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La Stampa Rassegna Stampa
27.01.2017 27 gennaio: mantenere viva la Memoria con la letteratura e le pietre d'inciampo
Commenti di Elena Loewenthal, Giulio Busi

Testata: La Stampa
Data: 27 gennaio 2017
Pagina: 27
Autore: Elena Loewenthal - Giulio Busi
Titolo: «La letteratura terrà vivo il ricordo che si spegne - La Shoah vive grazie al ricordo»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 27/01/2017, a pag. 27, con il titolo "La letteratura terrà vivo il ricordo che si spegne", il commento di Elena Loewenthal; dal SOLE 24 ORE, a pag. 22, con il titolo "La Shoah vive grazie al ricordo", il commento di Giulio Busi.

Ecco gli articoli:

LA STAMPA - Elena Loewenthal: "La letteratura terrà vivo il ricordo che si spegne"

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Elena Loewenthal

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Yad Vashem, il Memoriale della Shoah a Gerusalemme

Il percorso museale dello Yad Vashem, a Gerusalemme, termina con una cupola costellata di immagini che impone un brusco movimento dello sguardo verso l’alto. Ad abbassare gli occhi si trova una sorta di buco nero, come un pozzo secco. Tutt’intorno, sulle pareti circolari, migliaia di fascicoli d’archivio disposti in ranghi: sono i documenti di quel passato. Ma, fra un dossier e l’altro, tanti sono gli spazi vuoti a dirci che la storiografia della Shoah dovrà per sempre fare i conti con l’assenza, con le voci e le storie e i nomi di vite scomparse nel nulla, senza lasciare traccia. Malgrado gli immani sforzi per restituire alle vittime un abbozzo di storia, per centinaia di migliaia di loro c’è solo silenzio. Tutto buio.

La memoria è inerme, deve fare i conti con la sconfitta perché il passato si polverizza inevitabilmente fra le mani del presente. Del resto, ricordare tutto non si può e se così fosse sarebbe una condanna terribile. Ma man mano che il tempo passa e la distanza si dilata cresce verso la memoria della Shoah un specie di affanno, l’ansia di non ricordare abbastanza e la paura di dimenticare qualcosa – foss’anche un angolo remoto di quella storia. Testimonianze, documenti, pietre. Viaggi ai campi della morte. Non c’è rassegnazione a lasciare andare quel passato, ed è anche giusto che sia così. Ma è inevitabile, in una certa misura. Sono le leggi del tempo e anche quelle della vita, che lo impongono.

Abbiamo fondato la memoria della Shoah sull’improbo tentativo di un contatto diretto con quella storia – in primis attraverso le voci dei testimoni. Ma non solo. Sulla visita ad Auschwitz come una sorta di rivisitazione di quel vissuto – o meglio di quella morte. Sulla pietra d’inciampo come «presenza» materiale di chi non c’è più. La natura obbrobriosa e inaccettabile di quella storia ha imposto uno sforzo collettivo se non di immedesimazione certo di una partecipazione che fosse il più diretta possibile. In questa direzione si innestano la ricorrenza del 27 gennaio e il suo imperativo educativo: conoscere attraverso l’esperienza, affinché non si ripeta più.

Ma c’è la distanza che inguaribilmente si dilata. Settant’anni sono per la Bibbia la cifra dell’infinito per approssimazione, e di più ormai ne sono passati. I testimoni a poco a poco se ne vanno, la memoria si sfilaccia ed è sempre più difficile recuperare le storie perdute, i nomi dimenticati. E a noi, ma soprattutto ai giovani che oggi hanno vent’anni, agli adulti di domani, tocca far propria quella storia senza poterne più ascoltare la voce.

Quando ci arrenderemo alla distanza, quando rinunceremo al tentativo di fare della memoria esperienza, ci resterà la letteratura. Più delle «semplici» testimonianze trascritte, più dei viaggi collettivi ad Auschwitz, più dei monumenti, attraverso la letteratura passerà il testimone. Non per capire, perché capire non è dato. Ma per «sentire» quella storia, per fare in modo che non sia mummificata in un capitolo del manuale di scuola, per trasmettere un un monito di coscienza. Le lucide pagine di Primo Levi, gli alti versi di Paul Celan, l’ironia incubotica di Jonathan Safran Foer, lo strazio di Cynthia Ozick, lo pseudo realismo di Aharon Appelfeld: in un giorno ormai non lontano dovrà essere la letteratura a condurre per mano le generazioni future nell’abisso di quella storia.

IL SOLE 24 ORE - Giulio Busi: "La Shoah vive grazie al ricordo"

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Giulio Busi

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La pietra d'inciampo dedicata a Dante Coen prima e dopo l'atto vandalico

Una piccola pietra può muovere grandi cose. Un sasso di pochi centimetri di lato, ricoperto da una targhetta di ottone, sembrerebbe un oggetto innocuo. Gunter Demnig, l'artista tedesco che ha inventato questo modo per contribuire al ricordo delle vittime del nazismo, le ha chiamate "Stolpersteine", pietre d' inciampo, ma non per farci davvero inciampare e cadere nessuno. È la smemoratezza che deve scivolarci sopra, rovinare a terra e magari farsi male. La notizia recentissima di una di queste pietre, posata a Milano e subito coperta, in segno di disprezzo, con uno strato di vernice nera, dimostra, se ce ne fosse bisogno, che l'inciampo funziona, eccome. A qualcuno, purtroppo a parecchi, persino un sasso inglobato nel selciato dà fastidio. Procurarsi la vernice, chinarsi a terra, stendere uno strato simbolico di pece, per oltraggiare questo silenzioso segno, significa dar sfogo a una rabbia, minuscola finché si vuole nel gesto, anzi meschina, ma chiara nei suoi intenti.

Il messaggio è eloquente: non bisogna ricordare, e chi lo fa va messo a tacere, soffocato, rimosso. Non sappiamo chi abbia voluto danneggiare la pietra di via Plinio, dedicata a Dante Coen, deportato e ucciso ad Auschwitz. Più esattamente, non ci è nota l'identità del singolo, ma conosciamo fin troppo bene le schiere di nemici della memoria, dei negazionisti, dei riduzionisti, secondo cui la persecuzione, l'annientamento metodico e organizzato di milioni di vite non sarebbe mai avvenuto. «E anche se fosse successo - mi sono sentito dire una volta da uno di questi cancellatori - di sicuro gli ebrei se l'erano meritata».

Il ricordo è una straordinaria facoltà dell'uomo. Intendo la memoria coordinata e specifica, delle singole circostanze, la conservazione dei dettagli degli eventi e della loro concatenazione. Ricordare è un processo collettivo, che richiede collaborazione e scambio d'informazioni. La natura pare favorire l'oblio. Il tempo, si dice, aiuta a dimenticare. L'uomo, se vuole, riesce invece a recuperare il passato, e addirittura a comprenderlo meglio, più il tempo passa e gli eventi si allontanano. Grazie al lavoro di generazioni di storici, ai testimoni che hanno trovato il coraggio per raccontare, e, talvolta, alle indagini della giustizia, il quadro del come e del perché della Shoah è molto più chiaro, dettagliato, impietoso di quello disponibile subito dopo gli eventi. Ne sappiamo ora di più, abbiamo ricostruito gli elenchi dei nomi delle vittime, conosciamo parecchio, anche se non tutto, dei persecutori. Le pietre d'inciampo sono diventate innumerevoli, sulla carta, nelle immagini, nelle parole, nelle coscienze. Persino se i meschini pennellatori d'oblio se ne andassero in giro con milioni di barattoli di tintura bruna, farebbero adesso molta fatica, a imbrattarle tutte.

La memoria è stata moltiplicata, istituzionalizzata, ripetuta. È abbastanza? No, non ancora. La vernice nera, lo sappiamo, costa poco, e in certi posti la si può comprare all'ingrosso. La giustizia non è stata capace di punire nemmeno una minima parte dei colpevoli dello sterminio. Ma gli uomini hanno a disposizione un mezzo più alto, potente, inflessibile della giustizia dei tribunali e delle carceri. È il ricordo, lo strumento più forte e più giusto a nostra portata, e il più umano.

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