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La Stampa Rassegna Stampa
21.07.2019 E' in arrivo una Mogherini n°2? è Elisabetta Belloni
è sostenuta dal 5Stelle Manlio Di Stefano, fanatico anti-Israele

Testata: La Stampa
Data: 21 luglio 2019
Pagina: 3
Autore: Ilario Lombardo,Francesca Schianchi
Titolo: «Tra i veti incrociati spunta Belloni come commissario»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 21/07/2019, con il titolo "Tra i veti incrociati spunta Belloni come commissario", la cronaca di Ilario Lombardo,Francesca Schianchi

La politica estera italiana ha una lunga tradizione filo-araba, senza distinzioni, fino ad allearsi con i movimenti terroristi palestinesi come ci ricorda il Lodo Moro. Vanno poi sommate le scelte terzomondiste, dove destra e sinistra non presentavano nessuna differenza. Certo, l'alleanza con l'America, ma sempre con l'aria di dire 'non possiamo farne a meno'. La storia si ripete con l'Unione Europea, Federica Mogherini docet, prima alla Farnesina poi alla UE con l'incarico di Alto Commissario per la poltica estera. Mai la dittatura iraniana ha avuto un allato più fedele.
Con il nuovo parlamento europeo sta per ripetersi una Mogherini n°2?

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Manlio Di Stefano

E' quanto si evince dalla Stampa di oggi, con la candidatura di Elisabetta Belloni, attualmente segretario generale della Farnesina, sponsorizzata da uno dei più fanatici nemici di Israele, il 5stelle Manlio Di Stefano.
Che la Farnesina sia il luogo più ostile dei vari ministeri non è un segreto, poco importa chi ne è il ministro. E' una tradizione irremovibile. Non va dimenticato che Mogherini deve la sua carriera a Matteo Renzi, sinceramente amico di Israele, ma impotente di fronte a qualunque cambiamento in politica estera.
Vedremo se fra i politici non filo-arabi e non filo-iraniani ce ne sarà qualcuno che avrà voglia di tenere d'occhio quanto sta avvenendo alla Farnesina.

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Ilario Lombardo                    Francesca Schianchi

In questi giorni di tensioni sempre pronte a esplodere tra alleati, rischia di restare stritolata tra accuse di «fiducia tradita» e «coltellate alle spalle» la delicata scelta del commissario italiano in Europa. Diventata, dopo la plateale rinuncia di quello che era il candidato designato, il sottosegretario di Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti – salito al Colle tre giorni fa per comunicare il suo passo indietro al capo dello Stato – un tassello della competizione interna al governo. Se nelle ore precedenti il leader stellato Luigi Di Maio aveva fatto filtrare la volontà di sostenere la ministra leghista alla Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, ieri dagli ambienti di governo sono spuntate altre ipotesi. Donne – come richiesto dalla presidente Ursula Von der Leyen - e di area tecnica. Il nome che circola con più insistenza è quello dell’attuale segretario generale della Farnesina, l’ambasciatrice Elisabetta Belloni, già in corsa come possibile ministro degli Esteri del governo Conte e prima ancora, ai tempi degli esecutivi Renzi e Gentiloni. Romana, 61 anni, studi alla Luiss, in carriera diplomatica dal 1985, ha guadagnato la fiducia del M5S attraverso il sottosegretario Manlio Di Stefano, che la stima molto. Per la sua autorevolezza sui temi di politica estera incontrerebbe il benestare del Quirinale, anche se il suo curriculum appare più adatto alla delega al Commercio che a quella – agognata – alla Concorrenza. Quello che manca, però, è l’ok della Lega, e difficilmente arriverà: «Per noi deve essere un politico – insiste Matteo Salvini – ed è ovvio che l’indicazione la debba dare la Lega, perché siamo noi ad aver vinto le elezioni europee. La scelta finale la faremo noi e poi il M5S, in questo ordine». Come dire che vuole essere lui ad avere l’ultima parola. Dagli ambienti del Carroccio, allora, ecco che arriva a sorpresa una controproposta più vicina a loro, l’ex ministra dell’Istruzione ed ex sindaco di Milano Letizia Moratti. Settant’anni, area Forza Italia, è stata però naturalmente sostenuta anche dal Carroccio al comune meneghino, lì dove Salvini era consigliere comunale. Circola ancora anche il nome dell’ex ministro Domenico Siniscalco, anche se pure lui difficilmente può avere il placet della Lega. Così, mentre altri Paesi europei hanno già consegnato alla Von der Leyen il proprio nome, i partiti di governo, forti del mese che ancora manca alla deadline definitiva (Bruxelles ha fissato il termine per indicare un nome il 26 agosto), impegnati in un braccio di ferro costante capace di portarli sull’orlo della crisi a giorni alterni, ancora temporeggiano sulla decisione. Indecisi, a dire il vero, anche sulla tattica da seguire: nei giorni più caldi dello scontro interno, sembrava che la Lega non volesse indicare un nome proprio, per avere mani libere e poter sparare contro l’Europa in una futura campagna elettorale. Tanto che era stato Di Maio per primo a dare l’ok alla Bongiorno, una ministra leghista per inchiodare l’alleato-avversario alle sue responsabilità. Che oggi torna a dichiarare di volersi prendere, predicando la necessità di un nome targato Carroccio. Tentennamenti che però preoccupano il premier Conte, in attesa dai suoi vice di un nome spendibile. È ben consapevole, convinto in questo di essere spalleggiato anche dal capo dello Stato, che serve un profilo di alto livello per non correre rischi nell’aula dell’Europarlamento, quando sarà ora del voto. Brucia ancora all’Italia la clamorosa bocciatura del 2004 di Rocco Buttiglione, designato allora da Berlusconi e alla fine sostituito da Franco Frattini. Un bis che si vuole evitare. L’unico modo per farlo, è tenere fuori dalla lotta quotidiana degli alleati l’identikit del commissario.

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