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Il Venerdì di Repubblica Rassegna Stampa
13.09.2019 Un articolo apologetico su Hannah Arendt 'dimentica' le tesi sulla 'banalità del male'
A firma di Marco Filoni

Testata: Il Venerdì di Repubblica
Data: 13 settembre 2019
Pagina: 98
Autore: Marco Filoni
Titolo: «Un graphic su Hannah Arendt»
Riprendiamo dal VENERDI' di REPUBBLICA di oggi, 13/09/2019, a pag. 98, con il titolo "Un graphic su Hannah Arendt" il commento di Marco Filoni.

La graphic novel su Hannah Arendt, così come la recensione entusiastica di Marco Filoni, sono esclusivamente apologetiche. La frequentazione amorosa del filosofo nazista Heidegger da parte di Arendt, infatti, viene solo citata di sfuggita, mentre le sue idee su Israele e sulla Shoah, soprattutto dopo il processo Eichmann a Gerusalemme, sono omesse. Il concetto di "banalità del male" - il più citato quando si tratta di Arendt - è anche quello che più danni ha prodotto nella comprensione della Shoah, riducendo di fatto la responsabilità di chi ha organizzato l'assassinio di sei milioni di ebrei europei.

Ecco l'articolo:


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La locandina del film su Hannah Arendt di Margarethe von Trotta, che consigliamo di vedere perchè racconta la vita di HA con grande accuratezza, nel male e nel bene

CI VUOLE audacia. Prendere la vita di Hannah Arendt, una delle più importanti pensatrici del Novecento, e raccontarla con un graphic novel. E quello che ha fatto Ken Krimstein, fumettista americano noto per le sue gag stravaganti e ironiche pubblicate sul New Yorker, sul Wall Street Journal e altre te state d'oltreoceano. Audacia, sì, perché affidare a un mezzo come il fumetto la complessità dell'esistenza e dei pensieri di Hannah Arendt espone al rischio di esser subito tacciati di banalizzazione, di semplificazioni spicciole—insomma quel vecchio adagio duro a morire che scambia divulgazione con volgarizzazione. Difatti subito dopo l'uscita in inglese qualcuno ha alzato il dito, puntuto: per esempio il blasonatissimo Times Literary Supplement che lo ha recensito con un articolo esplicito sin dal titolo: «Fare un pasticcio. Come trasformare un filosofo in una caricatura». Eppure Le tre fughe di Hannah Arendt. La tirannia della verità, il graphic novel di Krimstein ( che esce in Italia il 19 settembre, tradotto da Antonella Bisogno per Guanda Graphic) non può esser liquidato così facilmente. Anzitutto non è un saggio, i lettori non vi cercheranno interpretazioni critiche. Semplicemente racconta la storia della vita di Arendt, e lo fa affrontando le questioni che ha posto, le domande che non hai mai smesso di rivolgere a sé stessa e al dibattito pubblico. Nel suo intento l'autore trova una giustificazione nella pensatrice stessa, la quale sosteneva che «raccontare storie rivela il significato senza commettere l'errore di definirlo». E proprio la forma del romanzo grafico si presta a tutto questo—come del resto è stato per Maus di Art Spiegelman, Palestina di Joe Sacco o Persepolis di Marjane Satrapi. Negli ultimi tempi Hannah Arendt è diventata un'icona: c'è stata una rinascita di interesse verso di lei—basti pensare al film del 2012 di Margarethe von Trotta, o alla comparsa del suo Le origini del totalitarismo in cima alle classifiche di vendita americane. Ma le icone, un tempo , erano persone. E qui entra in gioco Krimstein: col suo tratto aggraziato fa parlare Arendt in prima persona, la raffigura nei momenti più significativi, disegna i "tempi bui" che ha vissuto. Inizia dalla sua fanciullezza, a Königsberg: bambina curiosissima e impertinente, a quattordici anni ha letto tutti i libri di Kant. Poi l'università: corre voce che a Marburgo sta succedendo qualcosa di straordinario, un giovane docente fuori dagli schemi ha il dono di rendere vivo il pensiero. Si chiama Martin Heidegger.

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Hannah Arendt

Così, non appena arriva a Marburgo, ancor prima di cercarsi un appartamento, Hannah si iscrive a tutti i suoi corsi (a cui partecipano una costellazione di future stelle del pensiero: Hans Jonas, Leo Strauss, Herbert Marcuse, Karl Löwith, Emmanuel Lévinas e altri ancora). Hannah ha 17 anni, crede che quel giovane professore possieda la chiave per la verità. Con lui sperimenta per la prima volta che il pensiero è erotico, e non solo quello. Inizia una storia d'amore, fatta di incontri segreti in tristi hotel di stazioni deserte. Ma lui pian piano inizia a mettere distanze. E lei se ne va. Ecco la prima fuga di Hannah: si trasferisce a Berlino, dove incontra Günther Stern (cambierà poi il cognome in Anders) e lo sposa: alla cerimonia assiste anche un cugino di lui, un tipo bizzarro di nome Walter Benjamin. Hannah va spesso al Romanisches Café, «la sala da parto del mondo moderno», dove incontra Marc Chagall e Edvard Munch, Arnold Schoenberg e Bertolt Brecht; e poi Fritz Lang, Marlene Dietrich, Albert Einstein. E lì in mezzo Hannah fuma voluttuosa i suoi sigari Black Havana, con lunghe spirali di fumo viola che seducono tutti — tranne uno: Stern, suo marito. La scintilla si è spenta. Nel frattempo fuori dal Romanisches ribolle «un intruglio tossico di tecnologia, delinquenza e mito teutonico» che avanza a passo d'oca. Brucia il Reichstag, Hannah viene persino arrestata per qualche giorno. Appena rilasciata (dopo aver sedotto il suo aguzzino), lascia la Germania. La seconda fuga di Hannah passa da Praga e finisce a Parigi. Qui frequenta Benjamin, che ospita nel tugurio in cui abita un eclettico "salotto". Ne fa parte Heinrich Blücher, «ex comunista tedesco non ebreo, a volte buttafuori nei locali notturni, intellettuale freelance e fan della pipa... una personalità grezza, da autodidatta, e un intenso sex appeal che lo rende il manifesto dell'anti-Stern». Inizia così quello che Krimstein chiama il "trittico parigino" di Hannah, tre vite allo stesso tempo: amante (di Blücher, che sposerà dopo il divorzio da Stern), pensatrice, donna d'azione (lavora per l'Aliyah ebraica, un gruppo dedicato all'organizzazione di trasporti sicuri per portare i bambini ebrei fuori dall'Europa). Con lo scoppio della guerra e l'invasione nazista in Francia viene internata in un campo di detenzione. Dal quale scappa, per prendere la via della terza fuga, quella per gli Stati Uniti. Qui scrive, insegna, partecipa al dibattito pubblico, vola a Gerusalemme per seguire per il New Yorker il processo ad Adolf Eichmann — cronache dalle quali trarrà il famoso libro La banalità del male, e che le attireranno uno stuolo di critiche feroci (ancora oggi non sopite). Insomma, anche se qualche supercilioso storcerà il naso di fronte ad alcune bizzarre trovate narrative (per esempio una macchia di umidità sul soffitto con il volto di Walter Benjamin, che parla con la filosofa) la vita di Hannah Arendt raccontata da questo romanzo grafico è tutt'altro che banale.

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