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La Stampa Rassegna Stampa
11.02.2019 Siria, assalto finale all'ultima roccaforte Isis
Reportage di Francesco Semprini

Testata: La Stampa
Data: 11 febbraio 2019
Pagina: 15
Autore: Francesco Semprini
Titolo: «Siria, assalto finale all'ultima roccaforte Isis»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 11/02/2019 a pag.15 con il titolo "Siria, assalto finale all'ultima roccaforte Isis" il reportage di Francesco Semprini

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Francesco Semprini

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Baghuz Tahtany- Un boato squarcia il silenzio dell'imbrunire, una fiammata illumina per alcuni istanti l'orizzonte prima di essere ingoiata da una densa coltre di fumo nero che cala come un sipario sulle rovine del villaggio. È la sinfonia sinistra di una bomba da mezza tonnellata sganciata da un cacciabombardiere americano: dopo cinque anni di terrore lo Stato islamico nel NordEst della Siria sta per essere spazzato via. Siamo a Baghuz Tahtany, un villaggio di 6 km quadrati dove sono asserragliati 500 irriducibili miliziani fedeli ad Abu Bakr al Baghdadi, pronti a farsi saltare in aria piuttosto che arrendersi alla Forze democratiche siriane (FdS). Per raggiungere l'ultima roccaforte dell'Isis occorre guidare per circa due ore e mezzo dalla raffineria di Al Omar, cuore della provincia di Deir ez-Zour, dove veniva estratto il petrolio contrabbandato verso la Turchia, la principale componente del Pil del Califfato. Ora ci sono solo macerie. Il rombo dei jet americani ci guida verso le postazioni avanzate da dove alle 18 di sabato (le 19 in Italia) è partita l'offensiva. Prima i bombardamenti dei caccia Usa e francesi, poi i colpi di artiglieria quindi le mitragliatrici pesanti, una liturgia bellica che si ripete metodicamente notte e giorno per spianare la strada all'avanzata delle forze terrestri. Il bilancio è per ora di molte decine di miliziani uccisi, sono almeno due i caduti tra le Forze democratiche siriane che hanno già riconquistato oltre 2 chilometri di terreno. I combattenti curdi e arabi sunniti stanno stringendo il cerchio attorno all'ultima roccaforte del califfo, marciano contestualmente sul versante Ovest e su quello Nord. È lì che si trova la prima linea verso la quale ci dirigiamo. Non prima di aver attraversato una distesa pianeggiante dove sono schierati i blindati beige e neri dei corpi speciali americani e francesi che assistono i combattenti delle forze siriane. Sono loro i registi della battaglia.
Gli stranieri
Raggiungiamo Rakan Jaarian, comandante della brigata Qamishlo, il quale ci racconta che nell'ultimo villaggio della resistenza nera ci sono molti jihadisti stranieri, afghani, pakistani, iracheni, ma anche europei, oltre ai temutissimi ceceni «i più spietati». «Avremmo potuto attaccare prima - dice - ma c'erano circa 1.500 civili che venivano usati come scudi umani». Molti sono fuggiti nell'ultima settimana attraverso due lunghi corridoi umanitari e approfittando dei bombardamenti alleati, «per impedire che i fuggiaschi venissero uccisi alle spalle, i tagliagole non accettano defezioni, miravano su chiunque, compresi donne e bambini».
Gli ostaggi
Oltre a loro anche alcuni miliziani sono fuggiti arrendendosi, altri sono stati traditi da finti trafficanti che assicuravano loro un lasciapassare per 2 mila dollari. C'è poi il nodo degli ostaggi, tra cui diversi combattenti delle FdS, usati dai jihadisti come moneta di scambio per guadagnar *** si un lasciapassare verso Idlib o la Turchia, inutilmente a quanto pare. «Li andremo a liberare noi», urla Jamal volontario arabo sunnita.
Circondati dai cecchini
Il teatro di battaglia è per lo più costituto da spazi aperti e caseggiati bassi, non particolarmente insidioso, ma i miliziani di Baghdadi non mollano e continuano a combattere a colpi di kalashnikov e mortai, oltre ai temibili cecchini, sui quali esplodono gli «hellsfire», i missili lanciati dai droni che senza sosta pattugliano i cieli di Baghuz. Quel che resta del califfato si poteva vedere ad occhio nudo sino a pochi giorni fa dal tetto della postazione avanzata: donne velate dalla testa ai piedi, moto, camion e una grande bandiera nera, tra i rari vessilli del terrore sopravvissuti all'offensiva iniziata un anno e mezzo fa con la caduta di Raqqa. Tutto intorno macerie e distruzione sono la testimonianza delle battaglie cruente degli ultimi mesi, come nella città di Hajin liberata a gennaio dalle Unità di mobilitazione popolare curde (Ypg), dove la gente del posto prova a dimenticare le mattanze dei tagliagole. I pochi civili rimasti salutano i convogli militari che portano i rinforzi sulle prime linee di quel martoriato fazzoletto di terra compreso tra il fiume Eufrate e il confine, pronti a spazzar via il regno del terrore.

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