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La Stampa Rassegna Stampa
08.10.2018 Verso la tensione Turchia/Arabia Saudita: il caso del giornalista scomparso
Cronaca di Marta Ottaviani

Testata: La Stampa
Data: 08 ottobre 2018
Pagina: 8
Autore: Marta Ottaviani
Titolo: «'Il giornalista saudita ucciso nel consolato'»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 08/10/2018, a pag.8 con il titolo 'Il giornalista saudita ucciso nel consolato' la cronaca di Marta Ottaviani.

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Marta Ottaviani

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Jamal Khashoggi

Si infittisce il mistero sulla sorte di Jamal Khashoggi, il giornalista saudita in autoesilio negli Stati Uniti, scomparso a Istanbul martedì scorso. A distanza di quasi una settimana, è quasi certo che Khashoggi sia morto. Bisogna vedere però dove e come. Il reporter è stato visto l’ultima volta al Consolato Generale dell’Arabia Saudita, perché doveva ritirare dei documenti che gli servivano per risposarsi. Ad attenderlo fuori dalla sede diplomatica c’era la sua fidanzata. Ma lui da quelle porte non è mai uscito. L’accusa della Turchia è durissima. Fonti vicine al ministero degli Esteri di Ankara puntano il dito contro Riad e ritengono che il giornalista, da sempre vicino ai Fratelli Musulmani e critico nei confronti del principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, sia stato ucciso in modo premeditato e che poi il cadavere sia stato portato altrove e di avere le prove per dimostrarlo. A sostenere questa ipotesi anche l’associazione della Stampa turco-araba, che ieri ha manifestato a Istanbul e secondo la quale Khashoggi sarebbe stato assassinato in modo atroce.

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«Era un mio amico»
Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, prende tempo, facendo però capire di essere oltremodo infastidito da un omicidio che rischia di aprire una crisi diplomatica senza precedenti. «Conoscevo bene Khashoggi era un mio amico da tempo - ha spiegato Erdogan ai giornalisti -. Aspettiamo con insistenza le conclusioni degli inquirenti. Che questo sia successo nel nostro Paese è molto triste e spero di non dover annunciare ciò che pensiamo». Dove «quel che pensiamo» è che Khashoggi sia stato ucciso a tradimento. Un oppositore scomodo tolto di mezzo, insomma, ma anche un messaggio per il presidente turco, anche lui vicino ai Fratelli Musulmani e in rotta di collisione con Riad a causa della difesa del Qatar nell’estate dell’anno scorso e la sua alleanza con l’Iran, campione dell’Islam sciita e diretto concorrente dell’Arabia Saudita per il controllo del Medioriente. Dal regno, intanto, arriva una secca smentita: «Khashoggi ha lasciato il consolato subito dopo e ieri gli inquirenti sono entrati nella sede diplomatica».

Le ore passano e, mentre anche gli Usa stanno indagando sull’accaduto, emergono nuovi particolari che fanno pensare al peggio. Come la task force di 15 uomini, arrivati da Riad martedì e ripartiti subito dopo la scomparsa del giornalista. O le parole di Yasin Aktay, membro dell’Akp, il partito di Erdogan, che ha dichiarato di aver incontrato Khashoggi un mese fa: «mi ha detto di sapere che in Turchia poteva succedergli qualcosa e che non si poteva fidare» ha detto ai giornalisti. Solo il ritrovamento del cadavere potrà porre fine alle voci. A quel punto, però, inizierà la crisi diplomatica.

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