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Il Manifesto Rassegna Stampa
13.06.2018 La realtà rovesciata sul Manifesto
Per Michele Giorgio l'Iran è aggredito, Israele aggressore

Testata: Il Manifesto
Data: 13 giugno 2018
Pagina: 9
Autore: Michele Giorgio
Titolo: «Teheran: 'Non credetegli'. L'Iran ora resta l'unico target»

Riprendiamo dal MANIFESTO di oggi, 13/06/2018, a pag.9, con il titolo "Teheran: 'Non credetegli'. L'Iran ora resta l'unico target" il commento di Michele Giorgio.

Michele Giorgio, ancora una volta, si schiera con le peggiori dittature del nostro pianeta, Iran e Corea del Nord, e attacca Israele e Usa. Giorgio descrive l'Iran come un Paese sotto attacco, costretto a difendersi da Israele, mentre la realtà è esattamente opposta. Israele, infatti, non ha mai minacciato di distruzione l'Iran, mentre il regime degli ayatollah ha lo scopo, chiaramente espresso in innumerevoli occasioni pubbliche, di cancellare Israele dalla mappa geografica. Con Israele, l'altro 'nemico' sono gli Usa, gli incubi del quotidiano comunista.

Ecco il commento:

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Michele Giorgio

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Non fidarti, Trump ti tradirà come ha tradito noi. L'Iran, ferito dal ritiro degli Stati uniti dall'accordo internazionale sul suo programma nucleare (Jcpoa) e di nuovo bersaglio di pesanti sanzioni americane, ha provato per due giorni a mettere in guardia Kim.

LUNEDÌ ERA STATO Bahram Qassemi, portavoce del ministero degli esteri di Teheran, a invitare la Corea del Nord a «stare molto attenta». Ieri è stata la volta del portavoce del governo, Mohammad Bager Nobakht: «Siamo davanti a una persona (Trump) che, anche su un aereo, fa marcia indietro rispetto alla sua stessa firma. Non so con chi stia negoziando il leader nordcoreano. Ma questa persona non è un buon rappresentante per gli Stati uniti», ha avvertito Nobakht riferendosi al passo indietro americano dall'accordo firmato nel 2015 dai cinque membri con diritto di veto del Consiglio di Sicurezza dell'Onu (più la Germania), con il pieno appoggio del precedente presidente americano Obama. A Teheran la preoccupazione è che, chiuso per il momento il dossier nordcoreano, l'amministrazione Trump concentri ora tutta la sua aggressività in politica estera sul «nemico» iraniano, sotto la spinta delle pressioni del governo israeliano. Con il rischio concreto che lo scontro diplomatico ed economico si trasformi presto o tardi in un conflitto militare.

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I TIMORI DEGLI IRANIANI sono ben fondati, le parole di Trump non lasciano dubbi: «Spero che al momento giusto, dopo le sanzioni che sono davvero brutali, l'Iran torni a sedere al tavolo dei negoziati; ora è troppo presto», ha detto dopo il summit di Singapore. I negoziati che ha in mente l'inquilino della Casa bianca hanno un unico obiettivo: riscrivere il contenuto del Jcpoa del 2015, per inserirvi forti restrizioni non solo alle attività nucleari ma anche allo sviluppo di missili balistici da parte degli iraniani in modo da ridurre le capacità difensive e offensive di Tehran, a vantaggio di Israele che, forte anche del possesso (segreto) di armi nucleari, rafforzerebbe ulteriormente la sua supremazia strategica nella regione mediorientale.

«C'È UN'AMMINISTRAZIONE diversa, c'è un presidente diverso, un segretario di Stato diverso. Per loro non era una priorità, per noi lo è», ha detto Trump marcando la differenza con l'amministrazione Obama. La difesa europea del Jcpoa è un muro di argilla. Teheran lo sa e non si accontenta delle rassicurazioni dell'Alto rappresentante della politica estera dell'Ue, Federica Mogherini, che pure si è esposta a sostegno delle intese con l'Iran. Dietro le quinte alcuni leader europei, a cominciare dal franceII presidente iraniano Hassan Rouhani se Macron, discutono di una revisione dell'accordo in modo da accontentare almeno in parte Washington e Tel Aviv, nonostante l'Iran abbia più volte ribadito che le intese del 2015 non si toccano. Riferendosi all'Iran, ieri il ministro della difesa israeliano Lieberman ha detto di augurarsi che l'accordo tra Trump e Kim «possa essere un buon esempio per altre nazioni e popoli». Per Israele quell'intesa avrà riflessi immediati sulla linea dell'amministrazione verso l'Iran, tenendo conto anche del ruolo che giocheranno sostenitori del pugno di ferro come il segretario di Stato Mike Pompeo e il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton.

SI INDEBOLISCE di pari passo la posizione del presidente iraniano Rouhani, il maggior sostenitore in patria del Jcpoa. I conservatori sostengono più che mai che «negoziare» con l'Occidente sia stato un errore e che l'Iran debba riprendere con il massimo della forza il programma nucleare e lo sviluppo dei missili. Keyhan, principale quotidiano oppositore della linea di Rouhani, ieri in un editoriale esortava a fare come la Corea del Nord che non è scesa a patti ma ha sviluppato la bomba nucleare e i missili a lungo raggio ottenendo un riconoscimento di fatto da Trump, a differenza dell'Iran che pur avendo firmato un accordo fa i conti con minacce di Usa, Arabia saudita e Israele. A conti fatti, dice Keyhan, usare «le buone» con l'Occidente è controproducente mentre con «le cattive» si raggiungono risultati concreti.

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