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La Stampa Rassegna Stampa
05.11.2018 Russia: la rete dell'estrema destra putiniana in Europa e l'aggressività dell'autocrazia di Mosca
Cronaca di Andrea Palladino, analisi di Gianni Vernetti

Testata: La Stampa
Data: 05 novembre 2018
Pagina: 10
Autore: Andrea Palladino - Gianni Vernetti
Titolo: «Da Torino a Varese. Il filo che unisce l'ultradestra a Mosca - Putin, la carta delle repubbliche fantasma per la rinascita del nazionalismo panrusso»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 05/11/2018, a pag.9, con il titolo "Da Torino a Varese. Il filo che unisce l'ultradestra a Mosca", la cronaca di Andrea Palladino; a pag. 10, con il titolo "Putin, la carta delle repubbliche fantasma per la rinascita del nazionalismo panrusso", il commento di Gianni Vernetti.

La Russia autocratica di Putin sostiene una rete di estrema destra antidemocratica e antimoderna che si estende in tutta Europa. Anche in Italia, come scrive Andrea Palladino, ci sono rappresentanti di questa rete, mentre Putin persegue una politica aggressiva in Est Europa e Medio Oriente, e stringe sempre più l'alleanza con Stati terroristi come Iran e Siria.

Ecco gli articoli:

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Vladimir Putin

Andrea Palladino: "Da Torino a Varese. Il filo che unisce l'ultradestra a Mosca"

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Andrea Palladino

Tirava un cupo vento dell’Est ieri in piazza Duomo, a Milano. Le porte del Palazzo Reale si sono aperte al convegno «Cent’anni dopo… Eurasia! L’arte incontra Aleksandr Dugin». Padrone di casa era la cooperativa Arnia, presieduta da Ines Pedretti, già candidata nel piccolo Comune di Casaleggio (Novara) per il Nsab, Nationalsozialistische arbeiter bewegung, il «Movimento nazionalista e socialista dei lavoratori». Partitino apertamente revisionista e filo nazista. Arnia è il gestore dell’Associazione culturale «La corte dei Brut» di Gavirate, in provincia di Varese - dove Dugin è stato pochi mesi fa ospite – enclave della destra radicale animata da Rainaldo Graziani. Figlio di Clemente, il fondatore di Ordine nuovo, era a capo di Meridiano zero, il gruppo della destra neofascista attivo negli Anni 90. È solo l’ultimo tassello di una alleanza strettissima tra l’ultradestra italiana ed europea con la Russia di Putin, legame che passa attraverso la figura di Dugin, la vera anima della svolta tradizionalista e reazionaria di Mosca, ispiratore del fronte delle autoproclamate repubbliche caucasiche, dall’Ossezia del Sud fino al Donbass in Ucraina, passando per la Crimea. È la geopolitica espansionista che sta attirando attorno a sé il mondo della destra neofascista, affascinata dalla «quarta teoria politica» del filosofo russo, apertamente ispirata ad Julius Evola e René Guenon. Incontri, convegni, centri studi. Ma anche simboli, come la sinistra lampada di Yule, la Julleuchter, prodotta e usata dalle SS: un oggetto che la cooperativa Arnia ha dato in dono ad Aleksandr Dugin lo scorso giugno, in una cerimonia nella Corte dei Brut. Un rapporto stretto, evocativo, che ieri ha avuto come palco il cuore nobile di Milano. Un punto di partenza di una iniziativa ampia e nazionale con il filosofo russo, racconta su Facebook Rainaldo Graziani.

Da Varese a Torino, da Milano a Riva del Garda. Due nomi legati alla cooperativa Arnia portano verso il Piemonte. La vicepresidente Nicoletta Cainero era la compagna di Giovan Battista Ceniti, l’esponente della destra della Val d’Ossola condannato in via definitiva per l’omicidio del cassiere di Mokbel Silvio Fanella. Insieme a lui è stato condannato Egidio Giuliani, ex Nar, che nella cooperativa occupava il posto della Cainero fino a quattro anni fa. Le indagini della Squadra mobile romana dell’epoca parlano poi di legami con l’area del neofascismo sul Lago di Garda.

Il filo che unisce la destra italiana con la Russia ha tanti fronti. A Torino opera l’ufficio di rappresentanza dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk. Il responsabile, Maurizio Marrone, il 6 settembre scorso si è fatto ritrarre in camicia nera, con alle spalle la bandiera del Donbass e la foto di Aleksandr Zakharchenko, presidente dei separatisti supportati da Putin, ucciso in un attentato il 31 agosto scorso. Lo stesso clima, un po’ meno marziale, c’era due giorni dopo a Verona. Il nome di Zakharchenko lo ha pronunciato il 6 settembre Vito Comencini, deputato della Lega, segretario della commissione Esteri a Montecitorio: «Un modo per rendergli onore», scrive su Facebook. Anima dell’Associazione Veneto-Russia, impegnato in vari tour nel Donbass secessionista, Comencini fa coppia fissa con Andrea Bacciga sotto inchiesta per un saluto romano diretto al gruppo delle donne «Non una di meno» in Consiglio comunale. E quando Bacciga dona un libro dell’ex SS Leon Degrelle alla biblioteca, il deputato leghista non ha dubbi: «Un bel gesto», commenta. Simboli, evocazioni, segnali politici che legano la passione per Putin e Dugin, passando per le autoproclamate repubbliche ucraine e giorgiane, con l’area della destra radicale.

Gianni Vernetti: "Putin, la carta delle repubbliche fantasma per la rinascita del nazionalismo panrusso"

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Gianni Vernetti

Un nuovo fantasma si aggira per l’Europa e questa volta si tratta di Stati che non esistono, nuove «Zone Grigie» che un po’ alla volta stanno ridisegnando confini ritenuti intangibili dalla Seconda Guerra Mondiale.
Con l’annessione russa della Crimea e l’intervento militare nel Donbass (Donetsk e Luhansk), sono nate altre tre entità non riconosciute che si vanno ad aggiungere alle quattro già esistenti da alcuni anni: la Transnistria, l’Abkhazia, l’Ossezia del Sud e il Nagorno-Karabakh.

Sono veri e propri «Stati fantasma» che vivono in una sorta di limbo: hanno governi, parlamento, ministeri, esercito e valuta propri; rilasciano passaporti; instaurano relazioni politiche e diplomatiche con Paesi terzi. Ma nonostante ciò sono tagliati fuori dal resto del mondo: nei loro territori non funzionano le carte di credito internazionali, le assicurazioni le considerano aree off-limits, gli accordi e le regole internazionali non vengono applicati.

Sono dunque entità statuali totalmente al di fuori della legalità internazionale e rappresentano una minaccia per la stabilità di una vasta area fra il confine orientale dell’Unione Europea, il Mar Nero e il Caucaso. Si tratta di fatto dei protettorati della Federazione Russa che, in ognuno di essi, conserva basi militari e truppe e rappresentano uno dei motivi di maggiore attrito fra l’occidente e la Russia.
Come ama ripetere spesso Vladimir Putin «la dissoluzione dell’Unione sovietica è stata la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo». Questa considerazione è stata la stella polare che ha ispirato una parte rilevante delle sue scelte in politica estera degli ultimi quindici anni. Così si spiegano molte iniziative per riconquistare lo spazio sovietico perduto: la Comunità degli Stati Indipendenti, che unisce nove delle quindici ex Repubbliche sovietiche; la Shanghai Cooperation Organisation, nata per tentare di includere anche la Cina in uno spazio comune di sicurezza; la più recente Unione Economica Euroasiatica (con Kazakhstan, Kirghizistan, Bielorussia e Armenia); l’Eastern Economic Forum di Vladivostock.
Ma, accanto a queste iniziative di carattere politico-diplomatico, gli anni di presidenza Putin sono stati anche caratterizzati da azioni politico-militari molto aggressive, con lo scopo a destabilizzare le componenti più inquiete dell’ex spazio sovietico a cominciare da Georgia e Ucraina per finire alla Moldavia e all’Azerbaijan.
La retorica e la propaganda utilizzate di Mosca per giustificare gli interventi armati ha quasi sempre richiamato l’urgenza di difendere gli interessi delle minoranze russe: una retorica che ricorda la vicenda dei Sudeti, quando la Germania nazista giustificò l’aggressione della Cecoslovacchia con le presunte vessazioni subite dalla minoranza tedesca.

La guerra dimenticata
Poco dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica iniziarono le prime operazioni militari oltre confine: nel 1990 la quattordicesima armata dell’esercito russo nell’Est della Moldavia, combatté contro le truppe moldave e romene in una guerra europea poco conosciuta, che in due anni provocò oltre 5.000 morti e la nascita della piccola Repubblica della Transnistria, oramai indipendente de-facto da quasi trent’anni.

Fra il ’92 e il ’94 fu la volta del conflitto fra Armenia ed Azerbaijan con la nascita della Repubblica del Nagorno-Karabakh (oggi ribattezzata Artsakh). Ma la vera prima prova di forza fra Mosca e l’occidente fu nell’agosto del 2008, quando le truppe russe invasero la Georgia, il cui governo aveva l’obiettivo di portare il Paese nell’Ue e poi nella Nato. La breve guerra provocò la nascita delle repubbliche di Abkhazia e Ossezia del Sud, subito riconosciute da Russia, Venezuela e Nicaragua.

Ma il caso più eclatante è rappresentato dalla regione del Donbass, nell’Ucraina orientale. In prospettiva una possibile adesione di Kiev all’Alleanza Atlantica, Putin ordinò l’invasione della Crimea e la promozione di un referendum per l’annessione alla Russia. Ma il progetto era ancora più ambizioso: dilaniare l’Ucraina promuovendo la nascita della «Novorossiya», un nuovo Stato nel quale ospitare tutta la componente russofona dell’Ucraina. Per raggiungere l’obiettivo, la Federazione Russia non ha lesinato mezzi economici e militari ai governi delle autoproclamate Repubbliche Popolari di Donetsk e di Luhansk.
Il progetto della Novorossjya è fallito grazie all’inaspettata reazione militare ucraina, che ha confinato le forze russe nella parte orientale del Paese, unitamente alla reazione di Usa ed Europa che hanno promosso un regime di sanzioni senza precedenti nei confronti della Russia. Oltre 1,5 milioni di profughi e più di 10.000 vittime, fanno del Donbass un pericoloso conflitto europeo che ha già prodotto più di una tragedia «collaterale»: il 17 luglio un missile terra-aria SA-11 di fabbricazione russa e lanciato dalle milizie di Donetsk, colpì l’aereo della Malaysia Airlines in volo fra Amsterdam e Kuala Lumpur uccidendo 298 civili, perlopiù famiglie di turisti olandesi.

Il conflitto senza fine
Nonostante gli accordi di Minsk, nel Donbass si muore ancora: anche se è un conflitto a bassa intensità, ogni giorno si registrano vittime civili e militari da entrambe le parti e a fine agosto il Presidente dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk, Alexander Zakharchenko, ha perso la vita in un attentato nel centro della città.

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