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La Stampa Rassegna Stampa
04.11.2018 Come nasce una dittatura: studiare il 'caso Torino' e il movimento 5Stelle
Due analisi ce lo insegnano, di Maurizio Molinari, Sofia Ventura

Testata: La Stampa
Data: 04 novembre 2018
Pagina: 1
Autore: Maurizio Molinari-Sofia Ventura
Titolo: «C'è qualcosa di nuovo a Torino-Il movimento cinque stelle alla prova del dissenso interno»

Riprendiamo due servizi dalla STAMPA, oggi 04/11/2018, quello del direttore Maurizio Molinari, dall'edizione di ieri quello di Sofia Ventura. E' bene leggerli in successione, quello di Molinari il cui titolo è solo apparentemente 'torinese', in realtà è il ritratto dell'Italia sotto il dominio dell'ideologia 5 stelle.
L'analisi,magistrale, di Sofia Ventura il cui titolo  affronta solo di sfuggita il dissenso all'interno del movimento i cui fili vengono tirati dal duo Grillo/Casaleggio. E' piuttosto la descrizione del passaggio da una democrazia a un regime dittatoriale. Prima gli italiani se ne rendono conto, meglio sarà per il nostro futuro.
Tra i nostri media, la Stampa è l'unico ad aver avuto il coraggio di affrontare un tema che erroneamente viene considerato 'delicato'. L'arrivo della dittatura è una tragedia nazionale. E' già avvenuto, può ripetersi ancora.

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Invitiamo i nostri lettori a diffondere i commenti di Maurizio Molinari e Sofia Ventura, aiuterannoi nostri connazionali ad aprire gli occhi sul pericolo 5 stelle.

Maurizio Molinari:" C'è qualcosa di nuovo a Torino"

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Maurizio Molinari

Qualcosa di nuovo sta avvenendo a Torino. A quasi una settimana dalla decisione del Consiglio Comunale di rifiutare l’Alta Velocità è palpabile e diffusa in città una sensazione che somma delusione e voglia di riscatto. La delusione investe i Cinquestelle perché Torino - assieme a Roma - è stata la prima grande città italiana ad affidarsi a loro nel giugno del 2016: fu un voto massiccio, di protesta verso i partiti tradizionali che premiò Chiara Appendino anticipando quanto è poi avvenuto a livello nazionale lo scorso 4 marzo, ma ad oltre due anni da allora assai poco è cambiato. Andate in Barriera di Milano e ad Aurora e troverete il degrado intatto, se non peggiorato, passeggiate lungo i Murazzi o al Valentino e vi troverete soli, o male accompagnati. Per non parlare di un sistema di trasporto pubblico inadeguato, illuminazione carente, semafori incapaci di funzionare e marciapiedi dissestati, con tanto di indicazioni stradali che tendono a legittimarli o delle file per la carta d’identità o l’abbonamento al bus. Nella città del Nord che doveva essere la vetrina di Grillo e Di Maio le difficoltà per i cittadini non sono diminuite, non c’è stata alcuna svolta su sicurezza e qualità della vita mentre ad aumentare è stata la sensazione di essere guidati da una forza politica che davanti alle opportunità preferisce indietreggiare e perdere anziché gareggiare e costruire. Ai torinesi non è piaciuto il forfait sulle Olimpiadi invernali 2026 perché guidare il tandem con Milano - l’opzione iniziale - avrebbe trasformato il successo del 2006 in un trampolino ancor più ambizioso, con ricadute positive in ogni angolo della città. Ed ha irritato il «niet» all’Alta Velocità perché minaccia posti di lavoro, investimenti ed indotto nel nome di un’ideologia anti-moderna che persegue l’isolamento della città dalle maggiori rotte di spostamento su rotaia attraverso l’Euroasia. I n un mondo che diventa più piccolo ed interconnesso, trasformando Parigi e Pechino in città raggiungibili sui binari, Torino viene obbligata dai luddisti contemporanei ad isolarsi dietro una montagna. Per una città che ha visto nascere il cinema, la tv nazionale e l’automobile, che ospita laboratori e pensatoi sull’alta tecnologia e la ricerca spaziale, essere trasformata in un luogo senza ambizioni è una sentenza inaccettabile. Contraria alla propria identità. Torino è una città che crea e guida, non segue e rallenta. È nel suo Dna di roccaforte del lavoro, in maniera mai gridata ma sempre operosa, che ha dato i natali a grandi leader nazionali - con idee anche contrapposte - e non può dunque riconoscersi in un’ideologia di decrescita felice il cui obiettivo strategico è tagliare, ridurre, arretrare, rinunciare. E non possono dunque bastare la città piena di turisti per l’arte, i droni al posto dei fuochi d’artificio o i test dell’auto senza conducente. Da qui la voglia di reagire e di riscatto. Testimoniata dai cittadini che fermano i redattori in strada per dire «ora basta con questi qui», dai lettori che ci inondano di email in cui si rigetta l’idea di «rinunciare ed arretrare», e dai protagonisti del tessuto urbano - artigiani e studenti, commercianti e imprenditori - che fremono per scendere in piazza «facendogli capire che non ci arrendiamo». Torino è la città che ha immaginato e realizzato l’Italia, ed ora percepisce che il no all’Alta Velocità cela un inaccettabile rifiuto della modernità. È qualcosa che va oltre la disputa sulla Tav - un progetto che come tutti può essere modificato e migliorato - perché investe l’identità collettiva. Quando si tratta di battersi per guardare avanti, Torino non esita a farlo: avvenne con la marcia dei quarantamila nel 1980 che pose fine all’estremismo sindacale ed è avvenuto più di recente con la difesa orgogliosa del Salone del Libro, che ha visto protagonista l’intera cittadinanza. È pronta a farlo ancora. Ed in questo c’è un messaggio che investe l’intero Paese e deve suonare come un campanello d’allarme per chi lo guida: la città del Nord che ha provato di essere più aperta alle novità politiche non può accettare di finire catapultata in un angolino dello sviluppo nel nome del pessimismo ideologico perché ciò significherebbe non avere più sogni, progetti ed ambizioni. Per queste ragioni ciò che sta avvenendo qui riguarda tutti gli italiani

Sofia Ventura: "Il movimento cinque stelle alla prova del dissenso interno"

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Sofia Ventura

Se si vuole fare la rivoluzione non ci si preoccupa della democrazia interna. I partiti comunisti sorti dopo la Rivoluzione d’Ottobre avevano una struttura funzionale alla segretezza e al controllo dall’alto. Il Movimento 5 Stelle ha una struttura diversa, ma analoga è l’essenza totalitaria, l’idea di volere trasformare radicalmente il sistema. Come mostrano la contrapposizione rispetto alle regole della democrazia rappresentativa (si vedano, ad esempio, le attuali preoccupanti proposte sulla democrazia diretta). E, più in generale, l’idea fumosa, ma potente, che esista un altro modo di costruire la comunità politica che possa definitivamente farla finita con le élite, gli interessi, le debolezze umane, quella complessità istituzionale sorta in Occidente per limitare i soprusi dei governi. Tutto ciò per rendere il popolo felice e padrone di sé. Un’idea tragicamente illiberale, trasmessa quotidianamente dalle parole degli esponenti del M5S e del suo capo politico. Non vi è, dunque, spazio per il dissenso se si deve trasformare il mondo. La storia del Movimento è contrassegnata dalle espulsioni, dall’impossibilità di fare del dissenso un punto di vista legittimo. E oggi la storia dell’imposizione dall’alto si ripete. I dietrofront sull’Ilva, la Tap, il sistema satellitare americano Muos hanno prodotto reazioni nel gruppo parlamentare, ma anche tra i militanti, con atti plateali come il rogo della bandiera del Movimento. Dietrofront rispetto a posizioni che rientrano in quella mentalità anti-moderna e anti-illuminista cui faceva riferimento ieri su queste pagine Panarari e sulla quale i grillini avevano costruito una parte importante della partecipazione e della militanza. Ma quando un partito ha tratti totalitari, è il vertice che decide in ogni momento «la posizione». Ad esempio votare contro Orbán in Europa e poi, in Italia, mettere in discussione insieme all’alleato di governo quello stesso voto. Nei partiti «normali», dei quali in Italia abbiamo sempre meno esempi, maggioranze e minoranze si confrontano, gruppi competono secondo regole note, si alternano. Ma sono partiti che nascono per agire dentro al sistema o vi si adattano. Il M5S si è adattato il minimo indispensabile, operando i suoi vertici dentro le istituzioni, senza averne tratto le conseguenze per la vita interna. Al suo vertice vi è una sorta di Mago di Oz, che non ha ruoli politici e che ha ereditato dal padre la missione di proseguire l’inquietante «esperimento» - dal titolo del libro di Jacopo Iacoboni che ben spiega queste dinamiche - di una macchina per creare consenso, che poggia sugli strumenti del web per disegnare una realtà fittizia, anche con fake news utilizzate consapevolmente, come il video pubblicato in questi giorni - denunciato dal Post - che sintetizza in modo falso le parole pronunciate dall’ex presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem, attribuendogli una inesistente volontà di colpire l’Italia. Esiste, inoltre, un «portavoce», cofondatore, che gioca a rimpiattino con il partito, ma che, quando Di Maio fu votato da un pugno di attivisti come «candidato premier», decise improvvisamente che oltre che candidato sarebbe stato anche capo politico. Il M5S non rappresenta un nuovo modello di partito per la democrazia di oggi. È stato costruito per un altro tipo di sistema. Un corpo estraneo, come i semi extraterrestri del romanzo «L’invasione degli ultracorpi», che dissolvevano gli esseri umani per sostituirsi a loro, con le stesse fattezze, ma senza anima e emozioni. Ad oggi,il suo successo non delinea nuovi orizzonti per fare politica, èm indicatore della crisi della politica democratica.

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