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La Stampa Rassegna Stampa
13.08.2019 5.000 eroi contro la dittatura cinese. Anche su Hong Kong le democrazie tacciono
Cronaca di Francesco Iannuzzi

Testata: La Stampa
Data: 13 agosto 2019
Pagina: 13
Autore: Francesco Iannuzzi
Titolo: «Hong Kong, bloccato l'aeroporto. Pechino: manifestanti terroristi»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 13/08/2019, a pag.13, con il titolo "Hong Kong, bloccato l'aeroporto. Pechino: manifestanti terroristi" la cronaca di Francesco Iannuzzi



Risultati immagini per hong kong airport protest

Dalla attenta cronaca di Francesco Iannuzzi il lettore capisce da che parte stanno i terroristi, tra i manifestanti che si ribellano alla prossima schiavitù sotto la Cina o nel regime di Pechino. Hong Kong, un altro esempio della complicità delle democrazie con gli Stati dittatoriali. Il silenzio dei media occidentali -la Stampa è un'eccezione- dovrebbe far arrossire tutti quegli 'esperti' costituzionalisti che si sciacquano ogni giorno la bocca per insegnarci, a noi popolo bue, che cosa sono i valori democratici.

Ecco il pezzo di Francesco Iannuzzi:


Su Hong Kong si è scatenato un tifone che ha costretto l’aeroporto internazionale a cancellare tutti i voli e chiudere. A scatenarlo però non è stato un fenomeno atmosferico ma 5.000 manifestanti, sempre più determinati a difendere il proprio futuro senza ingerenze da parte cinese, che hanno occupato lo scalo e organizzato un sit-in. Ai passeggeri costretti a rientrare i giovani, vestiti quasi tutti di nero, hanno mostrato cartelli con su scritto: «Scusate il disagio, ma stiamo combattendo per la sopravvivenza!».
Alcuni dei manifestanti sono arrivati fino al terminal delle partenze, ostacolando le operazioni di check-in e, in segno di solidarietà con una donna ferita gravemente dalla polizia e che rischia di perdere un occhio, molti di loro avevano un occhio coperto con una mascherina o una benda. Ed è dalla notte di domenica che sui social imperversa un video in cui un gruppo di agenti in tenuta antisommossa si accanisce su un manifestante steso a terra con manganelli e calci. E sempre domenica la polizia ha usato per la prima volta gas lacrimogeni anche all’interno della metropolitana. Inoltre agli agenti sono stati forniti veicoli armati di cannoni d’acqua per disperdere i cortei. È anche vero che almeno una parte della protesta incomincia a essere violenta. Una parte dei manifestati ha lanciato mattoni, estintori e utilizzato tubi dell’acqua in metallo contro gli agenti. Il bilancio degli scontri di domenica però registra almeno 45 manifestanti feriti, alcuni in modo grave. La chiusura dello scalo ha avuto serie ripercussioni anche sul titolo della Cathay Pacific che ieri è crollato in Borsa di 5 punti fino a raggiungere i livelli di dieci anni fa. La compagnia è corsa ai ripari annunciando che entro la serata di oggi i voli riprenderanno in modo regolare. Ma il suo amministratore delegato, su pressioni di Pechino, ha anche annunciato il licenziamento dei dipendenti che si renderanno colpevoli di «partecipare alla rivolta». Secondo indiscrezioni sarebbero già tre le persone licenziate, tra loro anche un pilota che aveva solidarizzato con la protesta.
E ancora una volta la Cina interviene direttamente accusando di «terrorismo» i manifestanti. Parlando a una conferenza stampa a Pechino il portavoce dell'ufficio cinese per Hong Kong e Macau ha detto che «manifestanti senza cuore hanno lanciato bombe carta contro la polizia». «Li hanno attaccati più volte con strumenti estremamente pericolosi. Hanno già commesso crimini molto violenti e adesso stanno mostrando atteggiamenti terroristici», ha aggiunto.
Ma l’aspetto più preoccupante è che a Shenzhen, la città più vicina all’ex colonia britannica, è stato filmato l’arrivo di una colonna di blindati armati dell’Esercito della Repubblica popolare. A questo si deve aggiungere il contingente di 6000 uomini di stanza sull’isola. Il sospetto è che Pechino incominci a pensare che il danno economico che deriverebbe dalla repressione sia meno grave di quello di immagine che sta subendo per le continue proteste.
Le richieste dei dimostranti restano le stesse: le dimissioni di Carrie Lam, capo del governo locale pro Pechino, nonché l'elezione di un successore a suffragio universale diretto, e non la sua designazione da parte della Cina come previsto attualmente.
Chiedono inoltre un'inchiesta sulle violenze di cui accusano la polizia e l'abbandono definitivo del controverso progetto di legge che autorizzerebbe le estradizioni verso la Cina continentale.

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