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La Stampa Rassegna Stampa
10.06.2019 Primo Levi 1919-2019: a New York 'Se questo è un uomo' in tutte le lingue
Commento di Mario Platero

Testata: La Stampa
Data: 10 giugno 2019
Pagina: 29
Autore: Mario Platero
Titolo: «Si este is ein homem»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 10/06/2019, a pag 29, con il titolo "Si este is ein homem" il commento di Mario Platero.

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Mario Platero

L’impostazione è stata subito chiara: niente convegni, tavole rotonde, conferenze che avrebbero intermediato il messaggio diretto dell’autore. Mercoledì a New York, per le celebrazioni del centenario della nascita di Primo Levi, ci voleva un happening che potesse far risuonare in molte tonalità soltanto la sua voce, asciutta, severa densa di emozioni e sensazioni. E il suo racconto, drammatico, su quanto grande può essere il degrado e l’abbrutimento della condizione umana. Un happening originale, ma allo stesso tempo solenne. Queste erano le coordinate. La soluzione? Il capolavoro dello scrittore torinese, Se questo è un uomo, sarà letto per intero alla New York Public Library in una trentina delle 40 lingue in cui è stato tradotto.

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Primo Levi


Come la babele del lager
Una babele di suoni: dieci minuti in finlandese, in arabo, in catalano, in coreano, in russo e così via. I capitoli saranno letti da attori, scrittori, artisti, giornalisti, direttori d’orchestra e da persone comuni. Mentre si ascolta il suono della lingua straniera si potrà seguire la narrazione su uno schermo gigante con il testo in inglese. E ai dieci minuti in una lingua si alterneranno dieci minuti di lettura in inglese. In questo intreccio simbolico l’happening diventa una rappresentazione concreta della Torre di Babele di quel miscuglio di lingue che circolavano nel lager nazista, la cui comprensione, ci racconta Levi, poteva tradursi nella sopravvivenza.
Questo succedersi ingarbugliato di suoni e parole nel lager è centrale nel libro. Nel settimo capitolo, «Una buona giornata», l’autore ricorda la Torre del Carburo che sorge in mezzo alla Buna e scrive: «Siamo noi [deportati ndr] che l’abbiamo costruita. I suoi mattoni sono stati chiamati Ziegel, briques, tegula, cegli, kamenny, bricks, tégak, e l’odio li ha cementati; l’odio e la discordia, come la Torre di Babele, e noi così la chiamiamo: Babelturm, Bobelturm; e odiamo in essa il sogno demente di grandezza dei nostri padroni, il loro disprezzo di Dio e degli uomini, di noi uomini».

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(Einaudi ed.)


«Valori a noi cari»
Ecco perché il centenario, che vedrà molti eventi diversi a livello internazionale, parte a New York, simbolo di una Torre di Babele contemporanea dove cento etnie convivono nelle rispettive lingue e culture, mediate dalla lingua inglese. Ed ecco perché l’appuntamento è alla New York Public Library, guidata da Tony Marx, tempio della cultura globale: con le sue 92 succursali immerse nel tessuto dell’area metropolitana, la biblioteca accoglie ogni anno 18 milioni di visitatori che rappresentano le centinaia di etnie della città.
Marx ha l’ufficio in fondo alla galleria dove si trova la Trustees Hall, un grande salone centrale in boiserie che ospiterà l’evento. «Se questo è un uomo ha cambiato la comprensione della sofferenza imposta dal nazismo», ci dice. «Per noi è un onore celebrare Levi e il suo contributo alla letteratura e all’umanità. La lettura in lingue diverse rende omaggio a un visionario, a valori a noi cari, all’universalità del suo messaggio e del suo avvertimento: “molti popoli / molte nazioni / possono convincersi / più o meno coscientemente che ogni straniero è un nemico”»
È la prima volta che la New York Public Library ospita un evento di questo genere. L’idea del progetto parte dall’Istituto Italiano di Cultura e dal Centro Primo Levi. «Ho cominciato quattro anni fa con una lettura dell’Inferno di Dante all’Istituto e chiudo con una lettura multilingue dell’opera di Levi. L’evento alla NYPL conferma l’importanza - e la contemporaneità - del messaggio culturale italiano in America», dice Giorgio Van Straten, il direttore dell’Istituto che concluderà a giorni la sua intensa e produttiva missione nella grande metropoli. Alessandro Cassin, vice direttore del Centro Primo Levi, osserva che i catalani o i baschi «potevano benissimo leggere Se questo è un uomo in spagnolo, ma lo hanno voluto nella loro lingua per avere un rapporto più intimo con il messaggio centrale del testo».

La sopravvissuta di Auschwitz
Stella Levi, sopravvissuta ad Auschwitz, leggerà per prima, in italiano. l’introduzione al libro. Jonathan Galassi, poeta, traduttore delle poesie di Levi, editore della Farrar, Straus & Giroux, leggerà la poesia con cui ha inizio il testo. Poi gli alti, tra cui l’editorialista del New York Times Roger Cohen, l’attore John Turturro (ha interpretato Primo Levi nel film La tregua di Francesco Rosi), l’artista olandese Liselot van der Heijden, la critica letteraria francese Clemence Boulonque e Robert Weil, direttore della casa editrice W. W. Norton, che ha pubblicato con il Centro Internazionale Primo Levi di Torino le opere complete dello scrittore in Inglese.
Tutti abitano a New York tutti appartengono a culture o radici diverse dagli altri. Vogliamo credere che a Levi l’esperimento sarebbe piaciuto. Venne a New York una sola volta, nel 1986. Era stato consacrato poco prima, nel 1985, dal premio Nobel Saul Bellow come grande autore internazionale. Poi ci fu nel 1986 sulla New York Review of Books l’intervista che Philip Roth gli fece a Torino con visita agli impianti chimici dove aveva lavorato. È a cavallo di quel periodo che l’opera di Levi si apre al grande pubblico di lingua inglese. Mercoledì, tra mezzoggiorno e le 8 di sera, con un paio di coffee break, la sua opera tornerà a essere viva in questa città, in questa America che avrebbe voluto conoscere meglio. Un happening che chiuderà il cerchio.

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