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La Stampa Rassegna Stampa
10.07.2011 Addio a Rubino Salmonì
nato a Roma nel '20, era sopravvissuto ad Auschwitz

Testata: La Stampa
Data: 10 luglio 2011
Pagina: 27
Autore: Umberto Gentiloni
Titolo: «Se ne è andato a 91 anni l’uomo che sconfisse Hitler»

Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 10/07/2011,  apag. 27, l'articolo di Umberto Gentiloni dal titolo " Se ne è andato a 91 anni l’uomo che sconfisse Hitler ".


Rubino Salmonì

Lo ripeteva con orgoglio ostinato: «noi sopravvissuti abbiamo sconfitto Hitler, il suo disegno, la sua cultura di morte; per questo dobbiamo continuare a raccontare e ricordare fino a quando avremo la forza di poterlo fare». Lo diceva per sé, per la storia di una famiglia che ce l’aveva fatta e aveva visto nascere figli e nipoti, ma lo diceva anche per i sommersi, per chi non era tornato da quel viaggio terribile.

Rubino Romeo Salmonì era nato a Roma il 22 gennaio 1920, si è spento ieri mattina, circondato dall’affetto dei suoi cari, portando fino all’ultimo sul volto quella cifra di ironia e disincanto che lo ha accompagnato nella sua lunga traversata e che ha ispirato Roberto Benigni per il personaggio del suo film Oscar «La Vita è bella».

Un’infanzia come tanti nella capitale negli anni Venti del secolo scorso, il padre con l’esercito italiano nella grande guerra, due fratelli coinvolti nell’aggressione all’Etiopia, tre anni dopo le leggi razziali e l’inizio della fine. Con l’8 settembre 1943 gli ebrei romani vengono segnalati, catturati e coinvolti dalla macchina della deportazione. Romeo sfugge alla retata del 16 ottobre quasi per caso e inizia la sua clandestinità.

Una domenica di aprile del 1944, poche settimane prima della liberazione di Roma, viene arrestato dalla polizia fascista e portato prima a via Tasso e poi nel carcere di Regina Coeli. Da qui comincia il lungo «viaggio verso la morte»: prima al campo di raccolta e smistamento di Fossoli; quindi, il 22 giugno 1944, su un convoglio con destinazione Auschwitz.

Il suo tratto distintivo - anche nei momenti più difficili - è la coinvolgente ironia, la forza evocativa, la capacità di cogliere sfumature e contraddizioni nei comportamenti delle persone che gli capitano sul cammino.

Il prigioniero A15810 trascorre sette mesi ad Auschwitz-Birkenau; viene quindi trasferito in Germania, in altri due sottocampi (Ullersdorf e Nossen); partecipa a una lunga marcia della morte e, nell’aprile del 1945, mentre il Terzo Reich è in rotta, riesce miracolosamente a fuggire. Passa alcuni giorni in clandestinità, nelle campagne nei pressi di Dresda, fingendosi un lavoratore italiano in terra straniera e ingannando così polizia tedesca e SS. Dopo la fine della guerra, tra maggio e agosto 1945, riesce a trovare la forza per sopravvivere nella Germania occupata dai soldati sovietici, sempre con un solo obiettivo: tornare a Roma per abbracciare i propri cari.

Alla fine di agosto, si aggrega a un convoglio che trasporta ex deportati e prigionieri di guerra in Italia. Torna nella sua città, dalla sua famiglia, il 3 settembre 1945; ritrova la madre e il padre, ma non ci sono più due fratelli, Angelo e Davide, uccisi dalla macchina di morte nazista.

Fin dai primi anni del dopoguerra, la memoria della deportazione coincide per Romeo con la necessità di raccontare. Un racconto incerto, spezzato, intimo, che si sviluppa attorno alla redazione di appunti sparsi o occasionali della sua drammatica esperienza. Romeo comincia così a scrivere pagine di ricordi, poesie, memorie sparse e ripetute degli anni da poco trascorsi nelle pause di lavoro nel suo negozio di cuscinetti a sfera a via Cavour. Conserva gelosamente le tracce del suo lungo cammino «all’inferno e ritorno», come appunta egli stesso su delle grandi agende.

Dopo il suo primo viaggio a Birkenau, organizzato dalla Comunità ebraica di Roma nel 1962 - in piena «era del testimone» sull’onda delle ripercussioni del processo Eichmann -, si sentirà finalmente libero di potere parlare anche fuori dalla famiglia, sollevato di un peso ormai insostenibile. Nel 1995 la sua testimonianza viene raccolta da Steven Spielberg, nello stesso anno partecipa alla realizzazione del documentario «Memoria».

Ci teneva a farsi chiamare con il suo numero, a mostrare il braccio tatuato ricordando ai più giovani che «non si esce mai completamente da Auschwitz».

Era felice di aver consegnato le sue schegge di memoria alla Provincia di Roma, che le aveva raccolte in volume distribuito nelle scuole e consegnato nelle mani del Presidente della Repubblica il 27 gennaio 2011 («Ho sconfitto Hitler. Appunti, note e frammenti di memoria di un sopravvissuto ad Auschwitz-Birkenau»); poche settimane dopo Zio Romeo era stato insignito dal capo dello Stato dell’onoreficenza di «Cavaliere di gran croce dell’ordine al merito della Repubblica».

Sereno fino all’ultimo con un ottimismo quasi disarmante aveva scelto una sua frase come motto: «Se dovessi ringraziare il Signore per quello che ti dona ti mancherebbe il tempo di lamentarti per quello che ti manca».

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