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La Stampa Rassegna Stampa
12.09.2018 Israele, sicurezza e sviluppo hi-tech: le trasformazioni della Start-Up Nation
Analisi di Giordano Stabile, Dario Peirone intervista Uri Gabai

Testata: La Stampa
Data: 12 settembre 2018
Pagina: 12
Autore: Giordano Stabile - Dario Peirone
Titolo: «Israele, social e tecnologia per prevenire gli attacchi - 'Scocca l’ora dell’industria 4.0'»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 12/09/2018, a pag. 12 il commento di Giordano Stabile dal titolo "Israele, social e tecnologia per prevenire gli attacchi"; a pag. 30, con il titolo 'Scocca l’ora dell’industria 4.0', l'analisi e intervista di Dario Peirone a Uri Gabai.

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Ecco gli articoli:

Dario Peirone: 'Scocca l’ora dell’industria 4.0'

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Dario Peirone

Oltre la «Start-up Nation». Da due anni Israele ha rivoluzionato l’architettura istituzionale che sovraintende all’ecosistema innovativo del Paese. Il famoso «Chief scientist office», protagonista della nascita della «Start-up Nation» negli Anni 80 e 90, nel 2016 è stato trasformato nella «Israel Innovation Authority». Un organismo indipendente, anche se parte del governo, organizzato come un’impresa. Ci sono un presidente e un amministratore delegato (entrambi imprenditori) e un team con varie divisioni. Ed è sparita una parola chiave: scienza. Se, tradizionalmente, occupavano il posto di «responsabile scientifico» illustri studiosi o professori universitari, oggi l’ad è l’ex responsabile di Apple Israel.

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Uri Gabai


Così, mentre nelle business school si studia il caso israeliano e il mondo si reca a conoscere le modalità di trasferimento tecnologico di Israele, a Gerusalemme si guarda oltre. Quest’anno il Pil pro capite israeliano ha superato quello giapponese e la La disoccupazione è al 4%, un livello che gli economisti considerano di «piena occupazione». La crescita è da due anni sopra il 3 % annuo, la performance migliore tra i Paesi Ocse.

Cosa c’è, dunque, che non va? In realtà molti segnali preoccupanti hanno attirato l’attenzione degli analisti. Innanzitutto le disuguaglianze. La torta (il Pil) è più grande, ma non è divisa in parti uguali. Inoltre l’immagine di un Israele super-innovativo rimane legata ai settori hi-tech e all’efficienza del trasferimento tecnologico università-impresa, toccando marginalmente gli altri settori. La sfida che Israele sta affrontando, quindi, è quella di una nuova trasformazione economica, in cui non appoggiarsi al solo settore dell’alta tecnologia, ma diversificando la composizione industriale per assicurare una partecipazione più uniforme alla crescita futura. Ecco perché la persona giusta per comprendere questo cambiamento strutturale è Uri Gabai, «Chief strategic officer» e responsabile della divisione economica dell’«Israel Innovation Authority».

L’economia israeliana sta andando molto bene, perché, allora, è necessario cambiare?
«Un governo ha la responsabilità di guardare avanti. Da quando ho assunto il mio ruolo non abbiamo fatto altro che guardare ciò che non andava e formulare strategie. È lo spirito ebraico: si deve lavorare per migliorare».
Avete messo scienza e ricerca in secondo piano, sostituite dalla nozione di innovazione. Questo cambiamento radicale, però, sembra avvenuto in sordina: è così?
«Meno male! Le rivoluzioni riescono meglio quando avvengono sottotraccia. Battute a parte, il budget annuale di questa istituzione è sui 400 milioni di euro, mentre riceviamo 1300 progetti ogni anno. Con queste dimensioni è facile capire che ci vuole tempo per implementare una transizione».
Ma la differenza rispetto all’importanza del trasferimento tecnologico nello sviluppo della «start-up nation» non è sorprendente?
«Israele ha saputo creare una forte industria della Ricerca&Sviluppo, che ora ce la può fare da sola. A fine Anni 90 il 25% dei fondi proveniva dal governo, mentre oggi i fondi governativi possono essere quantificati tra il 4 e il 5% del totale. Ormai gli investimenti sono quasi tutti privati. In Israele lavorano nella ricerca 320 imprese multinazionali che non hanno bisogno del governo. Se Google viene in Israele, non ha necessità di un supporto governativo».
Il settore, tuttavia, crea posti di lavoro e crescita e, quindi, perché non continuare a sostenerlo?
«È un punto cruciale, perché ci lascia insoddisfatti. La proprietà intellettuale che scaturisce dal processo di ricerca e sviluppo in Israele viene poi fatta crescere all’estero. È giusto che sia così, ma il risultato è che poche start-up si sviluppano in Israele. E se una start-up, nata in un nostro incubatore, diventa un player mondiale, espandendosi nella Silicon Valley, mi fa piacere, ma crea posti di lavoro nella Silicon Valley e non in Israele».
Qual è la percentuale di occupati nel settore delll’high tech?
«È cresciuta fino ad arrivare all’8%, poi si è fermata. Rimane stabile, ma non riesce più a crescere. Essendo Israele un Paese piccolo, non riusciremo a formare così tanti ingegneri quanti ne richiederebbe l’hi tech».
E il restante 92%, invece, dov’è impiegato?
«Nell’agricoltura e nel turismo e soprattutto nella manifattura tradizionale. Israele ha problemi di competitività in molti settori che non sono Ricerca&Sviluppo. Una sfida per noi dell’Authority è colmare il divario. Continueremo a investire sull’istruzione, ma dobbiamo andare oltre, perché vogliamo vedere un vero impatto economico dell’innovazione. Per questo ci vogliono le imprese tradizionali, quelle che chiamiamo “complete companies”».
Sembra un programma di recupero della manifattura in stile Donald Trump: è così?
«È una strategia che studiamo da anni e il Presidente Usa non c’entra nulla. Si tratta di essere pragmatici. Se non avessimo progettato questo cambiamento, continueremo ad avere un’isola, che potremmo chiamare “Tech Israel”, in cui tutti sono ricchi, mentre il resto dell’economia arranca. Vogliamo invece tentare di portare il modello di trasferimento tecnologico che ha fatto crescere l’hi-tech nella manifattura, eliminando quasi totalmente la burocrazia e finanziando progetti innovativi, per esempio su automazione e digitalizzazione».
Innovazione e automazione sono spesso viste come una minaccia per i posti di lavoro. Come si possono sfruttare per aumentare l’occupazione?
«È l’unico modo per sopravvivere. Come ben sapete anche voi in Italia, se un’impresa manifatturiera chiude, è persa per sempre. È meglio ridurre la forza lavoro che chiudere. Perché, se si resta competitivi, si può crescere: le imprese che tornano a essere competitive riprendono anche ad assumere».
Quali prospettive di collaborazione vede ora con l’Italia?
«L’Italia è la seconda manifattura d’Europa. Ci sono da sempre molti rapporti con imprese italiane, ma dovrebbero, e potrebbero, essercene molti di più».

Giordano Stabile: "Israele, social e tecnologia per prevenire gli attacchi"

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Giordano Stabile

Israele, subito dopo gli Stati Uniti, è il bersaglio più ambito dai gruppi jihadisti, per le ricadute in termini di propaganda che un grande attentato riuscito apporterebbe. Ma né Al-Qaeda né l’Isis sono riusciti finora a sferrare un colpo delle dimensioni degli attacchi negli Usa e in Europa. L’unico assalto certo dello Stato islamico è stato quello dell’8 giugno 2016 al Sarona Market di Tel Aviv, quattro vittime. L’Isis ha dovuto persino giustificarsi con i suoi simpatizzanti e spiegare in un articolo sul suo settimanale Al-Naba che la «causa palestinese» non era la sua priorità. In realtà i gruppi islamisti internazionali sono stati finora fermati dal formidabile apparato di sorveglianza elettronica realizzato dallo Stato ebraico, nato per controllare le formazioni estremiste palestinesi. Nonostante il collasso delle trattative di pace nel 2014, e una guerriglia a bassa intensità denominata «Intifada dei coltelli» cominciata nell’ottobre del 2015, in tre anni non ci sono stati attacchi massicci, nonostante il controllo del territorio sia affidato a poche migliaia di soldati. Va detto che le forze di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese collaborano con Israele, ma il segreto è nel sistema integrato di sorveglianza elettronica, il più avanzato al mondo. Ogni volta che un palestinese fa una telefonata, posta qualcosa su Facebook o altri social, si sposta da una città all’altra viene registrato da microfoni, telecamere, droni, programmi elettronici di spionaggio.

Israele ha costruito una sua propria tecnologia, a partire dalla celebre Unità 8200, il reparto dell’esercito che guida la guerra elettronica. Quasi tutti i guru e fondatori di start-up digitali sono passati di lì. Gli investimenti militari hanno posto le basi dello sviluppo di aziende private, ora all’avanguardia mondiale, come la Mer Group, che ha filiali in 40 Paesi. La necessità di sorvegliare la Cisgiordania, e 2,5 milioni di palestinesi potenzialmente ostili, ha fornito «un laboratorio per raffinare le tecnologie». La Mer ha per esempio sviluppato il programma Oscar (Open Source Collection Analysis and Response), in grado di perlustrare siti Intenet e social network per scovare legami fra individui e organizzazioni terroristiche. Un’altra arma strategica è il Saip (Strategic Actionable Intelligence Platform), capace di «capire quello che legge» e stabilire se una persona sta parlando della fabbricazione di una bomba o di argomenti innocui. Saip è anche in grado di creare false personalità per introdursi nei forum e nelle chat dei jihadisti. In questo modo l’esercito israeliano è riuscito a sventare attentati, smantellare cellule e arrestare terroristi. Il prezzo è stato trasformare l’intera popolazione della Cisgiordania in un «sorvegliato speciale».
E molti prodotti israeliani sono già stati acquisiti in gran segreto dai Paesi del Golfo.

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