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La Stampa Rassegna Stampa
19.11.2019 Verità, menzogna, persecuzione: il caso Dreyfus e il caso Polanski
Commento di Fulvia Caprara

Testata: La Stampa
Data: 19 novembre 2019
Pagina: 25
Autore: Fulvia Caprara
Titolo: «Il caso Dreyfus e il caso Polanski: 'Fake news tumore d'Occidente'»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 19/11/2019, a pag. 25, con il titolo "Il caso Dreyfus e il caso Polanski: 'Fake news tumore d'Occidente' ", il commento di Fulvia Caprara.

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Fulvia Caprara


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Un fotogramma del film

Per riempire il vuoto di un grande assente che, da anni, nutre di sè le cronache internazionali, per parlare del suo nuovo film capolavoro L'ufficiale e la spia, vincitore del Gran Premio della Giuria all'ultima Mostra di Venezia, per ribadirne la straordinaria aderenza ai tempi che viviamo, Emmanuelle Seigner, moglie di Roman Polanski, è volata a Roma, in un giorno di pioggia, insieme alla figlia 25enne Morgane. Alla domanda sulla coincidenza tra le accuse di stupro rivolte al marito dalla fotografa ed ex-modella Valentine Monnier, a 40 anni di distanza dai fatti (puntualmente smentiti), e il debutto dell'opera in Francia e in altri Paesi, l'attrice risponde quieta, senza scomporsi: «Non credo che nulla accada per caso, il film dimostra che, anche se qualcuno è accusato di qualcosa, non vuol dire che sia colpevole sul serio, e che, su questo tema, tutti dovremmo riflettere». In sintesi l'affare Dreyfus, scandalo esemplare che scosse la Parigi della Belle Epoque lasciando un segno indelebile nella storia dell'antisemitismo, è anche, semplicemente, questo. Una vicenda di verità tradita e manipolata, con metodi che oggi appaiono rudimentali, ma con obiettivi per nulla datati: «Questa - dice Seigner - sarà sempre una storia universale, perchè, ovunque, l'antisemitismo è ancora forte e presente e perchè è sempre accaduto che si siano scelte persone a cui far pagare colpe inesistenti. Il film parla di sentimenti contemporanei molto importanti, il razzismo, la paura, l'odio per l'altro da sè, il rapporto con la verità. Gli uomini, purtroppo, continuano ad essere stupidi e cattivi. A un certo punto, nel film, si dice che quando si arriva a certi livelli, significa che la società è in via di decomposizione. Mi sembra che oggi di società giunte a questo punto ce ne siano parecchie». Nell'epopea del capitano Dreyfuss (Louis Garrel), degradato e condannato, il 5 gennaio 1895, con l'accusa di spionaggio per conto della Germania, all'ergastolo sull'Isola del Diavolo, Polanski ha letto, da una parte, segnali di un passato che può ripetersi, dall'altra similitudini con il suo personale destino: «Il mio lavoro non è una terapia - ha spiegato -. Ma devo ammettere che molte dinamiche dietro il sistema persecutorio mostrato sullo schermo, mi sono familiari e mi hanno chiaramente ispirato». Anche se il castello di «prove contraffatte» che causò l'incriminazione del militare ebreo appare oggi fragile e inconsistente, Polanski è convinto che sussistano «tutti gli elementi perchè un caso così possa succedere di nuovo: false accuse, pessime procedure giudiziarie, giudici corrotti, e soprattutto social media che condannano senza un processo equo e senza diritto di appello».

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Roman Polanski

L'indagine sulla trama di inganni che aveva distrutto la vita di Dreyfus divenne battaglia, cruciale e coraggiosa, per l'ufficiale Georges Picquart (Jean Dujardin), legato da relazione extraconiugale alla nobildonna Pauline Monnier (Emanuelle Seigner): «Mi interessava interpretare l'unica figura femminile in una narrazione di soli uomini. Pauline rappresenta un tipo di donna, accogliente, morbida, che forse in Italia esiste ancora, ma in Francia è del tutto sparito. Non sono abituata a costruire i personaggi in modo teorico, in genere mi limito a viverli, stavolta ho fatto molte prove di costumi e ho imparato bene il testo. Mi sono anche documentata, fino a scoprire che Pauline, nella realtà, ebbe un ruolo molto più determinante di quello che vediamo nel film, fu lei a spingere Picquart a portare avanti l'inchiesta». Tutto il resto è stato semplice, frutto di un'intesa lunga e profonda: «E' il sesto film che giro con Roman, lavoriamo molto bene insieme, mi conosce come donna e come attrice, sa in che modo posso dare il meglio. Anzi, direi che andiamo più d'accordo sul set che nella vita di tutti i giorni». La prima risposta confortante, dopo i giorni di bufera seguiti alle dichiarazioni di Monnier e le manifestazioni di militanti femministe che hanno boicottato la proiezione in alcune sale parigine, è arrivata proprio dal pubblico: «In Francia, nei primi quattro giorni, L'ufficiale e la spia ha totalizzato oltre 400mila ingressi». Da giovedì il film, prodotto da Alain Goldman e dall'Eliseo Cinema di Luca Barbareschi con Rai Cinema, arriva in oltre 400 sale: «Sono contento - sottolinea Barbareschi - che a Venezia non abbia vinto il Leone d'oro, ma quello d'Argento, proprio per questo sarà ricordato di più». Alludendo alla polemica scatenata dalla presidente di giuria Lucrecia Martel, Barbareschi ha aggiunto: «Al Lido una signorina ha condotto la sua guerra privata in nome di una forma di maccartismo politico. Mi spaventa molto di più il fatto che in Francia, terra libera per antonomasia, possano affermarsi moralismi estremi e succeda che una senatrice ed ex-ministra come Laurence Rossignol inviti la gente a non vedere un film».

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