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La Stampa Rassegna Stampa
15.03.2019 Il duello intellettuale tra Carl Schmitt e Jacob Taubes. Ma Schmitt fu nazista e antisemita
Recensione di Claudio Gallo

Testata: La Stampa
Data: 15 marzo 2019
Pagina: 35
Autore: Claudio Gallo
Titolo: «Carl Schmitt e il rabbino, nemici acerrimi che si capivano benissimo»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 15/03/2019, a pag. 35, con il titolo "Carl Schmitt e il rabbino, nemici acerrimi che si capivano benissimo", il commento di Claudio Gallo.

Carl Schmitt, come Heidegger tedesco e cattolico, fornì al nazismo una giustificazione giuridica e non nascose mai il proprio antisemitismo. Come tale andrebbe presentato, nonostante la sua influenza sul pensiero giuridico novecentesco. Claudio Gallo lo ricorda in poche righe, mentre dà ampio spazio alla "disputa intellettuale" tra Schmitt e Jacob Taubes.
Si ripropone ancora una volta quale responsabilità debba essere attribuita a quegli intellettuali che diedero credibilità al nazismo, e quale giudizio si debba emettere nei confronti di quegli ebrei che con loro non solo intrattennero rapporti intimi (Hannah Arendt con Heidegger), gli scambi intellettuali di Taubes con Schmitt ecc .Tra gli SS autori materiali dello sterminio e i vari Heidegger/Schmitt di chi è la responsabilità più grande?

Ecco l'articolo:

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Claudio Gallo

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La copertina (Adelphi ed.) - a destra, il volume di Jacob Taubes su San Paolo

C’è un gran bisogno di libri come Ai lati opposti delle barricate. Corrispondenza e scritti 1948-1987 (Adelphi, pp. 362, € 42,00), il carteggio inaudito tra Carl Schmitt, il grande giurista che aderì al nazismo, e Jacob Taubes, rabbino e filosofo amato dagli studenti radicali di sinistra nella Germania 1968. Anche se poi, passeggiando nel sabato del centro commerciale, si farebbe fatica a trovare un lettore capace di affrontare le sue asperità, il fitto intrico di riferimenti teologici e politici. Roba d’altri tempi o da specialisti, certo, ma anche un salutare, impareggiabile choc. È il disagio infatti ciò di cui si ha più bisogno oggi, per spezzare l’incantesimo di quella che Gianni Vattimo e Santiago Zabala hanno chiamato l’«assenza di emergenza». Forse è meglio capire poco che mandare giù lo sciroppo del «si sa».
Il dialogo tra Schmitt e Taubes è grandioso proprio perché condotto «sopra a un abisso». Affiora una solida stima intellettuale reciproca ma nessuna conciliazione è possibile, perché fino alla fine i due campi rimarranno fissati nella loro radicale opposizione. Il dialogo va comunque avanti, reso praticabile dalla profonda inattualità, religiosa e metafisica, dei protagonisti. Schmitt è attratto dal «giovane» ebreo che lo capisce meglio di tanti apparentemente a lui più vicini. Taubes è affascinato dalla «acutezza e maestria stilistica» del vecchio giurista, una fascinazione che nella Germania del dopoguerra richiedeva molto coraggio. Prima di questa edizione adelphiana, la più completa, va ricordato che in più occasioni Elettra Stimilli aveva già introdotto in Italia il dialogo tra i due intellettuali.

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Carl Schmitt              Jacob Taubes


Ma di cosa parlavano? Essenzialmente di teologia politica. In Schmitt la teologia politica è il riconoscimento che i concetti della politica sono una traduzione secolare di quelli teologici, che l’idea di potere discende dall’idea di Dio. Sull’aspetto generale di questa riflessione Schmitt e Taubes erano completamente d’accordo e anche Walter Benjamin, che alla fine del 1930 scrisse una lettera al giurista per annunciargli l’invio di una copia de Il dramma barocco tedesco e confessare quanto fosse debitore «della sua concezione della sovranità del XVII secolo». Benjamin è il passepartout attraverso il quale la discussione fiorirà. Il punto di contatto, ma anche il momento di massima lontananza. Infatti Taubes ha ben presente che Benjamin è, come lui, un apocalittico rivoluzionario, mentre Schmitt è un Apocalittico della controrivoluzione. Nel saggio del 1985 che porta quel titolo, Taubes spiega come il giurista si schierasse senza indugi dalla parte del Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov.
Con la rara menzione di un colloquio (furono tre in tutto, su cui mantenne sempre un ostinato riserbo) nella casa dell’anziano interlocutore a Plettenberg, in Vestfalia, Taubes cita Schmitt: «Chi non ammette che il “Grande Inquisitore” ha totalmente ragione di fronte a tutti quegli aspetti esaltati della devozione gesuana, non ha capito né che cos’è la Chiesa, né che cosa ci abbia effettivamente trasmesso Dostoevskij, contro il suo stesso modo di pensare». Parole illuminanti che riportano alla cruciale nozione schmittiana di katechon. La parola viene dalla
Seconda lettera ai Tessalonicesi di San Paolo e allude al «potere frenante» che rallenta la venuta dell’Anticristo, termine in cui qualcuno ha voluto scorgere l’Impero di Roma. Il concetto di katechon è centrale nel pensiero schmittiano: la forza frenante è l’ordinata e ostinata opposizione al caos, l’essenza del ruolo della Chiesa e della politica.

Si dispiega qui la massima distanza con Taubes, che commenta: «Carl Schmitt pensa da apocalittico, ma dall’alto, dal luogo del potere. Io penso dal basso. Ciò nonostante abbiamo in comune proprio l’esperienza del tempo e della storia come dilazione - dilazione della condanna al patibolo». Nel pensare dal basso, si rivolge, come già Benjamin, al popolo, su uno sfondo messianico. Specialmente in una prospettiva ebraica, è il popolo a rappresentare il divino e non, come voleva Schmitt, il sovrano.
Il dibattito sulla teologia politica prende la via inevitabile di un commento alla Lettera ai Romani di Paolo. Taubes, «paolino ma non cristiano», interpreta il contenuto come «una cristologia specificamente politica», il tentativo di fondare una nuova forma di comunità che non si basa né sull’etnia (gli ebrei) né sul diritto romano (i pagani). Spiegherà Taubes in La teologia politica di San Paolo, il libro che trascrive il suo ultimo idiosincratico e appassionante seminario a Heildelberg nel 1987: «Egli non contrappone al nómos della terra romano una teologia politica della Torah nel tentativo di fondare un nuovo potere nazionale. Ma nega piuttosto in linea di principio la legge in quanto ordinamento politico».
Si ritorna al messianismo rivoluzionario, quanto di più lontano ci sia da Schmitt. Nella Lettera ai Romani Paolo chiama gli ebrei nemici, «nemici di Dio in nome di Cristo», un passo a cui Schmitt non poteva non essere sensibile e su cui aguzzò il suo antisemitismo. Ma Taubes illumina la frase successiva, «ma sono amati (gli ebrei) nel nome dei padri» per dire che «l’aggiunta vuole significare che l’amore tra Dio e Israele è più antico del cristianesimo (…) L’inimicizia di Dio fa inoltre anch’essa parte di questo amore».
Nel mezzo di battaglie mortali, i due si scrivevano attestati di stima con una finezza che si può solo rimpiangere. «Sapevamo di essere nemici acerrimi», dice Taubes, «ma ci capivamo benissimo. Eravamo consapevoli di una cosa: di parlare allo stesso livello».

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