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La Stampa Rassegna Stampa
10.10.2012 Attentato alla Sinagoga, anniversario senza giustizia
Commento di Ugo Volli, cronaca di Giacomo Galeazzi

Testata: La Stampa
Data: 10 ottobre 2012
Pagina: 18
Autore: Ugo Volli-Giacomo Galeazzi
Titolo: «Attentato alla Sinagoga, anniversario senza giustizia»

Trenta anni fa, davanti alla sinagoga di Roma, veniva ucciso  dai terroristi palestinesi Stefano Gay Tachè. Nella ricorrenza pubblichiamo il commento di Ugo Volli, e la cronaca di Giacomo Galeazzi sulla STAMPA di oggi, 10/10/2012, a pag.18, dal titolo " Attentato alla Sinagoga, anniversario senza giustizia".

Ugo Volli: " Il dovere di non dimenticare "

Ugo Volli

 L'attacco terrorista alla sinagoga di Roma fu un terribile momento di risveglio per l'ebraismo italiano e resta ancora un ammonimento per tutti noi. Che si colpisse la sinagoga più importante d'Italia, il simbolo dell'ebraismo italiano; che l'attacco avvenisse dunque su un obiettivo puramente religioso e non politico; che le istituzioni si fossero dimostrate incapaci di tutelare la vita degli ebrei e mostrassero una sostanziale indifferenza, che questo atto atroce fosse stato preceduto di pochi giorni da un corteo sindacale anti-israeliano con la simbologia truce di una bara portata a due passi dallo stesso Tempio poi insanguinato dai terroristi,  in un modo che era inevitabile leggere come legittimante l'atto terrorista; che in breve giro di tempo altri attentati si succedessero, come quello particolarmente efferato di Fiumicino (1985) e altri gesti di distacco, come la scelta inedita di Pertini di registrare il messaggio di capodanno accompagnato da un bambino palestinese (1983): tutta questa costellazione di fatti aperta dall'assassinio del piccolo Stefano Gay Taché diede all'ebraismo italiano, o almeno a buona parte di esso, il senso del fallimento non del rapporto con la comunità nazionale in cui continuava ad essere bene inserito e bene accetto, ma della rappresentanza politica che aveva perseguito dalla Resistenza in poi.
     Semplificando e radicalizzando un po', si può dire che la lezione della Shoà era stata compresa finora dal vertice intellettuale e politico dell'ebraismo italiano nel senso che i pericoli per l'ebraismo e gli ebrei venissero tutti e solo da destra e dal clericalismo; che dunque lo schieramento di sinistra fosse la collocazione naturale degli ebrei, naturalmente anche per la sensibilità sociale della nostra tradizione, ma soprattutto perché “mai più” si ripetesse la Shoà. C'erano state avvisaglie: l'antisemitismo dell'ultimo periodo di Stalin, la posizione del “campo socialista” contro Israele nelle guerre del '67 e del '73, l'alleanza sovietica con la Siria e con l'Egitto. Ma ora si vedeva che qui, di fronte a un terrorismo diretto contro la vita degli ebrei, la politica non solo della destra e del centro cattolico era indifferente - e oscuramente si capiva già allora, più complice che indifferente, come sarebbe emerso dalle rivelazioni sul “lodo Moro”. Ma anche la sinistra lo era o peggio, si schierava coi terroristi “simili a Mazzini e Garibaldi”, come disse qualche anno dopo Bettino Craxi in un discorso applaudito da tutto il Parlamento salvo repubblicani, radicali e liberali. L'ebraismo italiano, naturalmente non tutto, ma nella sua maggioranza, capì allora che non poteva separare il proprio destino da quello di Israele, né delegare a un generico schieramento a sinistra la difesa della propria identità e della propria vita, che i nemici non stavano solo a destra. Lezioni apprese con il prezzo del sangue, che oggi rischiano di nuovo di andare confuse in un ritorno all'ideologia, ma che abbiamo il dovere di non dimenticare.

Questo articolo è uscito due settimane fa su "Pagine Ebraiche", prima che Ugo Volli interrompesse la collaborazione.

La Stampa- Giacomo Galeazzi: " Attentato alla Sinagoga, anniversario senza giustizia "

La sinagoga di Roma in una immagine di 30 anni fa

Alla sinagoga di Roma una ferita non si è mai rimarginata. 30 anni fa due bombe e numerose raffiche di mitra devastarono il cuore della più antica comunità ebraica d’Europa ma nessuno ha pagato. «Uno dei colpevoli è stato condanna all’ergastolo», spiega l’avvocato di parte civile Oreste Bisazza Terracini, ma la pena non fu mai scontata. Di quel giorno, 9 ottobre 1982, sono rimasti il dolore per la morte di un bimbo di due anni, Stefano Taché e per il ferimento di quaranta persone. Come segni tangibili della violenza terroristica, i buchi delle pallottole sul marmo candido del tempio maggiore e il presidio fisso dei carabinieri davanti all’entrata. Oggi cerimonia in sinagoga con il presidente Giorgio Napolitano e il rabbino capo Riccardo Di Segni in memoria del piccolo Stefano, ora «vittima di terrorismo».

Il «dispositivo di sicurezza» fu attivato dopo l’attentato, non prima. Quel 9 ottobre di 30 anni fa era un giorno speciale: in sinagoga si era svolta la cerimonia per la «maggiore età religiosa», la cerimonia che segna il passaggio all’età adulta dei piccoli della comunità. E proprio un bimbo cadde sotto il fuoco dei terroristi. La comunità era indifesa, la zona intorno alla sinagoga si trasformò in un inferno: dappertutto sangue, schegge di bombe, proiettili, vetri infranti, brandelli di vestiti. Accorsero il premier Spadolini e il presidente della Repubblica Pertini, ma dopo quello del dolore fu il momento della rabbia di una comunità che da quel momento cominciò a difendersi «anche da sola» con un suo servizio d’ordine, con i suoi uomini.

Il 12 ottobre si svolsero nel silenzio più assoluto i funerali di Stefano Taché. Tantissimi romani seguirono fino al cimitero del Verano la piccola bara bianca davanti alla quale si abbracciarono l’allora rabbino capo di Roma Elio Toaff e il presidente Pertini. Un corteo di ottomila giovani ebrei sfilò per le vie del centro. Ad aprirlo un solo slogan: «Esistere, vivere, convivere». Per un feroce attacco terroristico, per un’azione di guerra messa in atto contro persone inermi, nel 1989 fu condannato all’ergastolo in contumacia un palestinese, Abdel Al Zomar, ex presidente del gruppo universitario degli studenti palestinesi in Italia accusato di aver organizzato il massacro per conto di una fazione del gruppo capeggiato da Abu Nidal. Dalla Grecia fu espulso in Libia e negli anni solo un ministro degli Esteri (Frattini) ne ha chiesto conto a Tripoli. Le ferite del corpo si sono rimarginate, quelle dello spirito no. Tutti al ghetto ricordano come se fosse ieri. «Ero arrivato in sinagoga un po’ più tardi del solito», racconta Marco Di Porto, cantore del coro dal 1948. «C’erano feriti da raccogliere e trasportare di corsa all’ospedale. Ho prestato i primi soccorsi; poi ho iniziato a fare il giro degli ospedali». Nell’anticamera della sala operatoria del Fatebenefratelli, il padre di Stefano Taché, Yossi. Tutta la sua famiglia era stata colpita. Il più grave era il figlio minore, preso alla fronte da un colpo di mitraglietta. Rievoca Di Porto: «Mentre ero lì, un’infermiera uscì dalla sala operatoria scuotendo la testa: Stefano non ce l’aveva fatta. Yossi diede un pugno fortissimo a una vetrata, mandandola in frantumi». Lello Anav, che da allora vive con una scheggia di ordigno a due centimetri dal cuore, ricorda i corpi dei feriti per terra: «Preso dall’ansia di ritrovare mia moglie e mia madre li scavalcavo, non mi sono fermato per aiutarli». La moglie Alba l’ha riabbracciata in via Catalana, dove affaccia una delle tre uscite del tempio: «Io ero insanguinato, lei era ferita alle gambe». Molti si considerano «miracolati». La paura non svanisce, la giustizia sì.

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