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La Stampa Rassegna Stampa
17.06.2017 Tutti i media contro Trump. Tranne uno, la Stampa
2 servizi di Paolo Mastrolilli

Testata: La Stampa
Data: 17 giugno 2017
Pagina: 10
Autore: Paolo Mastrolilli
Titolo: «Reati finanziari e redditi nascosti, le armi di Mueller contro Trump-Donald contrattacca screditando il procuratore 'Mi ha indagato perchè non gli ho dato l'Fbi'»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 17/06/2017, a pag.10, due servizi di Paolo Mastrolilli, che segnaliamo per la serietà con cui descrivono le vicende relative alle accuse contro Donald Trump. Diversamente da quasi tutti gli altri quotidiani, che continuano a sventolare la bandiera dell'impeachment, Mastrolilli cita tutte le posizioni, persino - udite udite!- quella di Trump.
Ecco il link al nostro editoriale di ieri: http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=66663

Ecco i due articoli di Paolo Mastrolilli:

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Paolo Mastrolilli

Reati finanziari e redditi nascosti, le armi di Mueller contro Trump

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L’inchiesta di Robert Mueller punta tutta sugli affari della famiglia Trump, e infatti si prepara già a chiedere al fisco le dichiarazioni dei redditi e le documentazioni finanziarie, che l’allora candidato non aveva pubblicato durante la campagna elettorale. Questa è la vera minaccia che preoccupa la Casa Bianca, che infatti ieri ha reso pubblica una dichiarazione volontaria sulle sostanze del presidente. Trump cercherà di difendersi screditando il procuratore speciale, e la prossima accusa che gli lancerà contro sarà probabilmente quella di volersi vendicare, perché non lo ha rinominato a capo dell’Fbi. Fonti molto vicine ai protagonisti dell’inchiesta spiegano che l’accusa di ostruzione della giustizia, e quella di complicità con Mosca per influenzare le elezioni del 2016, sono fumo negli occhi. Sono importanti, anche perché costituiscono la base del “Russiagate”, ma difficilmente arriveranno a rovesciare Donald. Il licenziamento di Comey, e la richiesta di chiudere il fascicolo a carico dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale Flynn, configurano il possibile reato di ostruzione della giustizia, ma si tratta di un crimine molto difficile da provare. Un argomento legale che lo ostacola sta nel fatto che il presidente degli Stati Uniti ha il diritto di ordinare inchieste, e quindi anche se sul piano politico sarebbe imbarazzante vedere che ha cercato di bloccare un’indagine che lo riguardava, su quello giuridico non sarà facile incastrarlo. Il procuratore speciale poi non può incriminare un capo della Casa Bianca in carica, e quindi dovrebbe chiedere l’impeachment al Congresso, dove la maggioranza repubblicana almeno al momento mette Trump al riparo da rischi. Anche la collusione con Mosca è difficile da provare, e nel caso riguarderebbe i “satelliti” dell’allora candidato, come il generale Flynn, il manager Manafort o il consigliere Page. Ammesso che si siano stati contatti, è improbabile che Donald li abbia gestiti di persona, e quindi verrebbe isolato dalle accuse scaricandole sui collaboratori. La questione degli affari di famiglia è più delicata, e su questa punta davvero Mueller. Nella comunità finanziaria di New York molti sostengono che quando le compagnie di Trump erano in difficoltà, le banche americane non gli facevano più credito. Quindi aveva cercato aiuto all’estero, e lo aveva trovato in Russia. Chiedere un prestito a Mosca non è di per sé illegale, ma sarebbe imbarazzante sul piano politico scoprire che il capo della Casa Bianca ha debiti ingenti con amici del Cremlino. Durante la campagna elettorale lui avrebbe evitato di pubblicare le dichiarazioni dei redditi, proprio perché da questi documenti si capirebbe a chi deve soldi. Mueller però ha il diritto di chiederli all’Irs, cioè al fisco americano, e il presidente non può opporsi, perché non può invocare l’executive privilege per atti compiuti quando era un uomo d’affari prima delle elezioni. «Qualunque cosa ci sia di illegale o non etico - spiega una fonte molto informata - verrebbe fuori: riciclaggio di denaro, scorciatoie per non pagare le tasse, violazioni delle regole». Anche se non esistessero le prove di reati tanto gravi da rendere inevitabile l’impeachment, il danno politico dei “leaks” che comunque uscirebbero potrebbe risultare fatale. Per Trump, e per l’intera famiglia, considerando che anche il genero Jared Kushner è sotto inchiesta, in particolare per l’incontro avuto nel dicembre scorso con Sergey Gorkov, banchiere amico di Putin. La compagnia del marito di Ivanka ha interessi ovunque, dalla Russia alla Cina, così come quella del suocero, e agli esperti del settore sembra improbabile che un investigatore bravo come Mueller alla fine non trovi qualcosa di illegale, non etico, o politicamente dannoso. Proprio ieri infatti, forse per prevenire gli effetti negativi che potrebbe avere questo ramo dell’inchiesta, l’Office of Government Ethics ha pubblicato la financial disclosure del presidente, un documento di 98 pagine che non è la dichiarazione dei redditi ufficiali, ma contiene le informazioni finanziarie su se stesso che Trump intende far conoscere. Il capo della Casa Bianca ha guadagnato 19,7 milioni di dollari dal suo hotel appena aperto a Washington, che ha provocato polemiche per il possibile conflitto di interessi, e 37,2 milioni dal resort di Mar-a-Lago, cioè 7,4 milioni in più rispetto all’anno scorso. Invece ha perso 800.000 dollari dal golf club di Bedminster, che ha incassato 19,7 milioni. Inoltre ha preso altri 7 milioni per i diritti d’autore sui suoi libri, e 84.000 come pensione da attore. Questa degli affari di famiglia è la minaccia che davvero preoccupa Trump, e le fonti che seguono da vicino l’inchiesta ritengono che cercherà di difendersi screditando il procuratore speciale. In parte l’operazione è già cominciata perché Mueller, vecchio amico di Comey, ha commesso l’errore di assumere diversi avvocati che in passato avevano finanziato il Partito democratico. Quindi i surrogati del presidente, come Kellyanne Conway e Newt Gingrich, lo hanno già accusato di non essere imparziale, nonostante a nominarlo capo dell’Fbi fosse stato il repubblicano Bush. Trump però aveva considerato di rimetterlo alla guida del Bureau, dopo il licenziamento di Comey, e lo aveva anche invitato per un colloquio. Ora quindi potrebbe accusare Mueller di perseguitarlo, per vendicarsi del fatto che lo aveva poi scartato.

Donald contrattacca screditando il procuratore 'Mi ha indagato perchè non gli ho dato l'Fbi'

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«Sono indagato per aver licenziato il direttore dell’Fbi, da parte dell’uomo che mi ha detto di licenziare il direttore dell’Fbi! Caccia alle streghe». Con questo tweet, pubblicato ieri mattina, Donald Trump ha fatto due cose: primo, ha confermato di essere sotto inchiesta per il «Russiagate»; secondo, è andato all’attacco frontale contro il vice ministro della Giustizia Rosenstein, accusando un membro della sua stessa amministrazione di guidare il complotto per abbatterlo. Rosenstein aveva scritto la valutazione negativa dell’ex direttore dell’Fbi Comey, che il capo della Casa Bianca aveva usato come giustificazione ufficiale per cacciarlo. Siccome il ministro della Giustizia Sessions era stato costretto a ricusarsi dal «Russiagate» a causa dei suoi incontri con l’ambasciatore di Mosca a Washington Kislyak, il suo vice era diventato il responsabile dell’inchiesta. Quindi aveva scelto il predecessore di Comey, Robert Mueller, come procuratore speciale per condurla. Trump non aveva condiviso questa decisione, criticando Sessions per essersi ricusato, e Rosenstein per aver nominato il procuratore. Fonti a lui vicine, poi, avevano rivelato che il presidente sta considerando di cacciare Mueller. Rosenstein ha detto di essere contrario al licenziamento, che dipenderebbe da lui, e quindi ora il capo della Casa Bianca lo attacca nella speranza che si dimetta. Così potrebbe cacciare il procuratore, come aveva fatto Nixon durante il Watergate. Fonti vicine a Rosenstein hanno rivelato che ora anche lui sta considerando di ricusarsi dall’inchiesta. L’attacco di Trump punta anche a demolire la credibilità di Mueller, e spaccare il fronte di chi lo accusa. Poco prima, infatti, aveva pubblicato un altro tweet in cui diceva: «Dopo sette mesi di indagini e audizioni parlamentari riguardo la mia «collusione» con i russi, nessuno è stato capace di mostrare alcuna prova. Triste». Proprio giovedì il Washington Post ha rivelato che Mueller ha messo sotto inchiesta anche il genero di Trump, Jared Kushner, per le sue attività finanziarie, che potrebbero dimostrare un collegamento diretto con Mosca, visto l’incontro avuto a dicembre con il banchiere amico di Putin Sergey Gorkov. I membri del Transition Team repubblicano hanno intanto ricevuto l’ordine di non distruggere alcun documento relativo ai loro rapporti con la Russia, perché potrebbe servire per l’inchiesta. Via Twitter, il capo della Casa Bianca è tornato anche ad attaccare Hillary Clinton, scrivendo che non si spiega perché i suoi potenziali reati commessi per l’uso delle mail private quando era segretaria di Stato sono stati scordati, mentre lui è sotto inchiesta per crimini non provati.

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