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La Stampa Rassegna Stampa
11.10.2018 Sovranismo e declino degli Stati-nazione secondo Yoram Hazony
Recensione di Alberto Mingardi

Testata: La Stampa
Data: 11 ottobre 2018
Pagina: 27
Autore: Alberto Mingardi
Titolo: «Il lato positivo del sovranismo e il declino degli Stati-nazione»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 11/10/2018, a pag.27, con il titolo "Il lato positivo del sovranismo e il declino degli Stati-nazione" la recensione di Alberto Mingardi.

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Alberto Mingardi        
Yoram Hazony

Parole nuove, vecchie idee. «Sovranismo», mutuato dal francese «souvrainisme», è l’etichetta sotto cui rubrichiamo movimenti altrimenti diversi, da Fidesz alla Lega. Nel vocabolario della politica, c’è un lemma che li vestirebbe alla perfezione: «nazionalismo». Ma siccome evoca pagine non delle più belle della nostra storia, lo si usa di malavoglia.
Yoram Hazony, invece, ha scelto di scrivere un libro sulle virtù del nazionalismo, col gusto di avvalorare positivamente una parola controversa. Hazony è un filosofo israeliano, ha studiato a Princeton, oggi è presidente dell’Herzl Institute di Gerusalemme. Uno dei tratti distintivi del suo lavoro è proprio il richiamo ai testi biblici, di cui è appassionato studioso. «The Virtue of Nationalism» è un libro molto discusso negli Stati Uniti. Il «trumpismo» è una dottrina eccentrica rispetto al conservatorismo americano (i cui organi ufficiali, National Review e il Wall Street Journal, hanno per anni patrocinato una politica di libero scambio e frontiere aperte), ma che ne condivide ed esagera alcuni tratti: per esempio l’insofferenza per le grandi istituzioni internazionali. Hazony offre la cosa che somiglia di più a una sistemazione teorica della retorica con cui Donald Trump ha vinto le elezioni.

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Nella sua prospettiva, le virtù del nazionalismo coincidono con un ordine internazionale fondato sugli Stati nazione, che egli ritiene il migliore possibile per assicurare assieme la pace e un certo grado di pluralismo istituzionale. L’unica alternativa a noi nota, sostiene, è rappresentata dai vecchi Imperi multinazionali: i quali, questo il principale capo d’accusa, sarebbero congegnati per imporre dall’alto uniformità a realtà naturalmente diverse. Le Nazioni Unite o l’Unione europea sarebbero nient’altro che l’equivalente contemporaneo degli Imperi. Solo che al posto dell’Imperatore per diritto divino, incoronato dal Papa, troviamo le famigerate élites, determinate a «esportare» pace e prosperità nel segno di una particolare visione dell’ordine internazionale: la loro.
Dalle pagine di Hazony emerge una comprensibile frustrazione per «i tentativi, in ambito internazionale, di diffamare Israele, di metterlo all’angolo, di delegittimarlo e cacciarlo dalla famiglia delle nazioni». Pensando all’Assemblea nazionale delle Nazioni Unite che si pronuncia sul diritto di Israele di decidere quale sia la sua capitale, non si fatica a comprenderne le ragioni. Il suo nazionalismo ha per riferimento non solo il piccolo stato mediterraneo, ma anche Inghilterra e Stati Uniti.

E’ per questo che Hazony disegna una «nazione» che è una sorta di grande tribù alla quale afferiscono tribù più piccole, una sorta di grande somma di famiglie e corpi intermedi. Questa grande tribù non è tenuta assieme dal consenso, da un «contratto sociale» che nessuno ha mai firmato, ma da livelli multipli di «lealtà» che si sovrappongono gli uni agli altri. L’uomo è un animale sociale che nasce «situato», immerso in una rete di lealtà e appartenenze.
Il problema di questa narrazione è che ha poco a che spartire con la realtà del nazionalismo che abbiamo conosciuto in Europa. Un grande studioso del secolo scorso, un ebreo iracheno trapiantato in Inghilterra, Elie Kedourie, apre il suo libro sul nazionalismo con questa frase: «Il nazionalismo è una dottrina che è stata inventata in Europa all’inizio del diciannovesimo secolo». Attenzione al verbo: è stata inventata.

Nessun uomo è un’isola, ciascuno di noi è le sue relazioni, ma le appartenenze nazionali non sono un «dato» di natura né un portato «spontaneo» del divenire storico. Se quando è stata fatta l’Italia si è poi cercato di «fare gli italiani», qualcosa vorrà pur dire. In un Paese come il nostro l’identità «politica» ha una dimensione essenzialmente municipale. Le lealtà nazionali sono l’esito di una «invenzione», successiva alla Rivoluzione francese, pensata per fare coincidere la dimensione politica con una certa unità di popolazione. Per il grosso della nostra storia, però, noi abbiamo conosciuto Imperi nei quali gruppi etnico-culturali diversi erano sottoposti al medesimo potere politico. Sistema senz’altro non esente da difetti, ma in cui non si ricorda la straordinaria «meccanizzazione» della violenza politica prodotta dai nazionalismi novecenteschi.
Hazony ha gioco facile nel ricordare che negli Stati nazionali ritroviamo i «laboratori dove si sviluppano e si mettono alla prova le istituzioni e le libertà che oggi associamo all’Occidente». Ma l’esito più evidente del trionfo dello Stato nazionale è stato appunto quello di monopolizzare la politica: non sommando le identità ma annullandole, superando i corpi intermedi e pertanto rallentando ogni esperimento alternativo. Dallo Stato di diritto alle politiche sociali del nostro welfare, tutto doveva avvenire all’interno di esso e su quella scala. Il che non è necessariamente né giusto né inevitabile: perché l’unità di popolazione definita dal parlare la stessa lingua dovrebbe avere le dimensioni «giuste» per fornire un particolare servizio o un certo bene pubblico?
Di crisi e declino dello Stato nazione si parla da anni: eppure è ancora qui. Questo non significa che sia necessariamente il migliore dei mondi possibili e nemmeno l’unico.

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