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La Stampa Rassegna Stampa
07.08.2018 Usa, strategia in due mosse contro l'Iran
Commento di Paolo Mastrolilli

Testata: La Stampa
Data: 07 agosto 2018
Pagina: 25
Autore: Paolo Mastrolilli
Titolo: «Usa, strategia in due mosse contro l'Iran»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 07/08/2018, a pag. 25 con il titolo "Usa, strategia in due mosse contro l'Iran", il commento di Paolo Mastrolilli.

Per approfondire, rimandiamo alle pagine di IC dedicate alle proteste e rivolte represse dal regime in Iran (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=71613) e alla strategia americana per contenere Teheran (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=9&sez=120&id=71565).

A destra: Donald Trump

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Paolo Mastrolilli

Applicare la massima pressione, incluse minacce catastrofiche, per ottenere il massimo risultato possibile al tavolo del negoziato. Questa sta emergendo come la «dottrina Trump» in politica estera, impiegata finora con Corea del Nord, Cina, Russia, Unione europea, e adesso Iran, attraverso la reimposizione delle sanzioni. I risultati finora sono stati modesti, e il rischio di derive belliche resta alto. Il giudizio finale però richiederà tempo, anche perché è un approccio inusuale, in linea con il carattere «disruptive», cioè dirompente, della sua presidenza.

Le origini di questa linea sono rintracciabili nel libro «The Art of the Deal», in cui Trump aveva tratteggiato i segreti del suo successo imprenditoriale. Tra i consigli chiave offerti, ce n’erano due in particolare che sta applicando alle relazioni internazionali: primo, usare sempre al massimo ogni leva a tua disposizione; secondo, essere pronto ad alzarti dal tavolo in ogni momento, per dimostrare che puoi fare a meno di un accordo, e quindi non ti accontenterai del primo compromesso possibile.

Immagine correlata

La traduzione pratica di questi principi si è vista nelle minacce di guerra nucleare contro Kim Jong-un, i pesanti dazi imposti alla Cina, e prospettati alla Ue, definita «un nemico». Meno duro è stato l’atteggiamento verso Putin, con tutti i sospetti legati al «Russiagate», ma le sanzioni a Mosca sono state rafforzate e Washington sta lavorando attivamente per contrastare l’egemonia del Cremlino sulle forniture di energia all’Europa.

I risultati concreti finora sono modesti. Il più significativo è stato anche quello più facile, cioè l’accordo commerciale con l’Europa. Questa intesa, di piccole dimensioni e ancora tutta da verificare nella pratica, si è basata su due punti. Primo, la determinazione del presidente della Commissione Juncker ad usare contro Trump i suoi stessi metodi. «Se vuoi fare lo stupido - gli ha detto - posso fare lo stupido anche io», scatenando una rappresaglia contro i suoi dazi che avrebbe danneggiato tutti. Secondo, la necessità di avere nell’Europa un alleato con cui contrastare insieme il comune avversario cinese, invece di un altro nemico contro cui aprire un secondo fronte. Ciò però dimostra la disponibilità di Trump ad accettare pragmaticamente gli accordi che giudica nel suo interesse, anche se non corrispondono alle sparate fatte per ottenerli.

Con Xi la partita è ancora aperta, mentre quelle con Kim e Putin hanno prodotto solo vertici spettacolari, a cui deve seguire la sostanza. E questo è l’altro elemento originale della «dottrina Trump», che fa ammattire i professionisti della politica estera. Per i diplomatici incontrare un leader straniero ha un valore in sé, perché è un riconoscimento, e si può fare solo quando è stato concordato in anticipo un risultato concreto. Per Trump no. Abituato ai «deal» del mondo imprenditoriale, lui è sempre pronto ad incontrare tutti, perché spesso gli accordi si fanno guardandosi negli occhi all’ultimo istante. Perciò predilige gli «uomini forti», che hanno il potere di prendere decisioni immediate. È la strategia che ora vuole usare anche con Rohani, colpendolo con le sanzioni ma offrendosi di incontrarlo in ogni momento, probabilmente a margine della prossima Assemblea generale dell’Onu, per negoziare un accordo migliore e più complessivo di quello siglato da Obama. La Casa Bianca infatti giura che l’obiettivo delle sanzioni non è cambiare il regime di Teheran, ma la sua linea aggressiva.

I rischi restano alti: gli interlocutori potrebbero giocare Trump, riaprendo la porta agli scontri militari. Anche i dividendi per la pace e la stabilità però potrebbero essere alti, se questa linea dirompente funzionasse.

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