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La Stampa Rassegna Stampa
12.10.2019 L'Occidente democratico chiacchiera, mentre Erdogan uccide i Kurdi
Analisi di Lorenzo Vidino

Testata: La Stampa
Data: 12 ottobre 2019
Pagina: 1
Autore: Lorenzo Vidino
Titolo: «Rifiutare i diktat di Ankara»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 12/10/2019, a pag.1/23, con il titolo "Rifiutare i diktat di Ankara" l'analisi di Lorenzo Vidino

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Lorenzo Vidino

Come reagire alle azioni e relative minacce di Recep Tayyip Erdogan? Il semaforo verde lasciato da Donald Trump all’invasione turca del nord della Siria ha gettato le cancellerie di tutto il mondo occidentale nel caos totale. Le conseguenze dell’azione militare turca (di cui è facile prevedere un successo, vista la schiacciante superiorità rispetto alle coraggiose ma scalcagnate milizie curde - salvo per un’eventuale evoluzione del conflitto in pura guerriglia, dove i curdi eccellono) sono relativamente chiare: controllo turco della zona in via diretta o attraverso proxy (leggasi varie milizie jihadiste, come avvenuto ad Afrin e in altre zone della Siria) e operazione di ingegneria demografica con ripopolamento dell’area con siriani arabi sunniti a dispetto di curdi e altri gruppi. In tipico stile Erdogan, alle rimostranze europee all’incursione sono seguite minacce. La prima, esplicita, è quella di riaprire a pieno regime il rubinetto migratorio, facendo entrare più di tre milioni di profughi in territorio europeo. Va da sé che la ripetizione, su scala maggiore, delle dinamiche dell’estate del 2015 costituisce un incubo per le cancellerie di tutti i paesi europei, che ancora devono smaltire le scorie politiche ed economiche del massiccio afflusso di profughi giunti allora. L a seconda minaccia, per quanto velata, è altrettanto chiara. La Turchia, non foss’altro per la sua posizione geografica, è l’argine che frena il ritorno dei circa duemila foreign fighter europei dello Stato Islamico ora detenuti nelle carceri curde. Sarebbe proprio l’invasione turca a rendere molto probabile la liberazione dei seguaci dell’ormai ex Califfato, sia a causa dei bombardamenti delle carceri (spesso nulla più di scuole o altri edifici pubblici ai quali è stato aggiunto un muro di recinzione) sia perché i curdi stessi, impegnati all’ultimo uomo in una disperata lotta di sopravvivenza, non hanno personale per guardare le prigioni. Rimane quindi, paradossalmente, la Turchia il paese che dovrebbe detenere i foreign fighter, impedendone un pericoloso ritorno in Europa. Cosa può fare dunque l’Europa? Sono queste minacce che la paralizzano, limitando la propria opposizione a dichiarazioni di facciata, risoluzioni parlamentari che rimangono lettera morta e fiaccolate pro-curdi? In America, dove però le minacce di Erdogan hanno meno mordente, vista la distanza geografica, si sta compattando, cosa ormai rara a Washington, una coalizione bipartisan che, in piena opposizione a Trump, propone la linea dura. Senatori di prim’ordine come Graham (repubblicano) e Van Hollen (democratico) hanno proposto sanzioni contro il settore militare ed economico turco e contro la leadership del governo di Erdogan. In Europa si profilano due campi. Da un lato quello più duro, che sembra essere capeggiato da Macron, vuole sanzioni forti e inizia a fare apertamente un discorso (che, a onor del vero, da anni viene fatto sotto voce da molti) sulla possibilità di escludere la Turchia, secondo esercito più grande dell’Alleanza Atlantica, dalla Nato. Dall’altra sono però in tanti a essere più cauti: a Berlino, ma anche in paesi come l’Ungheria che, nonostante la retorica anti-islamica e anti-immigrazione di Orban, si è espressa contro le sanzioni e ha bloccato una risoluzione di censura della Turchia. Le posizioni da prendere vanno valutate anche considerando la politica interna turca. La popolarità di Erdogan è in caduta libera, come dimostrano i recenti dati elettorali. L’invasione della Siria va vista anche in quest’ottica, come una chiara mossa per mobilitare i sentimenti patriottici della popolazione turca in chiave anti-curda ma anche anti-occidentale - dinamica ben nota a ogni dittatore: la guerra e l’ostilità di forze esterne rinforzano il consenso. Al tempo stesso non pare saggio sottostare ai diktat di Ankara quando è chiaro che la percezione di debolezza dell’Europa non fa altro che portare Erdogan ad agire con sempre crescente spregiudicatezza.

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