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La Stampa Rassegna Stampa
10.06.2018 Trump: il primo ritratto del presidente americano che gli rende giustizia
Editoriale di Maurizio Molinari

Testata: La Stampa
Data: 10 giugno 2018
Pagina: 1
Autore: Maurizio Molinari
Titolo: «Washington e la diplomazia del pugile»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 10/06/2018, a pag.1, con il titolo "Washington e la diplomazia del pugile", l'editoriale del direttore Murizio Molinari

E' la prima volta che su un quotidiano tra i più importanti a livello nazionale, esce un ritratto del presidente americano equilibrato, quindi obiettivo. Merito del direttore Maurizio Molinari, che -coraggiosamente - non teme di andare controcorrente.

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Donald Trump                                         Maurizio Molinari

L'editoriale:

La partenza anticipata dal tavolo del G7 canadese per decollare alla volta di Singapore, dove martedì vedrà Kim Jong-un, descrive in maniera limpida l’approccio di Trump a uno scenario internazionale segnato dalle crisi: duellare con gli avversari e sorprendere gli alleati applicando il metodo delle decisioni a sorpresa. L’imprevedibilità distingue l’approccio di Trump agli avversari dell’America da quando è arrivato alla Casa Bianca. Il primo a farne le spese è stato il Califfato del terrore di Abu Bakr al-Baghdadi perché l’ordine impartito al Pentagono di James Mattis di intensificare la campagna militare - lasciandosi alle spalle il tentennante approccio del predecessore Obama - ha riversato nel 2017 sui jihadisti in Siria e Iraq un diluvio di fuoco, fiamme e piombo di dimensioni tali da polverizzarne l’entità territoriale. A essere colto di sorpresa è stato anche il dittatore siriano Assad perché i due attacchi missilistici subiti - nel 2017 e 2018 - gli hanno ricordato senza perifrasi l’esistenza della linea rossa sul divieto di usare i gas contro i civili. Stessa sorte per il presidente palestinese Abu Mazen: è stato emotivamente travolto dallo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme perché non immaginava che Trump potesse sfidare i tabù arabi del Medio Oriente nel tentativo di sbloccare il negoziato di pace con Israele. Quindi è stata la volta di Xi Jinping, il leader cinese investito da un’ondata di dazi e tariffe su oltre mille prodotti che lo ha spinto ad intervenire sul despota nucleare Kim Jong-un - suo vicino e protetto - per spingerlo a negoziare con Washington sulla denuclearizzazione della penisola coreana. E durante la preparazione del summit di Singapore Trump ha rincarato la dose: prima stracciando l’accordo nucleare del 2015 con l’Iran di Ali Khamenei, per far capire che l’assenza di limiti ai missili non è accettabile, e poi minacciando di far saltare il faccia a faccia con Kim a seguito delle offese personali che aveva rivolto al vicepresidente Mike Pence. Tali e tante mosse, compiute con decisioni spesso personali come lettere e twitt, sorprendendo i suoi stessi collaboratori, hanno trasformato Trump in un protagonista imprevedibile dei duelli con despoti ed autocrati. Con il risultato di annullare uno degli svantaggi più tradizionali delle democrazie nelle relazioni con gli avversari: essere lente, prevedibili, logiche. Quando Trump parla di «Art of the deal» - l’arte di raggiungere un’intesa - fa riferimento proprio al metodo delle transazioni continue, mutuato dalla più aspra versione del business fra tycoon, ovvero braccio di ferro a sorpresa per piegare la controparte in trattative inaspettate. Le radici, personali e imprenditoriali, nel mercato immobiliare di New York - il più aggressivo del Pianeta - diventano così il dna di una proiezione dell’America nel mondo che vuole sbilanciare gli avversari, giocando sulla moltiplicazione delle incertezze per difendere i propri interessi. A mostrare interesse per il metodo Trump è il ministro degli Esteri britannico, Boris Johnson, quando dice che «potrebbe essere utile nei negoziati su Brexit» fra Londra e Ue, perché «Trump crea crisi, confusione e ogni sorta di scontri, facendo pensare a tutti di essere diventato matto ma poi alla fine arriva al risultato». È questo lo sfondo sul quale Trump affronta l’incontro con Kim Jong-un, dittatore nordcoreano erede di una dinastia sanguinaria che ha beffato gli ultimi tre presidenti Usa - Clinton, George W. Bush e Obama - con promesse mai mantenute, utili solo a guadagnare tempo per perfezionare ogive e missili. Tutto ciò spiega perché il summit di Singapore riassume ed esalta il metodo dell’inquilino della Casa Bianca. Quando Trump afferma nel Giardino delle Rose della Casa Bianca «ho annullato l’incontro con Kim una volta e posso farlo ancora» e, pochi minuti dopo, aggiunge «avrei piacere ad ospitarlo presto in America» rappresenta in maniera plastica una sorta di diplomazia del pugile, che aggredisce e sorride al tempo stesso l’avversario, al fine di ingannarlo, colpirlo e metterlo ko. Tutto ciò è in lampante e voluto contrasto con regole e prassi dell’architettura di alleanze internazionali che i predecessori di Trump hanno contribuito a creare dal dopoguerra in poi. Per questo i partner di Washington, a cominciare da Berlino e Parigi, tradiscono affanno e aperta irritazione. Come fatto dal presidente francese Emmanuel Macron al G7. Ma tali resistenze non fanno altro che giovare a Trump perché gli consentono di amplificare verso gli avversari l’immagine di un’America talmente imprevedibile da alterare perfino gli alleati tradizionali. E in un mondo segnato dal disordine ciò implica più forza che debolezza. I veri rischi a cui Trump va incontro sono altri ed assai più pericolosi. Primo: la possibilità di subire smacchi da parte di controparti, da Kim a Khamenei, capaci di mosse assai spregiudicate. Secondo: offrire il fianco al tentativo, già evidente, di Cina e Russia di agire in contropiede e sfilargli quanti più alleati possibile dando vita a geometrie internazionali alternative, mirate a far implodere l’Occidente. Resta da vedere se l’imprevedibile approccio di Trump ai rivali lo porterà fino ad un summit con quello più temibile: il presidente russo Vladimir Putin, artefice e protagonista di una sofisticata strategia di rafforzamento politico e militare a scapito dell’Alleanza atlantica.

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