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La Stampa Rassegna Stampa
07.12.2017 Gerusalemme Capitale: reazioni e prospettive dopo le parole di Donald Trump
Cronache e commenti di Paolo Mastrolilli, Rolla Scolari, Giordano Stabile

Testata: La Stampa
Data: 07 dicembre 2017
Pagina: 2
Autore: Paolo Mastrolilli - Rolla Scolari - Giordano Stabile
Titolo: «Trump: adesso il negoziato di pace con Gerusalemme capitale d’Israele - Netanyahu incassa il riconoscimento: 'Atto coraggioso e storica pietra miliare' - La rabbia dei musulmani: 'Aperte le porte dell’Inferno'»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 07/12/2017 a pag.2-3 con i titoli "Trump: adesso il negoziato di pace con Gerusalemme capitale d’Israele", "Netanyahu incassa il riconoscimento: 'Atto coraggioso e storica pietra miliare' ", "La rabbia dei musulmani: 'Aperte le porte dell’Inferno' " i servizi di Paolo Mastrolilli, Rolla Scolari, Giordano Stabile.

La Stampa è l'unico dei grandi quotidiani che oggi presenta le dichiarazioni di Donald Trump con equilibrio, riportando sia le reazioni del governo israeliano, della società di Israele, degli arabi palestinesi e dei loro rappresentanti.

Ecco gli articoli:


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Benjamin Netanyahu con Donald Trump

Paolo Mastrolilli: "Trump: adesso il negoziato di pace con Gerusalemme capitale d’Israele"

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Paolo Mastrolilli

Gli Stati Uniti riconoscono Gerusalemme come capitale di Israele, e avviano il processo per trasferire l’ambasciata da Tel Aviv. Restano però favorevoli alla soluzione dei due stati per il negoziato di pace, e non escludono che una parte della città possa diventare la capitale palestinese. Come anticipato, questa è la sostanza dell’annuncio fatto ieri dal presidente Trump, che da una parte rischia le reazioni violente sul terreno, ma dall’altra apre anche potenzialmente la porta ad un’intesa, perché gli consente di chiedere in cambio concessioni allo Stato ebraico. Oltre venti anni di attesa Trump ha ricordato che nel 1995 il Congresso aveva impegnato il governo americano a compiere questo passo, ma per oltre 20 anni i presidenti lo avevano evitato. Ciò non ha prodotto la pace, e quindi «sarebbe folle ripetere la stessa formula». Gerusalemme è già la capitale di Israele, e quindi «oggi riconosciamo l’ovvio». Il presidente però ha lasciato aperto uno spiraglio per i palestinesi: «Voglio sia molto chiaro un punto: questa decisione non intende in alcun modo riflettere l’abbandono del nostro impegno per facilitare un durevole accordo di pace. Non stiamo prendendo posizione su alcuna questione relativa allo status finale, inclusi i confini specifici della sovranità israeliana su Gerusalemme, o la risoluzione delle frontiere contestate. Tali temi restano nelle mani delle parti. Gli Usa appoggeranno la soluzione dei due Stati, se entrambe le parti si accorderanno su essa. Lo status quo sui luoghi di culto resta in vigore». Gli obiettivi Trump voleva riconoscere Gerusalemme e spostare la capitale perché questa è la sua convinzione, per consolidare l’amicizia con Israele, e soprattutto per rispettare l’impegno preso in campagna elettorale con la sua base evangelica, come dimostra la presenza del vice Pence al suo fianco. I consiglieri però, incluso il segretario di Stato Tillerson, quello alla Difesa Mattis e il capo della Cia Pompeo, lo hanno avvisato che la mossa era rischiosa per la stabilità, e per il futuro del processo di pace gestito ora dal genero Jared Kushner, e gli avevano chiesto di aspettare una settimana per poter attivare misure di sicurezza. Allora nel discorso è stata inserita la parte che lascia aperta la possibilità di arrivare alla soluzione dei due stati, con Gerusalemme Est capitale di quello palestinese. Il problema ora è vedere se le reazioni sul terreno travolgeranno tutto, oppure se questa possibilità è davvero realistica. La strategia Durante un briefing tenuto martedì sera con i giornalisti, fonti della Casa Bianca hanno detto che il processo di pace sta facendo progressi, anche se non sono ancora pubblici. Lo schema è abbastanza definito. Gli Usa hanno promesso aiuto all’Arabia Saudita contro l’Iran, favorendo un’alleanza su questo punto tra Riad e Israele. In cambio hanno chiesto ai sauditi di appoggiare il piano di pace elaborato da Kushner, spingendo Abu Mazen ad accettarlo. La proposta prevede una qualche forma di sovranità palestinese, che può prendere la forma dello stato; l’ampliamento della Striscia di Gaza con territori nel Sinai, per compensare quelli persi in Cisgiordania; e non esclude Gerusalemme Est capitale, come ha detto lo stesso Trump. Se questa è un’offerta reale, e se può bastare a placare gli animi, è tutto da vedere. Secondo Dennis Ross, a lungo negoziatore americano nella regione, il discorso del capo della Casa Bianca «ha creato un nuovo scenario, che lo volesse o no». Se la sua apertura ai palestinesi era una mossa di facciata, e l’obiettivo di Trump era solo soddisfare la propria base elettorale interna, l’America perderà la credibilità come mediatore onesto e il processo di pace finirà. Se invece è una cosa seria, e il presidente è davvero pronto a spingere il premier Netanyahu verso il tavolo del negoziato, la sua posizione si è rafforzata. Da una parte, infatti, l’Arabia ha tutto l’interesse a sostenere il processo, se porta a stabilizzare la regione e isolare l’Iran. Dall’altra Trump, proprio in virtù della concessione storica fatta a Israele, si è creato lo spazio di manovra e la leva necessaria a chiedere in cambio disponibilità da parte dello Stato ebraico sul tema dei confini e degli insediamenti. In altre parole, i sacrifici necessari a concludere davvero l’accordo di pace. A meno che invece il presidente non sia già arrivato alla conclusione che l’intesa è impossibile, e quindi ha preso la posizione che gli conveniva politicamente, sapendo così di chiudere il negoziato e rischiare la rivolta.

Rolla Scolari: "Netanyahu incassa il riconoscimento: 'Atto coraggioso e storica pietra miliare' "

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Rolla Scolari


Ha aspettato in silenzio fino alla conferma arrivata ieri sera con il discorso di Donald Trump alla Casa Bianca. Soltanto allora, quasi 24 ore dopo l’annuncio dell’amministrazione americana di spostare l’ambasciata a Gerusalemme, riconoscendo così ufficialmente la città come capitale di Israele, Benjamin Netanyahu ha parlato. Ha definito la mossa di Trump una «storica pietra miliare», «un passo importante verso la pace, perché non ci può essere alcuna pace che non includa Gerusalemme come capitale d’Israele», e ha chiesto alle altre nazioni di seguire la direzione presa dagli Stati Uniti. Dopo l’annuncio arrivato martedì da Washington che ha creato lo scompiglio internazionale e innescato la reazione contrariata della maggior parte dei leader della regione, il premier israeliano aveva mantenuto un riserbo che si è fatto notare. Prima della conferma di ieri, aveva reagito soltanto con un breve post su Facebook: «La nostra storica identità nazionale riceve importanti espressioni ogni giorno, specialmente oggi». E nell’unica apparizione pubblica della giornata si era focalizzato sulla questione che è da sempre il centro delle sue campagne politiche, l’Iran, chiedendo alla comunità internazionale di fare di più per contrastare l’influenza in espansione di Teheran. Se per il quotidiano liberal israeliano Haaretz «il più grande perdente» dopo la decisione dell’America sarebbe il premier israeliano – «alla fine, il sangue che sicuramente scorrerà non sarà sulle mani di Trump ma su quelle di Netanyahu» -, per altri osservatori il leader esce politicamente vincitore. Può infatti presentarsi come il primo ministro israeliano che ha favorito «la risoluzione storica del suo amico Trump», spiega Sefi Hendler, giornalista e professore all’università di Tel Aviv. Allo stesso tempo, però, la controversa decisione non è sua, ma di un presidente che siede in un palazzo lontano dalla politica interna israeliana e dal conflitto con i palestinesi. Bibi, il nome che tutti gli israeliani usano per riferirsi al premier, ha costante necessità di mostrare al suo elettorato che sta costruendo le migliori relazioni internazionali possibili per Israele – spiega Anshel Pfeffer, giornalista esperto di sicurezza di Haaretz e autore di una biografia di Netanyahu in uscita –: i leader politici arrivano in visita da tutto il mondo, i rapporti con Asia e Africa si rafforzano, e si parla sempre più apertamente di legami non ufficiali con Paesi arabi che non riconoscono l’esistenza di Israele, come l’Arabia Saudita. «Essere il premier israeliano sotto al quale gli Stati Uniti hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele è un grande risultato per lui». Netanyahu rischia però di doversi confrontare con la concreta possibilità che le parole di Trump inneschino violenza – i palestinesi hanno annunciato tre giorni di proteste – non soltanto a Gerusalemme, in Cisgiordania e a Gaza, ma nell’intera regione mediorientale. Se scoppiassero scontri, spiega ancora Pfeffer, «Bibi sarà accusato, ma politicamente gli elettori israeliani in tempi di violenze guardano sempre all’uomo politico che proietta un’immagine di sicurezza. E gli attuali rivali politici, il nuovo leader laburista Avi Gabbay e il centrista Yair Lapid, non costituiscono su questo fronte un’alternativa».

Giordano Stabile: "La rabbia dei musulmani: 'Aperte le porte dell’Inferno' "

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Giordano Stabile

Dopo una giornata di acquazzoni e scrosci che facevano presagire una tempesta tremenda, la luna ha fatto capolino nella tarda serata dietro le colline di Gerusalemme. Una visione surreale, perché le mura antiche, costruite da Solimano il Magnifico, erano colorate di bianco, rosso, e blu, in omaggio alla bandiera americana e alla decisione del presidente Donald Trump. Un gesto che alla popolazione araba è sembrato un nuovo schiaffo: la prima giornata «della rabbia» è trascorsa senza vittime, ma neppure le sfumature nel discorso del leader della Casa Bianca, che qualcuno ha interpretato come timide aperture al fronte arabo, hanno calmato gli animi. Il riconoscimento della Città Santa come capitale di Israele ha aperto una diga di rancore che ora è difficile contenere. Per tutto il giorno i dimostranti hanno marciato per le strade nelle città della Cisgiordania e soprattutto a Gaza, al grido di «Gerusalemme capitale eterna», sì, ma della Palestina. Concetto ripetuto da Abu Mazen che ha ritirato il team palestinese da Washington perché «gli Usa hanno rinunciato al loro ruolo di mediatori per la pace» e ha aggiunto che questo «aiuterà le organizzazioni estremistiche a intraprendere una guerra di religione che danneggerà l’intera regione». Come già dopo la chiusura della Spianata delle Moschee, lo scorso luglio, il richiamo di «Al-Quds», della moschea di Al-Aqsa, ha radunato attorno ai palestinesi il mondo musulmano, pronto a difendere «con il sangue» la «linea rossa» da non oltrepassare, tracciata martedì dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan e subito rafforzata dall’intero fronte «della resistenza». Sono le situazioni predilette da Hamas, che infatti ieri è stata la più attiva nell’organizzare le proteste. Uno dei portavoce, Salah Bardawil, ha rispolverato il meglio della retorica bellica: «Questa decisione porterà a una travolgente rivolta popolare e alla resistenza che scotterà la terra e taglierà la mano di chiunque toccherà Gerusalemme e i suoi luoghi sacri» e che gli Usa «hanno aperto le porte dell’inferno». Gerusalemme, ieri, è rimasta abbastanza tranquilla ma prepara una gigantesca manifestazione per domani, proprio attorno alla Spianata delle Moschee subito dopo la preghiera del venerdì. Le scuole rimarranno chiuse, per rafforzare i ranghi con gli studenti, mentre migliaia di agenti e militari della polizia di frontiera sono arrivati a completare il dispositivo di sicurezza israeliano. La Porta di Damasco, come quella dei Leoni, sono blindate. «Siamo pronti a reagire in maniera immediata ad ogni genere di sviluppi che potrebbero verificarsi», ha precisato la polizia. Ma Al-Fatah e l’Autorità nazionale palestinese del presidente Abu Mazen si stanno coordinando con i principali leader islamici. Il più attivo è Erdogan che ha chiamato una dozzina di colleghi, oltre al leader palestinese, e ha invitato i 57 Paesi membri dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) a riunirsi mercoledì 13 dicembre a Istanbul per un summit straordinario. Il presidente turco vuole indossare in quella occasione i panni del «difensore di Gerusalemme». «Il riconoscimento di Gerusalemme – ha detto – farà saltare le fondamenta della pace e scatenerà nuove tensioni e scontri». Dopodomani, al Cairo, si riuniranno invece i ministri degli Esteri della Lega araba, che ha definito la mossa di Trump «una provocazione ingiustificata». Sarà però a Istanbul la vera prova di forza islamica, anche perché c’è da aspettarsi uno show dell’Iran. Ieri ha subito calcato la mano la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei: «La Palestina sarà liberata. La comunità palestinese e quella musulmana vinceranno». L’Iran «non tollererà la profanazione dei luoghi santi islamici», ha aggiunto il presidente Hassan Rohani. Più sfumata la posizione della Siria di Bashar al-Assad. Per Damasco «il presidente Usa e i suoi alleati nella regione sono responsabili» di un «passo pericoloso». Damasco non sottolinea il carattere «musulmano» della Città Santa alle tre religioni monoteiste, perché guarda anche alla sua minoranza cristiana, in gran parte schierata con il raiss. Lo stesso Abu Mazen usa l’accortezza, sa di avere come supporto internazionale più prestigioso il Vaticano. Ieri Papa Francesco ha chiesto che «lo status quo» di Gerusalemme «non venga modificato» così come il segretario generale della Lega araba Aboul Gheit, in quanto la città è «nel cuore di tutti gli arabi, musulmani e cristiani». E oggi a Betlemme la «Palestina cristiana» organizzerà una protesta di massa, nella piazza davanti alla Chiesa della Natività, che con il suo grande albero ricorda quanto sia vicino il Natale.

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