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Il Venerdì di Repubblica Rassegna Stampa
09.09.2019 Un'operazione inutile e ignorante: raccogliere oggetti appartenuti a arabi palestinesi e isolarli dalla grande Storia
In Israele si dibatte su tutto, fuori dallo Stato ebraico invece spazio alla strumentalizzazione

Testata: Il Venerdì di Repubblica
Data: 09 settembre 2019
Pagina: 24
Autore: la redazione del Venerdì
Titolo: «I due israeliani che frugano tra i peccati di Israele»
Riprendiamo dal VENERDI' di REPUBBLICA del 06/09/2019, a pag. 24, con il titolo "I due israeliani che frugano tra i peccati di Israele".

L'articolo del Venerdì, come l'opera di Aya e Itamar Gov, è unilaterale. Non ricostruisce infatti la storia complessiva della guerra del 1948, quando 5 Paesi arabi attaccarono Israele immediatamente dopo la proclamazione di Indipendenza, il 14 maggio. Le responsabilità di quel conflitto, come di quelli che lo seguirono, è chiara: da una parte i Paesi arabi aggressori, dall'altra Israele che si difendeva per non scomparire. E vinceva.
Per questo l'operazione di raccogliere oggetti appartenuti 70 anni fa a arabi palestinesi è staccarli dalla grande storia a cui appartenevano è funzionale a delegittimare Israele e la sua lotta - difensiva - per la sopravvivenza. Se può avere un senso discuterne in Israele, Paese in cui ogni opinione è accettata e discussa, fuori dallo Stato ebraico iniziative di questo genere vengono immediatamente strumentalizzate dalla propaganda anti-israeliana. Come è successo anche questa volta. Aya e Itamar dovrebbero occuparsi di argomenti più seri, invece di fornire strumenti fasulli il cui scopo è chiaro anche a un cieco. Non a caso l'unico giornale a riportare la notizia è Repubblica, n°1 fra i media italiani a ospitare ogni bufala contro Israele.

Ecco l'articolo:

Risultati immagini per Aya e Itamar Gov
Aya e Itamar Gov

L’archivio del saccheggio di Aya e Itamar Gov è la storia di due popoli, ed è una storia familiare. È iniziata alla morte della loro nonna nel 2018: solo allora, da una cassettiera nella casa di Tel Aviv, sbucarono dei soprammobili in rame fuori dal comune. Indagando, i due fratelli israeliani hanno scoperto che quegli oggetti riposti per anni appartenevano a famiglie palestinesi: il nonno, come altri israeliani combattenti e civili, li aveva trafugati dall’area di Gerusalemme nell’invasione del 1948. Dopo quell’epifania Aya, una 25enne graphic designer di Tel Aviv, e Itamar, 30enne artista che vive a Berlino, hanno iniziato a bussare a parenti, conoscenti, rintracciando dozzine di oggetti sottratti che, azzardano, «potrebbero essere molte migliaia ». Tra i veterani della guerra di indipendenza che per i palestinesi è la Nakba (la “catastrofe”), c’è chi li incoraggia a cercare; altri escludono ostinatamente le razzie. «Anche tra i giovani la negazione è molto diffusa» spiegano Aya e Itamar al Venerdì: «Di solito chi affronta il tabù è di ambienti di sinistra. Altrimenti si continua a ignorare o a distruggere la cultura palestinese che era molto più ricca delle tazze e dei candelabri rinvenuti». Ciò che ha colpito di più i due ragazzi nelle visite per l’archivio è «un’anziana israeliana che teneva da 70 anni su una mensola una keiah ricevuta dallo zio, incapace di toccarla». Tra i palestinesi «c’è invece sorpresa che i loro soprammobili stiano ancora nelle vetrine degli israeliani», e non c’è più contezza di quali siano di loro proprietà: quelli trafugati non vennero mai associati alle case, né le nuove generazioni possono saperlo. La soldatessa israeliana di allora Hava Keller ha raccontato di famiglie fuggite «con il pane e il caffè ancora sul tavolo», tra i circa 700 mila palestinesi costretti all’esodo. Queste memorie frammentate del 1948 scompariranno. Ma Aya ha dedicato all’Archivio del saccheggio la sua tesi all’Accademia di belle arti di Gerusalemme: un progetto pubblico da luglio che presto diventerà un sito online indipendente in ebraico, arabo e inglese. I Gov raccolgono fondi per lanciarlo e stanno ampliando la documentazione. Per «rendere consapevoli i palestinesi dei loro oggetti, ed evidente agli israeliani che il loro Stato poggia sulle rovine di un’altra società».

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