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La Stampa Rassegna Stampa
06.07.2016 Lo Stato islamico vende online schiave yazide, i movimenti femministi occidentali tacciono
Cronaca di Lidia Catalano

Testata: La Stampa
Data: 06 luglio 2016
Pagina: 13
Autore: Lidia Catalano
Titolo: «Annunci-choc dell'Isis su Telegram per vendere le schiave yazide»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 06/07/2016, a pag. 13, con il titolo "Annunci-choc dell'Isis su Telegram per vendere le schiave yazide", la cronaca di Lidia Catalano.

Siamo stupiti - da anni - del silenzio dei movimenti femministi - ma ci sono ancora? - che non ritengono di discutere la concezione della donna dei movimenti terroristi musulmani.
Si tratta certamente di posizioni estremiste, ma che poggiano le proprie basi sull'idea di donna presente nei testi islamici e si concretizzano nelle società islamiche più conservatrici - quasi tutte.

Temiamo che questo silenzio continuerà, ma non su IC.

Ecco l'articolo:

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«Vergine, bellissima, 12 anni. Il suo prezzo ha raggiunto i 12,500 dollari e sarà venduta presto». L’annuncio si confonde in mezzo a decine di altri: una cucciolata di gattini, armi, attrezzature militari. È tutta merce da dare in pasto al migliore offerente: che si tratti di una tuta mimetica o di una bambina non fa alcuna differenza. I messaggi viaggiano su Telegram, un’app simile a WhatsApp, ma con un livello di protezione dei dati talmente elevato che decriptarli è una missione impossibile anche per l’Fbi. A portare alla luce l’ultima atrocità perpetrata dall’Isis ai danni della minoranza Yazida è un’attivista che si batte per strappare agli uomini del Califfo le circa tremila donne e bambine rapite e trasformate in schiave del sesso.

Lo Stato Islamico perde progressivamente terreno in Siria, Libia e Iraq, ma non accenna ad allentare la morsa sui prigionieri, ricorrendo a un mix di tecnologia e barbarie. La tratta delle schiave nel 2016 è gestita con un’applicazione sul telefonino. Ed è sempre lo smartphone che consente di condividere i database con le foto segnaletiche delle prigioniere e il nome del relativo padrone per bloccare ogni tentativo di fuga.

Il calvario delle yazide è iniziato esattamente due anni fa. Nell’estate del 2014 i miliziani del Califfo hanno conquistato i loro villaggi nel Nord dell’Iraq con l’obiettivo di annientare la minoranza curda. Da allora circa 130 persone ogni mese sono riuscite a fuggire e mettersi in salvo grazie all’aiuto dei combattenti curdi. Ma da maggio la stretta sui controlli si è inasprita e nelle ultime sei settimane, secondo i dati forniti dal governo regionale del Kurdistan, hanno riacquistato la libertà soltanto 39 prigioniere. «Schedano ogni singolo schiavo, se qualcuno tenta la fuga la notizia si diffonde in ogni checkpoint e tra i miliziani scatta immediatamente la caccia al prigioniero», racconta Mirza Danai, fondatore dell’organizzazione umanitaria iracheno-tedesca Luftbrucke Irak.

Lamiya Aji Bashar ha provato a scappare quattro volte prima di riuscire a mettersi in salvo nei territori controllati dal governo. Le due compagne che erano con lei non ce l’hanno fatta. Sono saltate su una bomba mentre attraversavano a piedi un terreno minato. «Almas aveva 8 anni, Katherine 20. È tutto quello che so, purtroppo non ricordo neppure i loro cognomi», racconta la diciottenne all’Associated Press. L’esplosione le ha portato via l’occhio destro e ha ridotto il suo volto a una poltiglia di schegge. Eppure Lamiya, seduta sul letto con le gambe incrociate nella casa di suo zio a Baadre, nel Nord dell’Iraq, si considera una ragazza fortunata: «Alla fine ce l’ho fatta. Se anche avessi perso entrambi gli occhi ne sarebbe valsa la pena. L’unica cosa che conta è essere uscita viva da quell’inferno».

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