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La Stampa Rassegna Stampa
25.02.2007 Perchè gli ebrei sono contro la manipolazione della storia
che arrivi da sinistra o da destra

Testata: La Stampa
Data: 25 febbraio 2007
Pagina: 19
Autore: Carlo Bologna-Valeria Pera
Titolo: «Il film di Lizzani offende gli ebrei»

Dalla STAMPA di oggi 25/02/2007, a pag.19, una cronaca di Carlo Bologna e Valeria Pera sul film di Carlo Lizzani "Hotel Meina" che sta per entrare in  lavorazione. Come il cinema può manipolare la storia. Da leggere la corrispondenza con Becky Behar, sopravvissuta alla strage e quindi testimone, e l'intervista con il regista Pasquale Squitieri. Particolarmente interessante per capire l'ignoranza e la totale incapacità di capire quel che è avvenuto durante il ventennio fascista. Squitieri, invece di stupirsi del no a girare il film, provi a rileggere quello che ha dichiarato alla STAMPA  e si chieda il perchè della avversione nei suoi confronti da parte ebraica.

ecco l'articolo:

Becky Behar aveva 13 anni nel settembre 1943. Quello che ha vissuto continua a raccontarlo agli studenti. Perché non dimentichino. È sopravvissuta al primo eccidio di ebrei in Italia, avvenuto a ridosso dell’armistizio: i nazisti uccisero 54 persone, 16 soltanto a Meina, nell’omonimo albergo. Lei si salvò grazie al passaporto della Turchia, Paese neutrale. Quei fatti, ricostruiti nel saggio storico «Hotel Meina» di Marco Nozza, sono diventati un film di Carlo Lizzani. Domani è previsto il primo ciak a Baveno, dove 64 anni fa s’insediò il comando tedesco. Becky Behar ha letto la sceneggiatura. Ed è trasalita. Chiede che quel film rispetti la verità e i morti, piuttosto si dica che è una fiction. Altrimenti è pronta ad andare in tribunale.
«Liberi di fuggire»
Lizzani ha allargato le maglie della storia. Ha inserito momenti d’amore che nella realtà non sono appartenuti a quei giorni drammatici. Ha descritto ebrei che, anzichè rinchiusi in una stanza d’albergo con soldati a ogni porta, potevano muoversi per il paese. Liberi di fuggire. Gli ebrei che si erano rifugiati a ridosso del confine svizzero avevano scelto proprio le località del lago Maggiore e delle valli dell’Ossola per essere pronti, al primo segnale, a raggiungere la salvezza oltrefrontiera.
La storia di questo film contestato è lunga e travagliata. Il primo a proporre l’idea era stato Pasquale Squitieri, regista che aveva diretto «Claretta», dedicato alla Petacci e alla relazione con Mussolini, e lo spettacolo teatrale «Piazzale Loreto». Nelle vicende di «Hotel Meina» il nome dell’ex senatore di Alleanza nazionale, ed ex componente della commissione Mitrokhin, salta fuori per la prima volta il 30 novembre 2004, scorrendo l’elenco dei film finanziati dal ministero dei Beni e delle Attività culturali. Gli vengono attribuiti 4.305.000 euro.
Qualcosa però si dev’essere mosso. Appena due mesi dopo, nell’elenco del ministero del 28 febbraio 2005, l’opera viene spostata nella sezione «rinviati per approfondimenti istruttori». C’erano state pressioni anche dall’Unione comunità ebraiche italiane, visto che un paio d’anni prima Squitieri aveva espresso pareri revisionisti sull’esistenza delle leggi razziali in Italia nell’epoca fascista: «Tutti ne parlano, nessuno le ha mai lette. Se un ebreo era di nazionalità italiana non poteva essere perseguitato».
Il film riappare tra i finanziamenti ministeriali il 26 settembre 2005, con regista Carlo Lizzani, sceneggiatore Squitieri (al quale si affiancano Dino e Filippo Gentili) e un «sostegno economico» più che dimezzato.
Tedeschi buoni
«Questa sceneggiatura non racconta i fatti accaduti all’Hotel Meina, non racconta la mia storia né quella dei miei amici che ho visto morire. Mai come ora le immagini influenzano e hanno più presa di quanta non ne abbia la parola scritta o una testimonianza. Che credibilità posso avere con i giovani dopo un film del genere? Un film in cui si racconta che gli ebrei potevano girare liberamente per Meina, invece di essere prigionieri in albergo; dove una tedesca, sospettata di essere una spia nazista, diventa un’eroina che vuole salvare tutti; dove non si parla di fascisti né di partigiani e si infila una storia d’amore che non c’entra nulla».
E, amareggiata, aggiunge: «Da quando ho letto quella sceneggiatura non dormo, mi si rivolta lo stomaco. E’ una cosa inaccettabile e vergognosa».
Carlo Lizzani si difende: «La vicenda dell’Hotel Meina deve acquistare un senso metaforico al di là e al di sopra della cronaca degli avvenimenti, anche a costo di tradirne qualche aspetto».
Quell’albergo, secondo il regista, rappresenta un microcosmo dell’Europa di ieri e di oggi. Ma perché ha voluto inserire una «nazista buona»? «Può darsi che a Meina non ci siano stati, non m’interessa. A parte la noia di vedere il solito ufficiale Ss urlante, sento il dovere di far irradiare da quella vicenda significati più ampi e universali».
Il regista - che nel ‘47 era assistente di Rossellini a Berlino per «Germania anno zero» - ricorda i tedeschi che si sono ribellati a Hitler, pagando con la vita. Ma Becky non li ha proprio visti, a Meina, 64 anni fa. E vuole continuare a gridarlo.

e la corrispondenza tra Becky Behar e Carlo Lizzani:

Caro Lizzani,
E’ veramente triste che una storia così drammatica sia stata riportata in modo talmente superficiale e semplicistico. E’ mai possibile che nemmeno dopo sessant’anni, nemmeno dopo il ritrovamento del famoso «Armadio della vergogna», non si riesca a dare giustizia a questi poveri morti, riproponendo in modo veritiero almeno la parte di realtà che si conosce? Si rinnova ancora quel senso di impotenza lacerante che strazia, dalla fine della seconda guerra mondiale, tutti coloro che hanno subito persecuzioni e morte. \
Becky Behar
Carissima Becky
Ho riflettuto a lungo su quanto mi ha scritto, e sono senz’altro d’accordo su alcuni punti. Ma vorrei prima di tutto sottolineare i valori e i significati che la sceneggiatura intende oggi trasmettere a quel pubblico del cinema e della televisione che - com’è noto - è nella massima parte indifferente alle tematiche storiche, annoiato, distratto, o troppo giovane per interpretarle. Ma è proprio a questo pubblico, che bisogna ricordare, ancora e sempre, la tragedia del popolo ebraico. Non è per assecondare certi gusti facili, per esempio, che gli sceneggiatori hanno introdotto momenti d’amore e qualche elemento di estrema suspense determinato da fattori esterni all’albergo. Per gli sceneggiatori e per me, la vicenda dell’Hotel Meina, deve acquistare un senso metaforico al di là e al di sopra della cronaca puntuale degli avvenimenti realmente accaduti. Anche a costo di tradirne qualche aspetto \ La presenza di un personaggio tedesco «positivo» può non essersi verificata a Meina. Ma questo, a me, glielo dico con molta franchezza non interessa niente. A parte la noia di vedere il solito ufficiale SS urlante (che da «Roma città aperta» ha invaso gli schermi e che farebbe immediatamente cambiare canale) io sento il dovere di far irradiare dalla vicenda di Meina, oggi, a distanza, significati più ampi e universali.
Carlo Lizzani

Gentile Carlo Lizzani
è con grande stupore e profonda tristezza che prendo atto della sua lettera. Sono dodici anni che vado per le scuole a raccontare la strage del Meina, Non ho mai incontrato ragazzi «indifferenti alle tematiche storiche» \
Mi sconvolge Lei dica che il suo film deve acquistare un senso «metaforico al di là e al di sopra della cronaca puntuale degli avvenimenti realmente accaduti a costo di tradirne qualche aspetto». Lei non tradisce soltanto «qualche aspetto», ma i protagonisti e la verità. \
Becky Behar

Ecco l'intervista con il regista Pasquale Squitieri:

A girare il film sulla strage di Meina, quello che oggi sta facendo Carlo Lizzani, avrebbe dovuto essere Pasquale Squitieri. Aveva letto il libro di Marco Nozza. Lo aveva proposto a Ida Di Benedetto, amica e produttrice, più di un anno fa. Aveva ottenuto dal ministero il finanziamento come «opera di interesse culturale». Si era messo a cercare gli interpreti tra Roma e Parigi. Tutto era pronto per l’inizio delle riprese quando Ida Di Benedetto lo bloccò dicendogli che con lui alla regia il film non si sarebbe mai fatto. E non volle dargli spiegazioni ulteriori.
Che cos’era successo?
«Ida non ha mai voluto dirmelo. L’imbarazzava. Me lo ha rivelato un direttore di produzione, molto dopo. Era arrivata alla Titania, la casa di produzione della Di Bendetto, una lettera in cui, a nome degli ebrei superstiti della strage di Meina, una ebrea, Becky Behar, protestava perché la regia del film era stata affidata a me, notoriamente uomo di destra, incapace di equità storica. Naturalmente non si faceva cenno alla sceneggiatura del film che lei non conosceva».
In base a quali elementi veniva accusato, Squitieri?
«Si citava quel che avevo detto, tempo prima, durante un convegno sulla shoa con il rabbino Di Segni. In quella occasione, citando “La banalità del male” della Arendt, avevo ricordato come, nonostante le leggi razziali del 1938, fino alla caduta di Mussolini e all’arrivo del governo Badoglio, gli ebrei, che pure erano stati oggetto di numerose e orribili privazioni, non avevavo subito la deportazione. E’ con l’arrivo di Eichman in Italia che comincia la caccia all’ebreo. Oltre questo veniva accluso una sorta di dossier contro di me raccolto da ebrei americani mai visti e conosciuti».
E Lizzani com’è venuto fuori?
«Ci conosciamo da tanto tempo. Un giorno, a pranzo, Carlo mi ha confessato assai dispiaciuto che il film l’avrebbe girato lui, forse perché autore di sinistra. Lizzani è un’ottima persona. Però, da giovanissimo, quando scriveva di cinema su un giornale fascista, aveva lodato “Süss l’ebreo”, un film che è un manifesto di antisemitismo. E allora? Cose che capitano. Paradossi della vita». \

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