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La Stampa Rassegna Stampa
17.03.2018 Mengele, anatomia di un criminale assoluto
Anfrea Kerbaker recensisce il libro di Olivier Guez

Testata: La Stampa
Data: 17 marzo 2018
Pagina: 5
Autore: Andrea Kerbaker
Titolo: «La banalità dello pseudonimo turba l'orgoglio del dottore Mengele»

Riprendiamo dalla STAMPA/Tuttolibri  di oggi, 17/03/2018, a pag.5, con il titolo "La banalità dello pseudonimo turba l'orgoglio del dottore Mengele" la recensione di Andrea Kerbaker al libro "La scomparsa del dottor Mengele" di Olivier Guez (Ner Pozza ed.)

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Ma che bella compagnia si aggira per i salotti di Buenos Aires nei tardi anni Quaranta del Novecento: «Ante Pavelic, il poglavnik croato (850.000 vittime serbe, ebree, e zigane), circondato da ustascia… Eduard Roschmann, il macellaio di Riga (30.000 ebrei lettoni assassinati)… il giurista Gerhard Bohne, direttore amministrativo del programma di eutanasia T2 (due milioni di sterilizzati, 70.000 disabili gassati)». Che meraviglia, che bello, tutti lì, riuniti nella capitale di Peron e della bella Evita, felici di riascoltare il verbo del più famoso tra loro, Adolf Eichmann, ancora tronfio della gloria passata: «Tutti sapevano chi ero! Gli ebrei più ricchi mi baciavano i piedi per avere salva la vita». Ah, che nostalgia dei bei tempi, e che sventura aver perso la guerra in malo modo. Ma tanto, in qualche maniera, si sono tutti salvati, sono lì, nel mezzo del cammin, pronti a ripartire. È in questo mirabile consesso che, un bel giorno del 1949, arriva con una nave anche un certo Helmut Gregor, medico, presto introdotto nella compagnia. Non che tutti sappiano chi è, per la verità: in fondo, nell’universo nazista quell’uomo è stato «solo» il protagonista di uno dei campi di sterminio, Auschwitz. Lì, con il suo vero nome, il dottor Josef Mengele è stato uno dei più cinici, crudeli, paranoici assassini al soldo della dittatura; ma, poverino, in quel Sud America, camuffato dallo pseudonimo, pochi riconoscono la sua grandezza di criminale assoluto. E lui ne soffre: personaggio a suo modo raffinato, è stato e ancora si sente ben diverso dalle più becere figure del nazismo, ignoranti e volgari. Cresciuto in una famiglia di medi imprenditori a Günzburg, in Baviera, amante di musica classica e sport invernali, aveva le carte in regola per essere uno di quei borghesi magari un po’ conservatori, ma alla base del solido sviluppo capitalista del vecchio continente. Invece le deviazioni del nazismo lo hanno portato a essere un massacratore: «il principe delle tenebre europee, il medico orgoglioso che ha dissezionato, torturato, bruciato bambini. Il rampollo di buona famiglia che ha mandato alla camera a gas quattrocentomila uomini fischiettando». Ma quello è il passato: ora la realtà è l’esilio. Ci sarebbe da leccarsi i baffi, no? Un assassino paranoide che la fa franca dopo avere sterminato una città grande come Bologna. E tuttavia, per il dottor Mengele è fastidioso dover vivere così lontano da casa e sotto copertura, e anche le prime professioni che deve fare sono certamente troppo umili per il suo curriculum di medico raffinato; ma pazienza, tanto alla finanze pensa il padre dalla Germania avita, e in fondo, come s’è visto, in quella Buenos Aires non mancano le buone compagnie. La scomparsa di Josef Mengele, eccellente esordio nel romanzo del giornalista e saggista francese Olivier Guez, pubblicato ora in Italia da Neri Pozza, ci racconta questa storia. Sono pagine secche come uno sparo, senza una parola in più del necessario, per narrare l’orrendo esilio di uno sterminatore che dopo qualche anno potrà perfino permettersi di riprendere la sua identità e vivere indisturbato tra Argentina e Paraguay in ville piacevoli, «con giardini allietati da un busto di Hitler, dove una croce uncinata di granito orna il fondo della piscina». Che bello, che gioia; tutto archiviato, il dottor Mengele riammesso tra gli uomini veri, senza un pensiero non dico di pentimento, ma almeno di dubbio: la paranoia non ammette ripensamenti. A leggere questa prima parte del libro di Guez, «Il pascià», c’è da vergognarsi di essere figli di quella generazione di europei, per le innumerevoli coperture che hanno permesso di nascondersi ai Mengele di questo mondo. Per fortuna c’è una seconda sezione, intitolata significativamente «Il ratto». Finalmente, a metà degli Anni Cinquanta, per questi signori la vita si fa improvvisamente complicata: man mano che la voce dei salvati comincia a farsi sentire, si fa strada la consapevolezza che questi assassini non possono passarla liscia. Sono gli anni della caccia ad Eichmann, del Mossad che scatena i suoi uomini alla ricerca dei criminali nazisti in tutti i continenti. Mengele, di nuovo sotto falsa identità, si sposta in Brasile da uomo braccato. Paga il silenzio di chi lo protegge e fa «una vita da recluso, nella sua cella aperta sull’infinito e lontano dagli uomini, una vita immobile, in un ronzio incessante». Purtroppo i cacciatori di criminali non lo troveranno mai; ma forse, fa intuire Guez, per lui sarebbe quasi meglio: gli eviterebbe la progressiva caduta in basso nella solitudine, tra malattie sempre più schifose, in luoghi sempre più squallidi. E invece no: Mengele muore giovane, solo, come il ratto che è. E noi lettori, dopo le 200 pagine di questo libro avvincente, possiamo finalmente tirare un sospiro di sollievo.

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