caduta di Gheddafi, la Turchia tornerebbe a controllare la Cirenaica da dove l'Italia di Giolitti la espulse nel 1911, e il tandem Erdogan-Putin ne uscirebbe come il nuovo arbitro degli equilibri - anche energetici - nel Mediterraneo Orientale. La beffa per Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Italia - che otto anni fa intervennero con le armi contro il regime di Gheddafi - non potrebbe essere più evidente ma le deboli reazioni di questi alleati a quanto sta maturando ne confermano le troppe divisioni interne e soprattutto una decisiva debolezza strategica. Per avere voce in capitolo in Libia - proprio come in Siria - bisogna mandare sul terreno forze combattenti: sono Ankara e Mosca che lo stanno facendo.

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