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La Stampa Rassegna Stampa
10.11.2019 L'opinione di Mattia Feltri dopo la lettura del libro di Pigi Battista
Ma una legge priva di sanzione non è una legge

Testata: La Stampa
Data: 10 novembre 2019
Pagina: 22
Autore: Mattia Feltri
Titolo: «Da che l'uomo è uomo fa roghi di libri:niente brucia come il fuoco del bene»
Riprendiamo dalla STAMPA del 09/11/2019, a pag.22, con il titolo "Da che l'uomo è uomo fa roghi di libri:niente brucia come il fuoco del bene" la recensione di Mattia Feltri al libro di Pigi Battista "

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Mattia Feltri
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Chi pensa che le pagine Faoebook di Casa Pound vadano oscurate, che gli stand delle case editrici di estrema destra siano da espellere dalle fiere del libro, che una commissione parlamentare debba additare gli odiatoci e le predicazioni d'odio per deportarli dai social, e sebbene per precetto costituzionale, dunque per fondamento dello stato di diritto, non siano sanzionabili penalmente, ecco, tutti questi tutori del decoro e della presentabilità sociale, naturalmente armati delle migliori intenzioni, farebbero bene a leggere l'ultimo libro di Pierluigi Battista. Per sapere, o ricordare, che da quando l'uomo è uomo ha fatto roghi di libri nell'urgenza di fare roghi di idee, ha acceso le pire con la fiamma del Bene contro il Male, non uno pensava di sedere dalla parte sbagliata della morale, e la rabbia digrignante contro il pensiero inaccettabile si rincorre nei secoli, in una danza grottesca. Savonarola oltre cinquecento anni fa consegnò al rogo di Firenze i versi di Boccaccio e di Petrarca, i libri infami, i cosmetici, gli strumenti musicali, le carte da gioco, i trastulli corruttivi, e giusto oggi le donne iraniane raccontate da Azar Nafisi in Leggere Lolita a Teheran si radunano nel segreto di un appartamento con gli sconci romanzi occidentali, gli smalti perle unghie, gli abiti sacrileghi, gli stessi identici trastulli corruttivi, e rischiando un nuovo rogo o la lapidazione, se venissero scoperte dai sacerdoti della rettitudine degli ayatollah. Ma a essere intolleranti con gli intolleranti si diventa intolleranti Sembra tutto così lontano, così estraneo ai nostri impulsi di bonifica, nel senso letterale, indirizzati al bene: che abbiamo noi da spartire coi cecchini serbi che dalle colline attorno incendiarono la biblioteca di Sarajevo per incenerire lo scandalo della città multietnica, multiconfessionale, multiculturale laddove era messo nero su bianco? Che abbiamo da spartire coi nazisti che a Varsavia e Lublino e Poznat illuminarono la notte dell'umanità col falò di 251 biblioteche ebraiche? Con l'allucinante comunismo di Mao che ridusse a brace la millenaria sapienza cinese di milioni e milioni di libri distrutti nell'edificazione dell'uomo nuovo, e con la devastazione, nello stesso obiettivo, di seimila monasteri tibetani coi loro incunaboli e manoscritti? Con il livido terrore stalinista incasellato dal genio malinconico di Osip Mendel'tam («Solo da noi hanno rispetto perla poesia, visto che uccidono in suo nome. In nessun altro Paese uccidono per motivi poetici») ? E invece è tutto così vicino, così familiare, perché mentre i poeti russi (e chiunque maneggiasse un'altra idea o fosse sospettato di maneggiarla) finivano al gulag o con una pallottola alla nuca nei sotterranei della Lubjanka, altri poeti, sprofondati nella poltrona occidentale «delle libertà borghesi tanto disprezzate, elogiavano il boia». E se vogliamo accostarci un poco di più ai nostri tempi senza inquisitori e senza roghi, e addentrarci un poco di più nei nostri confortevoli regimi dei diritti e della condiscendenza universale, non c'è che da guardare all'anno magico della  caduta del Muro di Berlino, il 1989, l'anno dell'apoteosi della democrazia. E anche l'anno della pubblicazione dei Versetti .satanici di Salman Rushdie dichiarati blasfemi dall'ayatollah Khomeini, l'opera e l'autore, e condannati l'una al rogo e l'altro alla morte. L'arcivescovo di Canterbury si disse comprensivo dei sentimenti musulmani; il rabbino di Londra, Immanuel Jakovits, biasimò l'abuso di libertà di parola commesso da Rushdie; il campione delle classifiche di vendita John Le Carré si dissociò dall'insensibilità del collega; la popstar Yusuf Islam (cioè Cat Stevens ribattezzato nel credo di Allah) si augurò di vedere presto eseguita la condanna capitale. E fino a Nagib Mahfuz, egiziano, premio Nobel undici anni prima, già imputato di eresia a causa dei suoi libri, infine scampato alla lama e perdonato, che conservò la testa bassa, pur di conservarla del tutto: «Rushdie non ha il diritto di insultare un Profeta». Questa indefessa e fanatica ricerca del Bene è questione di adesso, delle nostre ore, la proposta di bandire dagli studi di Cambridge il TitoAndronico di William Shakespeare per una scena di stupro eccessivamente compiaciuta, quella di seppellire Cappuccetto Rosso per sessismo e antianimalismo, la North Carolina contro la Lolita di Vladimir Nabokov naturalmente per pedofilia, identica colpa attribuita alla Thérese Rêvant di Balthus, e poi via dall'università di Manchester il murale della celeberrima «If» di Rudyard Kipling, indiziato di colonialismo e razzismo. Un tribunale eterno e non a giudicare un atto, un assassinio, un solo schiaffo, ma idee, pensieri, opinioni, sempre sulla misura del gusto contemporaneo, e sempre sulle ali del paradosso di Karl Popper (una sola stupidaggine ha detto, e difatti è ripetuta all'infinito), secondo cui non bisogna essere tolleranti con gli intolleranti. Solo che a essere intolleranti con gli intolleranti si diventa a propria volta intolleranti, e legittimi bersagli di altra intolleranza, nello stesso vortice che brucia i libri da che l'uomo è uomo.

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